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martedì 8 novembre 2011

Tiwanaku. La città oltre la porta del sole

I costruttori di queste grandi fondamenta e fortificazioni ci sono ignoti, né sappiamo quanto tempo è trascorso dall’epoca loro, dal momento che oggi scorgiamo solo mura di raffinata fattura, erette secoli e secoli fa. Talune di queste pietre sono consumate e in rovina, e ve ne sono altre talmente imponenti che viene da chiedersi come poté la mano dell’uomo trasportarle fino a dove oggi si trovano. Oserei dire che si tratta delle antichità più vetuste di tutto il Perù … Ho chiesto ai nativi se risalissero al tempo degli Incas, ma gli indigeni, ridendo della domanda, mi hanno ripetuto ciò che ho già detto: vennero costruite prima del regno degli Incas; ma non sapevano indicare o ipotizzare chi o perché le avesse erette”
Pedro Cieza de Leon, 1549 [1]
La città oltre la porta del sole
All’epoca del viaggio di Pedro Cieza de Leon, probabilmente il primo europeo a posare gli occhi sulle grandiose rovine di Tiwanaku e lasciarcene una qualche seppure sommaria descrizione, solo poche rovine restavano a indicare il luogo dove secoli prima era sorta una delle più grandi capitali dell’America pre-ispanica.
Solo recentemente la moderna archeologia ha potuto riconoscere il ruolo di quella che fu certamente una delle più importanti e durature civiltà dell’intero Sud America, la prima a stabilire il proprio dominio su una regione estesa dall’Ecuador a Nord, fino agli altopiani della Bolivia e del Cile.
Tiwanaku fu il primo vero impero andino, un impero paragonabile per forza ed estensione a quello degli Inca, che sarebbe tuttavia sorto solo secoli più tardi, almeno sei, stando alle cronologie attualmente accertate. Tiwanaku domina insieme a Wari l’orizzonte antico dell’archeologia andina: due culture talmente simili e vicine da avere fatto coniare l’espressione di impero Tiwanaku-Wari per indicarne gli immensi possedimenti territoriali e l’ancor più vasta area di influenza.
Nonostante l’enorme importanza rivestita da Tiwanaku come culla della civiltà andina – un ruolo che Tiwanaku si spartisce con l’altra grande cultura madre delle Ande: Chavin de Huantar – , oltre un secolo di indagini archeologiche hanno potuto appena sollevare il velo su di una civiltà che resta ancora in larga parte avvolta nel mistero.
Neppure il vero nome di Tiwanaku ci è noto, Tiwanaku (o Tiahuanaco) essendo un nome Quechua, attribuitogli dagli ultimi arrivati, gli Incas, agli inizi del XV secolo.
Secondo una delle interpretazioni più diffuse, Tiwanaku significherebbe letteralmente “la città di Dio”. Il vero nome di Tiwanaku era però forse Taypikala “la pietra nel mezzo“, o più probabilmente Phoukara, “Luce splendente del Sole“. [2]
Quando gli Incas guidati dal leggendario imperatore Pachacutec giunsero a Tiwanaku per la prima volta, “si sentirono invadere dallo stupore“, come riferisce un manoscritto della conquista: “costruzioni simili non ne avevano mai viste“. [3]
Non sorprende dunque che già a partire dall’epoca Inca le leggende più incredibili e le storie più strane prendessero a circolare sull’identità dei misteriosi costruttori di Tiwanaku. Secondo una nota leggenda Inca, a Tiwanaku, dove il mondo era stato creato, il creatore del mondo Tikki Viracocha inviò i suoi due figli, Manco Capac e Mama Occlo affinché fondassero una nuova dinastia, quella degli Incas. Più ancora che in ogni altro luogo, a Tiwanaku gli imperatori si recavano in pellegrinaggio. E non stupisce certo che il più venerato santuario della Bolivia e forse dell’intero Sud America sorga oggi a Copacabana, a meno di 20 Km dall’antica Tiwanaku.
Tutti sulle Ande sapevano di Tiwanaku, e fino dalla Colombia e dalla lontana Panama i pellegrini giungevano ad ammirare i grandi templi e gli immensi edifici di pietra, affrontando viaggi che potevano durare anche anni.
Eppure, all’epoca degli Inca solo rovine restavano del grande centro cerimoniale. La fine di Tiwanaku resta infatti uno dei molti enigmi irrisolti dell’archeologia precolombiana.
L’intera città sembra essere stata sconvolta da un cataclisma di indescrivibile potenza, che squarciò i palazzi e ridusse i grandi templi, le strade e le piazze ad un unico immenso cimitero, seppellendo tutto sotto una coltre di fango spessa in alcuni punti anche 21 metri, e facendo si che il lago Titicaca, che bagnava anticamente il grande centro cerimoniale, si ritirasse verso l’entroterra di oltre 28 Km. Sebbene in forme ben più modeste, Tiwanaku risorse tuttavia dalle sue ceneri, ridotta ormai a un villaggio nell’area un tempo occupata dall’antico porto, per poi crollare definitivamente e per ragioni tuttora non acclarate intorno all’XI o XII secolo d.C.
Le distruzioni maggiori Tiwanaku dovette tuttavia subirle dopo la conquista, divenuta ormai una sterminata cava di pietre. Intorno alla metà dell’800 le spoliazioni procedevano ad un ritmo tale che una linea ferroviaria dovette essere appositamente costruita per collegare Tiwanaku a La Paz.
Ancora oggi risulta perciò difficile riconoscere molti dei luoghi tanto accuratamente ritratti e disegnati dai viaggiatori europei del tempo.
Agli inizi del ’900 l’ingegnere austriaco Arthur Posnansky fu il primo a intraprendere scavi scientifici a Tiwanaku, tratteggiando dunque per la prima volta un quadro più chiaro dell’antica civiltà dei suoi costruttori.
Sebbene le conclusioni di Posnansky sull’antichità di Tiwanaku, che faceva risalire ad oltre 17,000 anni prima di Cristo, fossero certo esagerate, è a questi primi scavi che dobbiamo la larga parte delle informazioni attualmente note sull’antica fisionomia del sito.
Una serie di grandi edifici, cui vennero attribuiti nomi di fantasia, poterono essere identificati, edifici ai quali altri si aggiunsero nel corso dei successivi scavi degli anni ’50 e ’60.
Il tempio
Tiwanaku. Temple. Tempio Tiwanaku(foto) Ricostruzione ipotetica del Kalasasaya. E. Kiss, “Das Sonnentor von Tiahuanaco”, 1937
Posnansky concentrò principalmente i suoi scavi in un’area che era nota come quella di uno dei più grandi templi di Tiwanaku. Gli scavi portarono alla luce le fondamenta di una grandiosa costruzione rettangolare di 126 per 117 metri, dotata di un monumentale portale d’accesso costituito da un trilite di blocchi di arenaria rossa del peso di diverse decine di tonnellate.
L’intero perimetro della costruzione era scandito da una successione di pilastri monolitici in andesite posti a distanze regolari, alcuni dei quali alti oltre 7 metri e pesanti fino a 40 tonnellate. Sebbene i pilastri risultino oggi pesantemente erosi, alcuni di essi presentano tuttavia chiare indentature destinate all’inserimento di architravi.
Nel corso degli anni ’50, l’originaria fisionomia del grande tempio di Kalasasaya “il tempio dei pilastri“, nome con il quale lo si conosce attualmente, venne completamente sconvolta da una serie di restauri e interventi ricostruttivi: gli spazi tra i pilastri vennero riempiti con muri costruiti di blocchi di calcestruzzo, e l’intera spianata del tempio colmata di terra affinchè la costruzione assumesse l’aspetto di una tozza piramide tronca a due gradoni. Ben poco resta dunque oggi dell’elegante successione di pilastri monolitici che tanta ammirazione aveva suscitato in tutti i viaggiatori da Squier allo stesso Posnansky.
Il riempimento della spianata centrale del tempio ha inoltre avuto la conseguenza di ricoprire definitivamente i resti della straordinaria pavimentazione in lastre di andesite scoperta dallo stesso Posnansky, nonché di occludere la larga parte degli ingressi originari.
Il tempio di Kalasasaya custodisce comunque alcune delle più straordinarie opere d’arte litica dell’antica Tiwanaku. In uno degli angoli della costruzione, lì ricollocato già in antico, si trova quello che è forse il più celebre monumento in pietra dell’intero continente americano. La porta del sole di Tiwanaku è l’unica rimasta di una serie di portali monolitici che dovevano anticamente adornare qualche edificio ormai scomparso dell’antico centro cerimoniale. Sebbene sorga attualmente isolata in un angolo del tempio di Kalasasaya, è tuttavia certo che essa facesse originariamente parte di una facciata scandita da una successione di portali monolitici e da un unico fregio continuo. Il fronte della porta mostra, al centro, una enigmatica figura recante uno scettro in ciascuna mano, circondata da una complessa teoria di figure alate più piccole, alcune con volti umani, altre con teste d’aquila e a loro volta recanti scettri nelle mani, le quali sembrano tutte correre e convergere verso la grande figura centrale.
