Translate

martedì 13 febbraio 2024

Sommergibile scompare misteriosamente in Antartide, stava esplorando il “ghiacciaio dell’Apocalisse”



Il veicolo stava studiando la parte sommersa del ghiacciaio Thwaites, più conosciuto come ghiacciaio dell’Apocalisse per le sue dimensioni e perché, se dovesse sciogliersi completamente, il livello globale del mare aumenterebbe di più di mezzo metro.

Un sommergibile è scomparso in Antartide, durante la sua ultima esplorazione del ghiacciaio Thwaites, più conosciuto come ghiacciaio dell’Apocalisse per le sue dimensioni (è grande quanto il Regno Unito) e perché, se dovesse sciogliersi completamente, il livello globale del mare aumenterebbe di più di mezzo metro.

Il veicolo sottomarino senza equipaggio, denominato Ran, stava studiando la parte inferiore del ghiacciaio ma, durante un’immersione a fine gennaio, sotto il ghiaccio spesso 200-500 metri, “deve essere successo qualcosa di inaspettato” ha affermato Anna Wåhlin, professoressa presso il Dipartimento di Scienze Marine dell’Università di Göteborg, in Svezia, a capo del progetto. “Sospettiamo che abbia avuto dei problemi e poi qualcosa gli abbia impedito di uscire”.

Nonostante le ricerche con apparecchiature scientifiche, acustiche, droni ed elicotteri, gli studiosi non sono riusciti a localizzare il sommergibile. “È un po’ come cercare un ago in un pagliaio, senza nemmeno sapere dove sia il pagliaio – ha aggiunto Wåhlin – . A questo punto, le batterie di Ran saranno scariche”.

Cosa sappiamo di Ran, il sommergibile scomparso sotto i ghiacci dell’Antartide

Ran è un veicolo sommergibile autonomo (UAV) di proprietà dell’Università svedese di Göteborg, ricco di tecnologia moderna e sensori in grado di misurare e documentare l’ambiente circostante e svolgere lunghe missioni sotto i ghiacci. Già impiegato con successo in altre spedizioni in Antartide, il sommergibile stava studiando la porzione inferiore del ghiacciaio Thwaites e acquisendo informazioni su quali meccanismi si nascondono esattamente dietro il suo scioglimento che, attualmente, contribuisce a circa il 4% dell’innalzamento globale del livello del mare.

“Questa è stata la seconda volta che abbiamo portato Ran al ghiacciaio Thwaites per documentare l’area sotto il ghiaccio – ha precisato Wåhlin – . Grazie a Ran siamo diventati i primi ricercatori al mondo ad entrare nel Thwaites, nel 2019, e durante la spedizione attuale stavamo esplorando nuovamente la stessa zona”.

Ran, il veicolo sommergibile autonomo (UAV) viene programmato in anticipo e poi inviato per lunghi viaggi sotto i ghiacci dell'Antartide / Credit: Anna Wåhlin

Durante le immersioni, il sommergibile non ha un contatto costante la nave dei ricercatori che lo utilizzano ma segue un percorso programmato in anticipo, utilizzando un sistema di navigazione avanzato per ritrovare la via del ritorno sotto il ghiaccio verso il mare aperto. Tuttavia, dopo diverse immersioni riuscite, nell’ultimo fine settimana di gennaio qualcosa è andato storto e Ran non si è presentato al punto di incontro programmato.

“Sapevamo che qualcosa del genere sarebbe potuto accadere e che questa sarebbe stata una fine probabile per Ran – ha evidenziato Wåhlin – . Personalmente, sono dell'opinione che questa sia la fine migliore rispetto a fare invecchiare un AUV in un garage. Allo stesso tempo, è ovviamente una perdita molto grande. Avevamo Ran ormai da cinque anni e durante questo tempo abbiamo effettuato una decina di spedizioni, lavori di sviluppo e test”.

L'acquisto di Ran era stato finanziato nel 2015 con 38 milioni di corone svedesi (circa 7,9 milioni di euro) dalla Fondazione Knut e Alice Wallenberg che sostiene la ricerca a lungo termine per la Svezia. Ora l’obiettivo dei ricercatori è sostituire Ran. “Cercheremo un finanziatore per coprire le trattenute effettuate dalla compagnia assicurativa e l’aumento dei prezzi che si è verificato nel corso degli anni” ha concluso Wåhlin.



venerdì 2 febbraio 2024

La Cina sperimenta una variante killer del Covid: “Mortale al 100% nei topi”

Il nuovo coronavirus, denominato GX_P2V, è una forma mutata di Sars-Cov-2 originariamente scoperta nel 2017 nei pangolini in Malesia e conservata in un laboratorio di Pechino. L’allarme degli scienziati: “Studio terribile”.


La Cina sta sperimentando un nuovo coronavirus simile a quello del Covid che ha “un tasso di mortalità del 100% nei topi”. Secondo quanto riferito, la variante killer, nota come GX_P2V, è stata inizialmente scoperta nel 2017 nei pangolini malesi e conservata in un laboratorio di Pechino. Sperimentata su topi “umanizzati”, cioè geneticamente modificati per esprimere il recettore ACE2 umano con l’obiettivo di valutare la sua capacità di causare malattia negli esseri umani, la forma mutata di Sars-Cov-2 ha mostrato un impatto letale nei roditori.

