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domenica 27 febbraio 2022

Mercy Brown, la vampira del Rhode Island



Una delle creature mitologiche più romanzate ed esaltate è quella del vampiro. Quando sentiamo la parola “vampiro” la nostra mente va subito a “Dracula”, il personaggio dell’omonimo romanzo scritto nel 1897 da Bram Stoker. Oggi forse molti ragazzini lo collegano ad Edward Anthony Masen Cullen, il protagonista della saga di Twilight ( oh mio Dio, l’ho scritto per davvero! Perdonami Bram!), in ogni caso il mito del vampiro è ancora molto presente anche ai nostri giorni.In realtà il termine “vampiro” divenne popolare solo agli inizi del 1700, quando sotto questo nome vennero in un certo senso raggruppate diverse creature protagoniste delle superstizioni dell’Europa dell’est e nei Balcani, dove le leggende parlavano spesso di mostri assetati di sangue e dell’anima delle persone.
Proprio questa caratteristica ha associato molte volte il vampiro alle epidemie di tubercolosi che nella maggior parte dei casi provocavano perdite estese di sangue nei malati. Uno di questi casi fu quello di Mercy Lena Brown, anche se qualcosa di misterioso avvolge l’intera vicenda.
Alla fine del XIX secolo in Europa e negli Stati Uniti la tubercolosi era una vera e propria piaga inarrestabile. Chiamata anche “morte bianca” non si riusciva ad arginare in alcun modo e l’unica soluzione per limitare le vittime era isolare i malati e attenderne la morte. Alcuni sperimentarono diversi intrugli e presunte medicine, ma ogni tentativo si mostrò inefficiente.
Prima che si conoscessero le cause della tubercolosi la gente tendeva a credere che la morte fosse dovuta non tanto ad una malattia, ma piuttosto una “consunzione”, cioè al consumarsi del corpo ad opera di un agente esterno invisibile, e poiché la tubercolosi si trasmetteva velocemente in famiglia si pensava che i primi morti divenissero vampiri ( meglio dire non morti) per tornare a succhiare le energie dei malati, consumandoli appunto.
Nel 1892 a Exeter, Rhode Island, la famiglia Brown venne colpita per l’ennesima volta dal morbo e a farne le spese fu la giovane 19enne Mercy, che dopo alcune settimane di terribile sofferenza chiuse gli occhi per sempre.
George Brown, il padre, imputò la sua morte ad un membro della famiglia ritenuto non morto, che le aveva fatto visita qualche tempo prima e che, a suo dire, l’aveva morsa sul collo e intorno alla bocca succhiandole il sangue. Non era la prima perdita in famiglia: alcuni mesi prima la moglie Mary morì di tubercolosi e poco tempo dopo anche l’altra figlia, Mary Olive.
Se per loro George non aveva alcun evento a cui appellarsi, per quanto riguarda la morte di Mercy mise in giro la voce che ad ucciderla era stato un vampiro e non una terribile malattia come si sospettava: che ci credesse o meno questo non lo sappiamo, ma molti membri dell’alta società cercavano di nascondere le morti per malattia perché al tempo si veniva emarginati molto facilmente, anche solo per il sospetto che qualcuno fosse malato.
Ma le tragedie in casa Brown non erano finite: poco tempo dopo al morte della ragazza anche l’unico figlio maschio, Edwin, iniziò a presentare i primi sintomi di “consunzione”.
George, per non perdere tutti i privilegi accumulati nella società del tempo, sparse la voce in tutta la comunità di Exeter che uno dei Brown più distanti dalla sua famiglia ( un cugino di secondo grado secondo alcuni) si fosse trasformato in una creatura diabolica che succhiava il sangue ai vivi fino a portarli alla morte. Non solo: per circondarsi della comunità ed entrare nelle grazie della “gente per bene”, lui stesso chiese la riesumazione dei corpi della sua famiglia, in maniera da dimostrare che il suo nucleo familiare era estraneo a quell’essere diabolico.
Con l’aiuto della comunità aprì la cripta di famiglia e scoperchiò le bare, convinto che i corpi fossero già in decomposizione. In effetti le salme di Mary e Mary Olive erano decomposte, ma quello di Mercy non solo era integro, ma conservava ancora sangue nel cuore e nel fegato. La salma sembrava incorrotta, se non per un rivolo di sangue rappreso che colava dalle labbra.
Erano presenti le maggiori autorità della città e quella vista spaventò tutti i testimoni che si convinsero che Mercy fosse una vampira e che fosse stata lei ad aver infettato suo fratello Edwin.
Mercy era stata seppellita da soli due mesi, durante il gelido inverno e ciò potrebbe in parte giustificare il fatto che il suo corpo fosse ancora integro, ma al tempo la paura aveva sempre il sopravvento sulla ragione. Fomentato dalla folla George cavò il cuore della figlia e per ordine dei preti accorsi lo bruciò su una roccia vicina.
Ancor più macabro fu il tentativo di esorcizzare il figlio Edwin: dopo ripetute benedizioni dei cadaveri, della tomba, della casa e del bambino stesso, gli fu dato da bere un intruglio nel quale vennero sciolte le ceneri del cuore della sorella. Edwin Brown morì un paio di mesi dopo di tubercolosi.
Mercy Brown oggi riposa nel cimitero della chiesa battista di Chesnut Hill, e la cripta è stata ricostruita dopo lo scempio della folla che visionò il suo corpo. Oggi è diventata un’attrazione turistica, prediletta dagli appassionati di folclore e di storie di vampiri.
CURIOSITA’: Il caso della “vampira” Mercy Lena Brown venne pubblicato nel 1892 sul Providence Journal e attirò l’attenzione di Bram Stoker, l’autore di Dracula. Un ritaglio dell’articolo è stato ritrovato tra i suoi appunti. Chissà, forse per “Dracula” Stoker si è ispirato proprio a Mercy Brown.

link originale:
https://www.ilparanormale.com/leggende-metropolitane/mercy-brown-la-vampira-del-rhode-island/

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