Tiwanaku RilievoL’interpretazione di questo straordinario rilievo è quanto mai oscura. Una delle teorie più accreditate è quella che si tratti di un elaborato calendario relativo alle fasi di Venere, in cui ciascuna delle figure alate rappresenterebbe un “portatore di giorni” [4].
Altre interpretazioni si sono invece concentrate sulla figura centrale, il cui viso appare circondato da raggi e solcato da lacrime d’oro. Si tratta di una figura ben nota in tutto il mondo andino, talora chiamata con il nome di “Dio degli scettri” o “Dio piangente“.
Esso è ritratto inginocchiato sopra una piramide a tre livelli, al cui interno è raffigurata una stanza più piccola dalla quale si dipartono sette passaggi simili a fiumi o canali per l’acqua.
Proprio i canali per l’acqua sono una delle caratteristiche più singolari e sorprendenti dell’antica Tiwanaku: l’intero sottosuolo appare come solcato da un labirinto inestricabile di tubazioni, canalette e condutture, le quali si trovano in quantità tanto numerosa da indurre a supporre una qualche ignota funzione rituale prima ancora che pratica.
Anche per questo si ritiene che il fregio della porta del sole raffiguri forse un evento reale legato alla storia della città , sullo sfondo di una piramide a tre livelli che è quasi certamente da identificarsi con il Puma Punku, e in cui la data sarebbe riportata per mezzo di un sofisticato sistema di glifi calendariali, tuttora indecifrati, e forse legati ai cicli di Venere.
A breve distanza dalla porta del sole si erge un’altra enigmatica scultura, ribattezzata come “El fraile“. Si tratta di una figura umana, recante due oggetti in ambo le mani e che sembra fissare l’osservatore. Diversamente da altre sculture, è del tutto priva di glifi o altre raffigurazioni, e risale probabilmente all’epoca tarda di Tiwanaku.
Ben più interessante da questo punto di vista risulta invece il monolito Ponce, posto di fronte all’ingresso principale del Kalasasaya quasi a intimorire chi avesse osato attraversare il grande portale. Si tratta anche in questo caso di una figura umana, recante due oggetti in ciascuna mano e con il capo coperto da un’elaborata corona, talora interpretata coma un turbante. L’intera superficie del monolito è ricoperta di glifi simili a quelli della più celebre porta del sole, e la stessa scena con il Dio piangente al centro è raffigurata sul retro del monolito. La scultura, nonostante i caratteri ieratici e le linee geometriche e stilizzate proprie della statuaria di epica Tiwanaku, sorprende tuttavia per l’eccezionale livello di dettaglio e realismo, specie nella rappresentazione delle trecce di capelli e dei simboli che ne coprono i panneggi.
L’uso di collocare simili sculture in posti chiave del centro cerimoniale, come di fronte ai portali o nel centro delle piazze sembra avere avuto una chiara valenza apotropaica, e il significato di queste statue dai tratti enigmatici è probabilmente quello di altrettanti guardiani o vigilanti.
Di fronte al Kalasasaya un’ampia piazza sprofondata custodisce quelli che sono probabilmente alcuni tra i più importanti esempi noti di scultura Tiwanaku.
Questa piazza sprofondata, chiamata anche con il nome di “Templete semi-subterraneo“, presenta su ognuna delle quattro pareti una impressionante successione di teste umane e animali, 48 su ciascun lato. Sebbene la maggior parte sia ormai sfigurata dall’erosione e dal vandalismo, sono tuttavia chiaramente riconoscibili i profili di dignitari stranieri, lama, puma, giaguari, e alcune interessanti teste di pesce.
Il significato di queste “Cabezas clavas“, come vengono comunemente chiamate, è quanto mai oscuro, costituendo forse una galleria di popoli conquistati o simboli ancora una volta apotropaici. E’ invece improbabile che il loro significato sia invece da ricercarsi in antichi riti sacrificali, mai con certezza attestati a Tiwanaku.
La valenza sacrale di questo edificio semi-sotterraneo è altresì testimoniata dalla presenza di numerose stele al centro della piazza. Tra queste, la più celebre è il cosiddetto “monolito barbado”, anche chiamato con il nome di Kon Tiki, e raffigurante un uomo barbuto ritratto in posizione frontale e circondato da un numero di simboli tra cui serpenti e giaguari. La presenza della barba ha dato adito nel tempo a numerose speculazioni sull’identità della figura ritratta, poiché è noto che le popolazioni indigene dell’America meridionale non possiedono barba, un fatto che sembra altresì ricollegabile alla questione tuttora irrisolta dell’origine etnica dei costruttori di Tiwanaku.
A non molta distanza un’altra scultura presenta simili caratteri, ma è purtroppo priva della testa.
Il museo litico di Tiwanaku custodisce poi quella che è forse la più grande scultura litica fino ad ora scoperta sul sito. Scoperto nel 1960 nell’area del Templete semi-subterraneo, il monolito Bennettraggiunge un peso di oltre 30 tonnellate, con un’altezza superiore ai 7 metri. Stilisticamente, si tratta di una scultura pressoché identica a quelle del Kalasasaya, e recante gli stessi caratteri e simboli del monolito Ponce. Ad una identica scultura, ancora più colossale, appartiene forse la grande testa, alta oltre 1,5 metri, rinvenuta non distante dalla base della piramide Akapana e priva di corpo.
La piramide
Quella che è oggi nota con il nome di Akapana, un edificio piramidale a sette livelli rivestito di ciclopici blocchi di arenaria e andesite lavorata, fu per secoli semplicemente conosciuta come “La carrera” – la cava – , nome che ben lascia intuire quanto di questo straordinario edificio sia andato perduto nel corso dei secoli. Con una base di circa 180 metri di lato e un’altezza di 35, oggi ridotti a meno della metà , l’Akapana è una delle più grandi piattaforme artificiali al mondo. Diversamente dalle grandi piramidi mesoamericane, la piramide Akapana presenta una base di forma scalonata, la quale richiama nella pianta una croce andina. Sette gradoni o piattaforme sovrapposte si innalzavano originariamente fino ad un’altezza di circa 35 metri, attraversate da imponenti scalinate fiancheggiate a loro volta da piedistalli e statue di basalto nero.
Alcune di queste statue, recentemente portate alla luce, raffigurano con tratti straordinariamente plastici e precisi le fisionomie di puma seduti o figure umane in pose ieratiche, simili ad atlanti. L’ascesa alla sommità della piramide era probabilmente scandita da una successione di portali monolitici in andesite, dei quali solo uno resta attualmente in situ, caduto e spezzato in più parti.
Quasi nulla si conosce invece dell’enorme tempio che certamente sorgeva sulla sommità della piramide. Dai pochi resti rimasti è chiaro che si trattasse di una costruzione colossale, dotata di una serie di ampi portali di accesso e con un tetto anch’esso in pietra e sorretto da pilastri. Attualmente dell’antico tempio solo due file parallele di pilastri, tuttora semisepolti, restano a indicare la posizione di quello che era probabilmente uno dei due ingressi principali, precisamente orientati verso il sorgere ed il calare del sole.
La sommità della piramide venne invece completamente squarciata da cacciatori di tesori, che vi aprirono una enorme voragine. I pochi elementi decorativi superstiti testimoniano dell’antico splendore di questo tempio, interamente costruito di enormi blocchi di andesite perfettamente giuntati.