Tutti i topi infettati dall’agente patogeno sono morti entro otto giorni, un evento che i ricercatori cinesi hanno descritto come “sorprendentemente” rapido. Gli studiosi, coordinati da Lai Wei, Shuiqing Liu e Shanshan Lu del College of Life Science and Technology dell’Università di tecnologia chimica di Pechino, hanno inoltre riscontrato alti livelli di carica virale nel cervello dei roditori, suggerendo che la causa della loro morte possa essere collegata a un’infezione cerebrale. Una prima versione in preprint dello studio è stata pubblicata all’inizio di questo mese su bioRxiv.

La variante Covid mortale al 100% nei topi: cosa sappiamo

Il virus, denominato GX_P2V, è un mutante del coronavirus GX/2017, un patogeno correlato a SARS-Cov-2 identificato prima della pandemia di Covid nei pangolini in Malesia. Conservato in un laboratorio di Pechino, si è adattato alla coltura cellulare, evolvendosi in una forma mutata che possiede una delezione di 104 nucleotidi all’estremità 3’-UTR del suo RNA.

Questa variante adattata è stata quindi analizzata allo scopo di valutare se potesse causare malattia nei topi transgenici che esprimono il recettore ACE2 umano (hACE2). Lo studio non specifica però quando quando sia stata condotta la sperimentazione, lasciando incertezze sulla reale sequenza temporale delle mutazioni.

“Il coronavirus del pangolino correlato alla SARS-CoV-2, GX_P2V (short_3UTR) ha provocato una mortalità del 100% nei topi hACE2, potenzialmente collegata all’insorgenza di un’infezione cerebrale tardiva” hanno scritto gli autori dello studio.

Nei giorni precedenti alla loro morte, i topi infettati hanno iniziato a mostrare una diminuzione del peso corporeo a partire dal 5° giorno dopo l’infezione, raggiungendo una riduzione del 10% rispetto al peso iniziale entro il 6° giorno. Entro il 7° giorno dall’infezione, i topi “mostravano sintomi come piloerezione (pelle d’oca, ndr), postura curva e movimenti lenti, e i loro occhi diventavano bianchi” hanno precisato i ricercatori. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, sono state rilevate cariche virali elevate in vari organi, tra cui cervello, polmoni, naso, occhi e trachea, suggerendo un modello di infezione unico rispetto al Covid.

Preoccupazione nella comunità scientifica: “Studio terribile”

Lo studio ha suscitato preoccupazione nella comunità scientifica, per il potenziale rischio di diffusione di GX_P2V negli esseri umani e sollevato interrogativi sulle misure di biosicurezza impiegate durante la ricerca. “Questa follia deve essere fermata prima che [sia] troppo tardi” ha scritto su X il dottor Gennadi Glinsky, professore in pensione della School of Medicine di Stanford. Anche il professor Francois Balloux, esperto di malattie infettive dell’University College di Londra, sempre su X ha descritto la ricerca cinese come “uno studio terribile, totalmente inutile scientificamente”.

“Non vedo nulla di vago interesse che si possa apprendere infettando forzatamente una strana razza di topi umanizzati con un virus casuale. Al contrario, vedo come cose del genere possano andare storte...”.

Dello stesso avviso Richard Ebright, chimico della Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey. “Il preprint non specifica il livello di biosicurezza e le precauzioni utilizzate per la ricerca – ha evidenziato l’esperto – . L’assenza di queste informazioni solleva la preoccupante possibilità che parte o tutta questa ricerca, come la ricerca a Wuhan nel 2016-2019 che probabilmente causò la pandemia di Covid-19, sia stata condotta in modo sconsiderato senza il contenimento minimo di biosicurezza e le pratiche essenziali per la ricerca con un potenziale agente patogeno pandemico”.

Sebbene lo studio non sia correlato a quello del famigerato Istituto cinese di virologia (WIV) di Wuhan, diventato il centro delle controversie sull’origine del Covid durante la pandemia, ha riportato l’attenzione sul rischio di condurre esperimenti pericolosi con i virus. L’origine del Covid non è ancora stata chiarita, anche se il patogeno della pandemia è stato rilevato in diversi campioni ambientali prelevati dal mercato umido di Wuhan, associati spazialmente ai venditori di mammiferi vivi, come cani procione, volpi rosse, istrici, topi, tassi, lepri, marmotte, muntjak della Cina e cervi di piccole dimensioni. Manca però la “pistola fumante”, sebbene sia verosimile che tra questi animali vi fossero esemplari infetti, quali serbatoio intermedio del virus passato da un pipistrello, che in quel contesto avrebbe compiuto il salto di specie all’uomo.

fonte:

continua su: https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/la-cina-sperimenta-una-variante-killer-del-covid-mortale-al-100-nei-topi/

https://www.fanpage.it/

ALLARME ESCALATION? La NATO si prepara alla guerra? Le tensioni mondiali stanno per esplodere!