Tiwanaku piramideCiò che ha destato tuttavia il maggiore interesse è quanto si potrebbe trovare sotto al tempio stesso. L’intera piramide risulta infatti attraversata da un dedalo di passaggi, tubazioni e condutture, a loro volta intersecate da pozzi verticali e collettori più piccoli. Si tratta di un’opera ingegneristica con pochi eguali nel mondo antico, al punto da suggerire ardite analogie con gli identici condotti all’interno della grande piramide di Ghiza e dar così vita ad una incredibile successione di ipotesi e speculazioni riguardo all’esistenza di camere segrete all’interno o al di sotto della piramide. Recenti esplorazioni condotte per mezzo di rover teleguidati hanno evidenziato la perfetta tecnica costruttiva delle condutture, alcune delle quali larghe meno di 60 cm e dotate di un tracciato insolitamente tortuoso che sembra contrastare con la loro presumibile funzione di condutture di scarico per le acque piovane. Tra gli anni ’30 e ’40 un ampia sezione di un condotto discendente venne parzialmente portata alla luce. Di questa vera e propria “cloaca maxima”, come venne ribattezzata, restano oggi ben poche tracce, se si eccettuano gli sbocchi dei numerosi collettori laterali, il cui scavo risulta tuttavia quanto mai difficoltoso per via delle dimensioni estremamente esigue dei passaggi.
Tiwanaku piramideUno degli enigmi più affascinanti offerti dalla piramide è rappresentato dalla presenza di un forte campo magnetico, che le guide locali non mancano di fare rilevare posando una bussola al suolo sulla sommità della piramide [5]. Si tratta di uno dei più chiari indicatori dell’esistenza di grandi masse metalliche nel sottosuolo. Potrebbe trattarsi di un fenomeno naturale, la ragione forse del peculiare orientamento della grande piramide 15 gradi ad Est del Nord, come anche della conseguenza della presenza di grandi quantità di oggetti metallici nel sottosuolo.
Una investigazione sistematica dei fianchi e del sottosuolo della piramide Akapana è tuttora in corso, ed è probabile che numerose sorprese possano giungere in futuro dai suoi scavi. Ha recentemente suscitato un notevole interesse la scoperta di una ricca sepoltura nei pressi della piramide, contenente un gran numero di oggetti in bronzo e oro, testimonianza della ricchezza e della raffinatezza delle classi sacerdotali dell’antica Tiwanaku.
A non molta distanza dall’Akapana, una trincea di scavo e diversi grandi blocchi di pietra sparsi segnalano la posizione di un piccolo edificio sacro dotato di una sfarzosa decorazione a rilievo, cui è stato attribuito il nome di Kantat’Allyta.
La maggior parte dei blocchi risultano decorati con simboli cruciformi che richiamano il diffuso motivo scalonato della croce andina, evidente nella pianta di molti edifici del centro cerimoniale.
Uno dei pezzi più degni di nota è costituito dall’elemento monolitico di un portale ad arco ribassato, finemente decorato con raffigurazioni di “angeli” o figure alate. Diversamente dalle pose ieratiche della porta del sole, qui le figure sembrano dotate di un particolare dinamismo, quasi fossero state ritratte nell’atto di librarsi nell’aria.
Solo alcune lastre pavimentali restano invece a indicare la posizione del tempio vero e proprio. Sembra inoltre che l’interno del tempio contenesse un sacello più piccolo contenente a sua volta un raffinato modello architettonico. Si tratta quasi certamente di un sacello eretto al fine di commemorare l’erezione di un qualche grandioso edificio, la cui pianta è vagamente ricostruibile sulla base del modello architettonico come composta di un’ampia sala colonnata affacciata su di un cortile infossato e dotata di numerose scalinate di accesso. L’importanza dell’edificio è facilmente desumibile dalle enormi dimensioni del modello, misurante circa 4 metri per 5, con un peso aggirantesi nell’ordine delle 70 tonnellate.
Degna di nota è altresì la straordinaria qualità tecnica raggiunta dagli antichi costruttori nell’assemblaggio dei blocchi litici, ben attestata da una serie di incastri a coda di rondine che garantivano una perfetta tenuta dei giunti pavimentali.
La presenza di una diffusa patina di ossido di ferro su molti dei blocchi, che pure possiedono un tenore molto basso in minerali ferrosi, ha in passato dato adito a numerose ipotesi, tra cui quella della presenza di ferro tra le rovine di Tiwanaku, ipotesi tuttavia non confermata da altri rinvenimenti.
Il palazzo dei sarcofagi
Situato sul retro del grande recinto sacro di Kalasasaya. Il cosiddetto Potuni, o palazzo dei sarcofagi , costituisce uno degli edifici più importanti dell’antico centro cerimoniale.
Si tratta di un edificio a pianta rettangolare, dotato di un elaborato portale doppio, del quale restano tuttavia solo alcune fondamenta, e circondato da alte mura di pietra.
Il nome attuale di “palazzo dei sarcofagi” deriva dalla presenza lungo le pareti di numerose celle seminterrate, aventi una probabile destinazione sepolcrale come depositi per mummie e offerte rituali. La costruzione delle celle risulta particolarmente accurata, con lati diritti e mura di pietra finemente giuntate. Le celle erano quindi ricoperte da ampie lastre di andesite piane, e dotate in alcuni casi di una porta costituita da una lastra di pietra scorrevole.
Molto simile sembra essere stato anche il vicino ma molto più rovinato Keri’Kala, la cui destinazione era tuttavia più probabilmente di tipo palaziale. Del grande edificio restano attualmente solo alcuni pilastri monolitici, detti appunto Keri’Kala o “pietre di fuoco”.
Una successione di bassi monticcioli non scavati segnala invece la presenza di diverse piramidi o piattaforme cerimoniali in quest’area. E’ qui che si trova la celebre porta della luna – anche nota come porta del Pantheon, dal nome attribuito all’edificio in cui venne trovata -.
Si tratta di un portale monolitico simile alla porta del sole ma più stretto. Il fregio originario, anch’esso simile a quello della porta del sole, risulta tuttavia frammentario o mancante. La porta della luna pare essere dello stesso tipo di un’altra meno nota porta monolitica, detta porta delle stelle, la cui collocazione originaria risulta tuttavia ignota, in quanto reimpiegata come soglia di abitazione nel moderno pueblo di Tiwanaku (attualmente, la porta, molto rovinata e priva del fregio, si trova all’ingresso del nuovo museo litico del sito).
Recenti scavi hanno portato alla luce nell’area resti di una notevole pavimentazione costituita da enormi lastre di andesite piane disposte orizzontalmente, che pare una continuazione della pavimentazione del vicino Kalasasaya, oggi non più visibile in quanto sepolta sotto i restauri moderni.
Nel corso degli stessi scavi hanno altresì potuto essere riportati alla luce alcuni tratti di condutture litiche in andesite aventi una insolita sezionale ottagonale, il cui tracciato sembra correre intorno all’intero perimetro del Potuni per poi proseguire per mezzo di un collettore forzato nel sottosuolo.
La porta del Leone
A circa 1,5 Km dal centro cerimoniale sorgono i resti consumati dal tempo di un edificio ancor più grandioso. Un breve cartello esplicativo all’ingresso del sito chiarisce che si tratta del più importante tempio Tiwanakota; e certamente dai pochi resti sparsi è facile intuire quanto splendido questo edificio fosse anticamente stato, con i suoi perfetti muri di andesite, gli enormi blocchi monolitici e le pareti coperte d’oro e argento.
I primi scavi di Puma Punku si svolgevano in un periodo che assisteva alla riscoperta dei resti della metropoli messicana di Teotihuacan, fatto non privo di conseguenze sulla lettura e interpretazione dei monumenti boliviani di Tiwanaku. L’improvvisa fascinazione messicana fece vedere in Tiwanaku un grande centro cerimoniale sul modello di quelli messicani, dove pure dominava la mole di due piramidi: quella del sole e della luna.
Il Puma Punku non fu tuttavia mai una piramide. Fu invece una grandiosa piattaforma cerimoniale, sovrastata da imponenti edifici in pietra e sfarzosi palazzi.
L’attuale nome di Puma Punku, “la porta del leone“, deriva dalla scoperta, avvenuta in epoca coloniale, della statua di un puma o leone di montagna tra i resti della grande piattaforma. E’ più probabile che il nome di Puma Punku sia in realtà una distorsione del più antico toponimo di Uma Punku, “la porta dell’acqua“. Il grande palazzo che vi sorgeva era invece probabilmente noto con il nome di Tunka Punku, o “palazzo delle dieci porte“.
La posizione del Puma Punku in prossimità dell’antico porto, suggerisce che questa fosse la principale porta d’accesso al centro cerimoniale per i pellegrini provenienti dalla regione del Titicaca. La prima vista del centro cerimoniale sarebbe stata splendida: un enorme edificio di pietra ricoperto di sottili lamine d’oro e scintillante al sole, scandito da una successione di portali monolitici i cui riflessi si proiettavano in ampie vasche riempite d’acqua.
E’ stato notato che sebbene Tiwanaku sia letteralmente dominata dalla mole imponente del Nevado Illimani, la montagna è completamente nascosta da una vicina catena di colline, così che solo salendo i gradini del Puma Punku e della grande piramide Akapana ci si sarebbe trovati di fronte l’imponente mole della montagna sacra, circondata dai monti innevati della Cordillera Real. Un effetto scenografico di rara bellezza, e certo deliberatamente ricercato dagli antichi costruttori del sito.
Il tempio principale del Puma Punku, affacciato su di una vasca cerimoniale o piazza sprofondata, è una delle costruzioni in pietra più grandi del nuovo mondo, in cui a blocchi di pietra di 440 tonnellate ne seguono altri più piccoli, di 200, 100, e via via fino a quelli di 80 e 40 tonnellate.
Il Puma Punku colpisce per la dimensione dei blocchi, ma colpisce anche per la raffinatezza della decorazione scultorea. Ovunque giacciono sparsi al suolo parti di quelli che furono portali, finestre, nicchie o semplici blocchi di pietra. In nessun luogo del nuovo mondo, e probabilmente neppure del vecchio, si trova traccia di una lavorazione della pietra tanto precisa e raffinata: i costruttori di Tiwanaku scolpirono autentiche meraviglie nella durissima andesite: blocchi di pietra tagliati con tolleranze millimetriche, enormi portali monolitici pesanti tonnellate, e ancora pietre per le quali è impossibile anche solo supporre una qualsiasi funzione. Come in un gigantesco gioco a incastri, ogni blocco era progettato per incastrarsi perfettamente con quelli adiacenti tramite un complesso sistema di indentature, incavi e morsetti metallici. Dai pochi frammenti rimasti, sembra che anche il tetto di questi straordinari edifici fosse costituito di enormi lastre di pietra.
Recenti scavi hanno portato alla luce nella zona del Puma Punku i resti di almeno tre grandi portali monolitici, in tutto simili alla porta del sole, ma mancanti del fregio. Solo uno dei portali rinvenuti presenta tracce di un fregio a losanghe intervallate da simboli solari, troppo rovinato tuttavia per consentire ricostruzioni di alcun tipo.
Alcune trincee di scavo aperte nell’area centrale del Puma Punku hanno portato alla luce le estremità di grandi pilastri di andesite, forse parte dell’originaria facciata del Puma Punku.
A non molta distanza dal Puma Punku sorgono invece i resti colossali e sconvolti dal cataclisma del grande porto di Tiwanaku, anch’esso costituito di filari su filari di enormi lastre monolitiche. Dalla zona del porto proviene anche un curioso bassorilievo ribattezzato “El secretario” o “Escretorio del Inca”. Si tratta di un elegante modello architettonico, purtroppo frammentario e molto rovinato, raffigurante un edificio a due o tre livelli costituito da una successione di portali monolitici sovrastati da finestre e nicchie cieche. Si tratta di un tipo di facciata ricorrente nell’architettura Tiwanaku, per cui risulta difficile ricondurre tale modello ad uno qualsiasi degli edifici attualmente noti.
Recenti ipotesi hanno posto in evidenza le notevoli analogie con la probabile facciata del Puma Punku ed i residui elementi che si conservano in situ. Si tratta tuttavia di un’ipotesi dotata di una base di prove alquanto esigua. I portali risultano infatti troppo ravvicinati per consentire un’identificazione con quelli del Puma Punku, ben più larghi e distanziati. Le somiglianze aumentano se si considerano invece le porte monolitiche dette della luna e delle stelle, il cui sito d’origine è tuttavia sconosciuto.
Questo modello, insieme a quello del Kantat’ Allyta, costituisce una testimonianza preziosa dell’architettura Tiwanaku, offrendo un quadro più preciso del probabile aspetto di questi edifici.
Recenti scavi hanno altresì condotto alla scoperta di un esteso insediamento di epoca Inca nella zona del Puma Punku, il quale, trovandosi nell’area un tempo occupata dall’antico porto, testimonia altresì del completo interramento di quest’ultimo [6]. Mentre il Puma Punku sembra avere sofferto pesanti danni dall’occupazione Inca, la restante parte del centro cerimoniale sembra essere stata invece completamente ignorata, né risulta attestato alcun tipo di frequentazione in epoca tarda nella zona dell’Akapana, che venne apparentemente abbandonata e sfruttata già dalla tarda epoca Inca come cava di pietra, tradizione che proseguirà poi per tutto il periodo coloniale.
Anche a Puma Punku si trovano raffinati esempi della perizia e dell’alto livello raggiunto dalla scienza idraulica di Tiwanaku. Un tratto di canale recentemente portato alla luce risulta costituito di una successione di grandi blocchi di pietra da taglio giuntati per mezzo di morsetti metallici. Stranamente, l’eccezionale stato di conservazione dei paramenti murari e l’assenza di ogni traccia di erosione da acqua suggerisce che questo canale non sia mai servito come scarico per le acque, ed è dunque probabile che la reale funzione di queste straordinarie condutture sia da ricercarsi nei significati simbolici attribuiti all’acqua prima ancora che in una qualsiasi funzione di tipo pratico.
Stabilire una data
A quando risale Tiwanaku? Fino ad ora gli archeologi hanno potuto identificare tre principali fasi nella cultura Tiwanaku, denominate aldeana (o formativa), classica e finale (o espansiva), succedutesi a partire dal 1500 a.C. fino al 750 d.C. circa. [7]
Si tratta tuttavia di datazioni che, per ammissione delle stesse autorità archeologiche boliviane, riguardano principalmente i manufatti ceramici, mentre risulta difficile stabilire una data anche solo approssimativa per le strutture in pietra.
Un ulteriore aspetto degno di nota è l’incomprensibile sviluppo urbano di Tiwanaku. Si tratta di un aspetto non privo di implicazioni sul problema della datazione, e che pare suggerire un’origine ben più antica del sito come centro cerimoniale.
In netto contrasto con la geometrica precisione dei suoi edifici e con gli accurati orientamenti astronomici, l’abitato di Tiwanaku sorse senza il minimo progetto urbanistico e in modo apparentemente casuale. Diversamente dai centri Wari, veri capolavori di pianificazione urbana, dotati di strade diritte e isolati a scacchiera; l’abitato di Tiwanaku sembra essere sorto in modo del tutto disordinato attorno al centro cerimoniale. La ricerca di un qualche asse viario principale, sul modello dei siti Wari e centroamericani, si è rivelata fino ad ora del tutto infruttuosa.
Le stesse abitazioni paiono di qualità modestissima, certo non quanto ci si aspetterebbe per la raffinata casta politica e sacerdotale di un potente impero. Si tratta nel più dei casi di edifici di una o due stanze, con pareti di mattoni di fango inframezzati ad adobe e rozze coperture di paglia o giunchi. Una possibile spiegazione di questa apparente contraddizione risiede forse nella natura stessa di Tiwanaku in quanto centro cerimoniale. Più che di una vera e propria città , si sarebbe dunque trattato di un santuario, circondato da alloggi per i pellegrini, inadatti tuttavia ad una occupazione stabile e prolungata. Il numero e la quantità degli alloggi fanno presupporre che Tiwanaku potesse accogliere in occasione di particolari festività folle nell’ordine delle 40.000 o anche 60,000 persone.
Un aspetto che lascia sconcertati nelle rovine e nel paesaggio quasi lunare di desolazione che circonda Tiwanaku è l’apparente assenza di risorse agricole in quantità sufficiente al sostentamento di una vasta popolazione urbana. Difficilmente dunque lo sterile altipiano, con le sue proibitive condizioni ambientali, avrebbe potuto offrire sostentamento in modo stabile e continuativo ad una popolazione in costante aumento. A queste stesse conclusioni era giunto già Squier nel 1877:
“Non è questa una regione che possa offrire nutrimento o sostentamento per una gran massa di persone, e certamente non è un’area dove ci si potrebbe aspettare di trovare una capitale. Tiahuanaco forse fu un luogo sacro o un santuario, la cui posizione venne fissata casualmente, in base a un auspicio o ad un sogno. Mi è difficile credere che fosse la sede di un qualche potere centrale.” [8]
Sebbene l’agricoltura Tiwanaku, quale risulta attestata dai molti centri minori gravitanti nell’orbita del grande centro cerimoniale fosse straordinariamente avanzata per l’epoca, basata su di un’articolata rete di canali e isolotti in grado di prevenire la formazione di permafrost, difficilmente ciò avrebbe tuttavia potuto offrire condizioni adatte allo sviluppo di una grande capitale imperiale.
Ed è altresì difficile individuare una qualsiasi ragione logica per cui popolazioni provenienti dalle fertili vallate andine abbiano consapevolmente deciso di insediarsi in una regione tanto sterile e inospitale, priva di ogni tipo di risorsa naturale al punto che la stessa pietra da costruzione doveva essere importata da cave situate a molte decine di kilometri di distanza.
Questi elementi suggeriscono che le ragioni della sacralità di Tiwanaku risalissero indietro nel tempo fino ad epoche estremamente remote, e che la sacralità di Tiwanaku fosse più legata alla sua venerabile antichità o a qualche ignoto evento del suo passato che ad una qualunque altra ragione.
Recentemente hanno destato scalpore le dichiarazioni di Oswaldo Rivera, già direttore dell’INAR, l’istituto nazionale di archeologia boliviano, secondo il quale i resti di almeno cinque diverse metropoli si troverebbero sepolti al di sotto dell’odierna Tiwanaku, ad una profondità superiore ai 21 metri. Se queste scoperte fossero confermate, aggiungerebbero ulteriori elementi in favore delle discusse tesi formulate da A. Posnansky nel corso degli scavi dei primi anni ’30 e ’40, e secondo il quale Tiwanaku insisterebbe sui resti di una metropoli molto più antica di almeno 17,000 anni.
Posnansky basò queste sue conclusioni su oltre 40 anni di scavi condotti sul sito, accompagnati da un attento studio degli allineamenti astronomici e solstiziali. In particolare, Posnansky fu il primo ad osservare come i pilastri e il portale del Kalasasaya costituissero un elaborato orologio solare progettato per essere precisamente allineato alla posizione del sole ai solstizi e agli equinozi in un periodo compreso tra 17,000 e 10,450 anni prima di Cristo [9]. I calcoli precessionali sviluppati da Posnansky e Rolf Muller presso l’osservatorio di Potsdam, seppure successivamente corretti verso la più recente delle due date, costituiscono un’evidenza solo recentemente riconsiderata dagli archeologi boliviani. Si tratta di una data che, seppure in contrasto con i risultati di tutte le più recenti datazioni radiometriche relative a campioni prelevati sul sito, è stata tuttavia ripetutamente confermata da più recenti e accurati studi relativi al sistema degli allineamenti archeoastronomici.
Poiché è difficile immaginare un qualunque tipo di cultura urbana in un’epoca tanto remota e in un continente dal popolamento relativamente recente come quello Sud-americano, l’ipotesi più probabile è quella di un riferimento voluto ad una specifica data del passato da parte dei costruttori del grande centro cerimoniale, che si adeguarono dunque ad un progetto architettonico intrapreso forse in forme ben più modeste migliaia di anni prima.
Il significato stesso di questa data così remota resta sconosciuto, sebbene sia stata suggerita una qualche attinenza con il misterioso fregio calendariale della porta del sole. Questo sembra infatti descrivere un evento reale appartenente al passato della città , in cui un ignoto personaggio, talora identificato con Viracocha, il cui culto da Tiwanaku si diffonderà in tutta l’area andina, avrebbe ricevuto a Tiwanaku l’omaggio di 72 delegazioni straniere, simboleggiate dal motivo dell’angelo dello scettro.
Restano invece sconosciute le ragioni per cui un tale evento avrebbe dovuto essere ritenuto tanto importante da perpetuarne il ricordo per le successive generazioni, al punto da essere ossessivamente rappresentato in tutte le manifestazioni artistiche delle culture Tiwanaku e Wari, influenzando profondamente la stessa cultura Inca.
Il mistero delle origini
Altrettanto misteriosa risulta essere l’origine dei fondatori di Tiwanaku. Recenti indagini compiute su un campione di 18 scheletri rinvenuti sul sito hanno offerto un quadro assolutamente sconcertante dell’origine etnica dei Tiwanaku [10]. Sui 18 campioni analizzati, 13 risultarono possedere marcatori compatibili con quelli di gruppi etnici di tipo amerindio, mentre 5 risultarono possedere marcatori non attestati tra i gruppi etnici originari del Nuovo Mondo. Ciò potrebbe suggerire una origine diversa da quella degli attuali amerindi, o l’appartenenza ad un ceppo etnico successivamente estintosi o per qualche ragione scomparso dal continente americano. Va detto altresì a tale riguardo che nella regione del Titicaca la tribù degli Uros, attualmente estinti, era nota per via dei curiosi caratteri genetici che ne facevano una popolazione dalla pelle insolitamente pallida, presso la quale non erano infrequenti caratteri come occhi o capelli chiari, caratteristiche che tuttora si riscontrano presso gli indios Chachapoya del Nord del Perù.
Pure sorprendenti appaiono i risultati relativi ai campioni di tipo amerindio, in cui il gruppo più numeroso sembra essere stato costituito da popolazioni di provenienza amazzonica, subito seguite da popolazioni Aymara indigene dell’altopiano. Se l’individuazione di caratteri Aymara, tuttora il gruppo etnico dominante nella regione del Titicaca, non desta sorprese, le stesso non si può dire della preminenza di caratteri etnici di tipo amazzonico.
Il quadro che ne emerge è quello di una società fortemente cosmopolita, caratterizzata da una commistione di razze e gruppi etnici diversi, in cui la componente di gran lunga più numerosa sembra essere stata costituita da individui di ceppo amazzonico. Ciò getta altresì una nuova luce sui rapporti fino ad ora poco esplorati tra le civiltà delle Ande e l’area amazzonica, dove sembra possibile individuare l’origine etnica di una parte delle attuali popolazioni andine.
Tale quadro sembra altresì offrire una possibile soluzione al mistero delle origini dell’architettura monumentale Tiwanaku, apparentemente priva di legami con le vicine culture Wari, Chiripa e Wankarani che, pure presentando caratteri simili a quelli che caratterizzeranno il successivo sviluppo della cultura Tiwanaku, non conobbero tuttavia mai l’architettura monumentale in pietra, le cui radici potrebbero dunque radicarsi in qualche punto sconosciuto dell’area amazzonica.
Note nel testo
[1] Cieza de Leon, Pedro; Cronica del Peru, 1549 in W. Westphal, “Gli Inca”, Bertelsmann, 1985
[2] Escalante Moscoso, Javier F. ; Arquitectura prehispanica en los Andes bolivianos, Cima Ed., La Paz, 1997
[3] Cobo, Barnabé (1599 è 1657); Historia del Nuevo Mundo.
[4] Bellamy, H.S. “The calendars of Tiahuanacu”, Faber & Faber, London, 1956
[5] Si veda a riguardo l’intervista rilasciata da Alexei Vranich al sito www.archaeology.org
” Just about every guide to the site places a compass on the Akapana pyramid stone to show its magnetic properties. I’ve never paid much attention to this since the compass effect is a natural property of the stone. However, Tiwanaku is full of alignments–solar and lunar towards natural features on the landscape–I would be interested in investigating”
Trovo personalmente le conclusioni di Vranich riguardo all’origine del campo magnetico dell’Akapana alquanto lacunose: qualora si trattasse, come sostiene di una proprietà naturale della pietra, perchè il fenomeno si verifica esclusivamente sulla sommità della piramide e non altrove? E inoltre, è sufficiente il debole paleomagnetismo delle rocce a spiegare un campo magnetico tanto forte da fare deviare le bussole rispetto al vero Nord?
[6] Reconfiguring sacred space: The Inkas and the Pumapunku pyramid at Tiwanaku, Bolivia, in Revista de Antropologia Chilena, vol 36, n. 2 , jul 2004, pp 337- 350
[7] Kolata, Alan, The Tiwanaku, Blackwell, Oxford, 1993
[8] Squier, Ephraim G. , Peru, 1877
[9] Posnansky, Arthur, Tihuanacu, the cradle of American man, J.J. Augustin, New York, 1945
[10] mtDNA analysis of skeletal remains from the archaeological site of Tiwanaku and its relation to the origins of its builders, in Revista de Antropologia Chilena, vol. 35, n. 2, jul 2003 pp 269-274.

Nazca senza marziani.

    Il deserto meridionale del Perù attira da sempre l’interesse di curiosi e studiosi, in quella terra aspra e isolata segnata dalle fiumane torrentizie che servono da affluenti al Rio Grande comparivano all’improvviso, come sorti dal nulla, i giganteschi petroglifi della Pampa de Nasca, un insieme di gigantesche figure umane, animale e geometriche incise nel terreno, totalmente incomprensibile ai visitatori.
  Le linee di Nasca sono rimaste a lungo al margine della ricerca archeologica lasciando spazio a delirante fantasie. Fra le più diffuse quella che attribuiva un origine aliena all’opera, pienamente fruibili solo dall’alto le incisioni sarebbero state segnali per astronavi. Ovviamente una teoria di questo tipo non meriterebbe neppure di essere ricordata ma presenta in realtà alcuni istruttivi insegnamenti come il rischio che gli ambiti lasciati scoperti dalla scienza ufficiale divengano terreni di conquista per ciarlatani; di come questi riescano ad influenzare l’opinione corrente e, più inquietante, una componente di tipo razzista sempre sottesa a queste teorie. Non è casuale che gli alieni vengano spesso evocati in relazione alle più grandiose produzioni del mondo africano e amerindio, moderna versione di un colonialismo culturale incapace di ammettere il genio creatore di queste genti sostituito da assurde costruzioni mentali.
  IL destino di Nazca è cambiato a partire dal 1982 con l’avvio di una grande impresa archeologica italo-peruviana al cui ideatore, mentore e protagonista, Giuseppe Orefici, dobbiamo essere enormemente gradi per aver spazzato via in un colpo decenni di deliranti proposte. La presentazione degli ultimi risultati del “progetto Nazca” mi spinge a scrivere queste righe, totalmente debitrici nei confronti del Professor Orefici e dei suoi collaboratori, sperando che anch’esse possano contribuire – nel loro piccolo – a sconfiggere le tenebre della fantasia ufologica.
  Gli scavi hanno finalmente tolto i petroglifi del loro misterioso isolamento definendo un quadro totalmente diverso per quest’angolo di Perù in un momento corrispondente all’Impero Romano. La valle di Nazca appare il centro di una civiltà potente ed evoluta, capace di esportare la propria cultura in un areale vastissimo. Una complessa rete di canalizzazioni permetteva di trasformare il deserto in una distesa coltiva fertile e produttiva sulla quale dominavano la mole della grande piramide di Cahuachi e l’infinito potere dei suoi sacerdoti-sovrani.
  Cahuachi è forse fra le scoperte più impressionanti dell’ultimo ventennio, forse il più grande complesso architettonico in mattone crudo del mondo, testimonia la ricchezza e la potenza delle aristocrazie sacerdotali nazca. Luogo sacro fin dal passato più remoto, le frequentazioni cultuali sembrano cominciare intorno al 4400 a.C., Cahuaci si trasforma in epoca nazca nel cuore di un impero teocratico capace di imporre il proprio dominio su una vasta area del mondo andino almeno fra il 400 a.C. e il 400 d.C. e di creare una cultura che sopravviverà per altri due secolo dopo la caduta dello stato imperiale.
  Per quanto ancor poco si conosca della cultura e delle religione dei nazca la scoperta della “Grande Piramide” non solo toglie i petroglifi dal loro isolamento ma fornisce puntuali confronti iconografici, specie per le figure teriomorfe per le quali si ritrovano puntuali confronti con l’immaginario figurativo dell’arredo mobiliare dell’area sacra. Le stesse figure incise nella pietra del deserto ricompaiono sfolgoranti di colore nei tessuti, nelle ceramiche, nelle zucche incise e dipinte rinvenute dei sacelli del tempo, eco di un universo religioso ancora in gran parte non spiegato, popolato da serpenti con testa felina, uccelli, orche dal volto umano, scimmie, giaguari. Forse immagini delle forze ancestrali della natura pacificate con la mediazione dell’oligarchia teocratica di Cahuachi.
  Da questo punto la piana dei petroglifi appare come la continuazione dell’area sacra, una sorta di spazio divino aperto alternativo e contrapposto a quello monumentale e costruito, secondo un processo di duplicazione simbolico-funzionale molto frequente nell’immaginario delle popolazione americane.
   Come quella della piramide anche l’area dei petroglifi appare come uno spazio già connotato in senso religioso. I rilievi più antichi appartengono sicuramente ad un orizzonte culturale molto diverso, quello della civiltà costiera di Paracas (a partire dal 750 a.C.) il cui immaginario religioso era dominato dal culto eroico degli antenati cui verosimilmente vanno riportati i più antichi petroglifi di Nazca, raffiguranti figure umane gigantesche con il capo circondato da raggi solari – o da grandi diademi piumati – secondo moduli propri del tardo stile Paracas che può scendere fino intorno al 100 a.C.
  A partire da quella data le forme trionfanti dello zoomorfismo nazca prendono il sopravvento e la pianura si popola di immensi animali, spesso integranti figure precedenti. Per quanto non ancora chiarita l’area sembrerebbe destinata a funzioni liturgiche e processionali, appare suggestivo immaginare variopinte processione che snodandosi lungo le linee incise davano vita alle gigantesche figure sotto lo sguardo protettivo delle stesse divinità che dall’alto guardavano i propri devoti. La funzione processionale – o almeno liturgica – sembra confermata dalle fasi post-nazca quando l’area continuò ad essere utilizzata a questo scopo nonostante il crollo della teocrazia di Cahuachi e dei suoi dei teriomorfi. I petroglifi più tardi, di epoca Huari (550-1000 d.C.) e Ica-Chincha (1000-1435 d.C.), si limitano ad ampi spazi geometrici delimitanti aree cerimoniali integrate dalla costruzione di altari o altre strutture in pietra.
  L’isolamento dei petroglifi si collega anche al tracollo della civilta di Nazca di cui cominciano ad essere chiare le dinamiche. Un concatenarsi di eventi calamitosi nel corso del IV d.C. dovuti all’integrazione fra gli squilibri climatici portati dal Nino e dall’eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali praticato dalla popolazione locale. La crisi ecologica divenne crisi sociale, il potente regime teocratico avevo retta il suo potere sul suo ruolo di mediazione con gli Dei, ma questi avevano abbandonato il popolo e il consenso della classe dominante si sgretolo con l’aumento della crisi.
  Il tracollo dell’impero di Cahuachi non comportò però la fine della cultura nacza che continuò a sopravvivere per alcuni secoli seppur in un conteso sociale molto diverso, caratterizzato da una frammentazione territoriale e dall’emergere di potentati laici, di natura guerriera. Soltanto dopo il 600 d.C. la cultura nazca sembra scomparire totalmente, ormai quelle aree sono parte di una nuova realtà imperiale, quella Wari. Ma all’interno del nuovo impero il territorio di Nazca presenta insolite particolarità, nella loro espansione imperiale i Wari assorbono le culture sottomesse, le integrano, ne fanno propri gli aspetti migliori, mentre a Nazca l’invasione sigilla definitivamente il passato, i conquistatori cancellano ogni traccia della cultura locale. Gli antichi Dei di Nazca e quello che rimaneva della loro casta sacerdotale erano forse ancora troppo pericolosi per una nuova realtà statale in costruzione.
 La ricerca archeologica a ripoartato i petroglifi di Nazca nella storia e nella cultura dell’America antica, tracciando un quadro di gran lunga più suggestivo di tutti i deliri ufologici. La grandezza della creazioni umane e nella storia stessa delle culture che le hanno prodotto. Lasciamo i marziani a casa loro.  
 

giovedì 3 novembre 2011

La sindrome del Golfo: 132 mila persone ammalate nei soli Stati Uniti

Marzo 1991, Golfo Persico. 
L'operazione Desert Storm si conclude con un trionfo. Le truppe alleate contro Saddam Hussein invadono l'Irak meridionale liberando il Kuwait occupato mesi prima dall'esercito del dittatore di Baghdad. Otto settimane di combattimenti e "solo" 500 morti. Una "guerra pulita" esultano gli stati maggiori.

Sono passati dieci anni e da allora, recitano le statistiche, solo negli Stati Uniti si sono ammalate più di 132 mila persone, un veterano su cinque. Di questi, più di 25 mila sono stati colpiti da malattie sconosciute, non diagnosticate, che sono state raggruppate per comodità sotto l'espressione "Sindrome del Golfo".
«Malati di uranio?», si chiede in una recente inchiesta il quotidiano francese Le Monde, «Di petrolio? Di gas neurotossici? Di inquinamento chimico? Di farmaci sperimentali che gli sono stati somministrati per proteggerli? Di vaccinazioni a oltranza? O di tutto questo insieme? Mistero».

La storia
Alla fine del conflitto, subito dopo il rientro a casa, le condizioni di salute di molti veterani iniziano a peggiorare. Stanchezza cronica, emicrania, vertigini, perdite di memoria, diarree, problemi dermatologici o respiratori, influenze a ripetizione, articolazioni doloranti: i sintomi non corrispondono a niente di conosciuto. A volte, da queste prime espressioni del male, si passa velocemente ad altre, ben più gravi: depressione, problemi alle ossa e poi malattie degenerative del cervello, linfomi, tumori. E i medici? "Stress da servizio" diagnosticano. Intanto, i problemi sembrano trasmettersi anche alla prole dei soldati. Numerosi, infatti, i casi di bambini nati con gravi malformazioni.

I "caduti" a causa della Sindrome del Golfo così come i soldati ritornati dalla Bosnia e dal Kosovo hanno una caratteristica comune. Non sono caduti sul campo, e quindi vengono rifiutati dalla medicina militare e negati dagli stati maggiori. Hanno dovuto lottare perché la loro situazione venisse riconosciuta. Così, negli Stati Uniti è stata approvata una legge nel 1998 e oggi la malattia viene rubricata come tale. Ma, quanto a spiegazioni sulle sue origini e a terapie efficaci, ancora si brancola nel buio. I primi studi avviati dal governo americano (con uno stanziamento di 150 milioni di dolari), infatti, sono approdati a nulla, anche per la mancanza di dati.

Casualmente, la maggior parte delle cartelle cliniche dei militari presenti nel Golfo sono andate perdute alla fine del conflitto: un errore informatico, dicono al Pentagono. Quanto ai dossier della Cia, poi, si tratta di documenti coperti dal segreto, mentre l'unico studio sulla nocività dei fumi di petrolio è stato realizzato in ritardo, quando metà dei pozzi erano ormai spenti.

Nel 1997 esce The metal of disonhour, il "metallo del disonore", realizzato dall'International Action Center, il movimento fondato dall'ex ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsey Clark: si tratta di una raccolta di saggi ed articoli sull'uranio impoverito che documentano «il genocidio degli indiani americani e degli iracheni a causa delle radiazioni militari, la connessione tra il Du (uranio impoverito) e la sindrome del Golfo e la mobilitazione internazionale contro queste armi». Secondo un'inchiesta successiva, più di tre quarti delle forze d'invasione 540 mila dei 700 mila soldati inviati nel Golfo tra il lugli 1990 e il luglio 1991 sarebbero stati a contatto con equipaggiamenti contaminati.

Altri possibili colpevoli
Ma, insieme all'uranio, in America sono stati messi sotto accusa i "cocktail" di vaccini antibotulinici, iniettati nelle vene dei soldati per metterli a riparo da agenti chimici o batteriologici che Saddam avrebbe usato durante la guerra.
Vaccini che contengono metalli pesanti, come alluminio e mercurio, usati per stabilizzare la soluzione, nonché di formaldeide, che possono intossicare il sangue, soprattutto di soggetti predisposti. Altra ipotesi, la diffusione volontaria o causata dai bombardamenti alleati delle armi chimiche e batteriologiche (antrace, gas nervini, virus), presenti negli arsenali di Saddam Hussein all'epoca del conflitto.
Oppure, sostanze come il benzene l'idrocarburo presente nei carburanti ma usato anche come solvente e in numerosi composti chimici manipolati dai soldati , che è un noto cancerogeno.

Le cause
Le cause della Sindrome sono ancora sconosciute. Delle trentatré indagate in via ipotetica, finora non se ne è individuata nessuna che possa essere considerata responsabile dell'ampia gamma di patologie riscontrate. A livello ufficiale l'origine più probabile di buona parte dei sintomi che affliggono i reduci del Golfo era stata considerata la battle fatigue, "fatica da battaglia".

Ma grazie all'attività dei veterani americani che nel 1995 si sono costituiti in un'associazione nazionale, aiutata dalle potenti organizzazione degli ex combattenti in Vietnam il velo è stato sollevato su alcune vicende inquietanti. Per esempio, il bombardamento dei bunker di Kamisiyah, che la Cia sospettava di ospitare depositi di armi chimiche irachene, senza che il comando alleato locale, però, ne venisse a sapere niente.

È così che, il 4 marzo del 1991, almeno centomila soldati per ammissione dello stesso Pentagono sarebbero stati esposti a una nube di dubbia composizione. Intanto il numero di malati continua ad aumentare: «Alla lunga, temiamo una vera epidemia di tumori o di malattie degenerative del cervello», spiega Bob Newman, segretario del comitato di veterani.

mercoledì 2 novembre 2011

Oklahoma City Mistero

Oklahoma City, nel quale fu distrutto un edificio federale di 9 piani, l'Alfred Murrah Building, causando la morte di 168 persone, fra cui 19 bambini. 
Ai tempi in Italia se ne parlò poco, ma dopo l’undici settembre l’importanza di questo episodio ha assunto dimensioni completamente diverse, proprio in luce dei più recenti attentati a Pentagono e Torri Gemelle.
Visto in retrospettiva, infatti, l’attentato di Oklahoma City presenta con l’11 settembre - e per certi aspetti con l'assassinio di JFK - una specularità a dir poco impressionante. Stessa fragilità di motivazioni nel presunto colpevole, stesso comportamento autolesionista da parte sua, stesso tipo di fortunose coincidenze che portarono ad identificarlo, stesse improbabilità fisiche nel crollo dell’edificio, stessa serie di testimonianze in pieno contrasto con la versione ufficiale, stessa asportazione frettolosa delle macerie, stesso atteggiamento distratto e superficiale dei media, stesse pressioni sui testimoni per cambiare la versione dei fatti. Ed in più, un epilogo assolutamente unico nella storia della giustizia americana: il colpevole che chiede insistentemente, ed infine ottiene, di essere messo a morte al più presto, alle condizioni dettate da lui.
Vista nel suo insieme, la versione ufficiale di Oklahoma City fa apparire quella dell’undici settembre come un ineccepibile trattato di logica aristotelica. 
I PERSONAGGI 
TIMOTHY MCVEIGH - Il presunto colpevole, che avrebbe distrutto l'edificio federale con una rudimentale bomba al letame, ...



... spinto da un generico odio contro il governo americano. Il Murrah Building infatti ospitava decine di uffici di diverse agenzie federali, fra cui la FBI, la DEA (Drug Enforcement Administration) e l'ATF (Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives), con l'aggiunta di agenzie minori come il USMS (U.S. Marshals Service), che rendevano l'edificio un bersaglio ideale per qualunque “nemico del governo”.
MICHAEL e LORI FORTIER - La coppia che ospitò McVeigh per un certo periodo a casa propria, prima dell'attentato. Lori preparò anche per McVeigh la patente falsa, a nome di Richard Klinger, con cui il futuro terrorista avrebbe affittato il furgone della Ryder usato nell'attentato. Naturalmente, anche Michael e Lori Forter erano "anti-governativi" fino al midollo, tant'è che McVeigh gli confidava apertamente i suoi progetti, raccontandogli dozzine di dettagli che sarebbero poi tornati utili all'accusa durante il processo contro di lui. A loro volta infatti, essendo "a conoscenza" dei piani di McVeigh, i Fortier furono considerati colpevoli “per non aver avvisato le autorità dell'attentato imminente”, ma grazie alla loro disponibilità a collaborare Michael Fortier potè patteggiare una sentenza relativamente lieve (12 anni, poi commutati a 10, già espiati), che comprendeva anche l'immunità per la moglie.
TERRY NICHOLS - Il presunto complice di McVeigh, la classica “spalla” che lo avrebbe aiutato a preparare la bomba, senza partecipare però direttamente all'attentato. Nonostante questo, alla fine Nichols si è preso l'ergastolo.
STEPHEN JONES - L'avvocato d'ufficio assegnato a McVeigh dal giudice incaricato del processo. E' soprattutto grazie a Jones - che in seguito scrisse un libro sulla sua esperienza - che siamo venuti a conoscenza di molti curiosi aspetti di questa vicenda. Jones infatti non ha mai creduto alla “versione ufficiale”, che il suo cliente faceva di tutto per confermare, rivelandosi spesso disposto a cambiare i suoi "ricordi" pur di farli combaciare con gli sviluppi dell'indagine.
Un pò come se la CIA un giorno "scoprisse" che bin Laden si era addestrato in Nuova Guinea, e il giorno dopo bin Laden ci facesse sapere dalle sue caverne che si è appena ricordato di essersi addestrato in Nuova Guinea.
Raramente, sostiene Jones nel suo libro, si è visto un imputato così poco intenzionato ad essere scagionato, che passava la maggior parte del suo tempo ad ostacolarlo nel suo tentativo di salvargli la vita.
LA “VERSIONE UFFICIALE”
Per “versione ufficiale” si intende la summa, magmatica e indistinta, di notizie vere o fasulle, verificate o meno, che sono state diffuse nel tempo dai media mainstream, e poi reimpastate e riciclate in qualche modo su Internet, fino a cristallizzarsi nei cosiddetti “templi della verità” come Wikipedia. A consolidare questo tipo di versioni ufficiali intervengono di solito i canonici documentari sulle “Conspiracy Theories” – genere in cui BBC, National Geographic e History Channel sono specialisti - che nel fingere di fare chiarezza finiscono in realtà per rimestare nel già torbido mare delle notizie circolate fino a quel momento.
Chi vuole capirci qualcosa è quindi obbligato a compiere il percorso inverso: partire da questa versione ufficiale, scartare tutto quanto gli appare illogico o implausibile, ed integrarlo con tutti quegli elementi che sono stati inspiegabilmente ignorati dai giudici e dai media mainstream. E’ il quella evanescente manciata di informazioni “perdute”, circolate nelle primissime ore dall’evento, ma poi scomparse nel nulla, che si nasconde di solito la chiave per riuscire a capire cosa davvero sia successo.
MOTIVAZIONE
Secondo questa versione ufficiale, la goccia che fece traboccare il vaso per McVeigh, in senso anti-governativo, fu l'eccidio di Waco Texas (19 aprile 1993), nel quale i "maledetti federali" assaltarono e distrussero la comunità evangelica del "profeta" Koresh, che si era asserragliata al suo interno, uccidendo circa 80 persone, fra cui molti bambini.
Ma le radici dell'odio antigovernativo di McVeigh sembrano risalire alla Prima Guerra del Golfo, alla quale egli aveva partecipato come militare volontario.
McVeigh infatti sarebbe tornato dall'Iraq "deluso" per l'inganno subito da parte del suo governo, che lo aveva infarcito di odio razziale e anti-islamico, per mandarlo ad uccidere gente che in realtà gli era risultata essere esattamente come lui.
Mentre però, in questi casi, il soggetto diventa solitamente pacifista, umanista, interfede, anti-imperialista e "di sinistra", McVeigh si buttò disperatamente a destra, finendo per entrare a far parte dei più sfegatati gruppi neonazi, i White Supremacists della Christian Right.
Come dire, dopo aver capito che arabi e musulmani sono gente come lui, McVeigh sentì un improvviso bisogno di stare in mezzo a gente che li odia più di chiunque altro, e che non ammette nè razze nè religioni diverse dalla propria. (Ma forse voleva solo convincere i White Supremacists a diventare pacifisti come lui).
In ogni caso, una volta deciso che doveva assolutamente vendicare con il sangue le vittime di Waco, McVeigh cominciò la lunga ricerca sugli edifici federali che lo avrebbe portato a scegliere il Murrah Building di Oklahoma City. A questo proposito riportiamo il passaggio di Wikipedia, che ci descrive nel dettaglio i criteri adottati da McVeigh:McVeigh, che viveva in Arizona, prese in considerazione bersagli nel Missouri, in Arizona, nel Texas e nell’Arkansas. Volendo ridurre al minimo le vittime “non- governative”, aveva scartato un edificio di 40 piani di Little Rock, Arkansas, a causa della presenza di un fiorista al piano terra. Nel dicembre 1994 McVeigh e Fortier si recarono a Oklahoma City per ispezionare il loro bersaglio: l’Alfred P. Murrah Building, […] che fu scelto per la facciata di vetro, che avrebbe dovuto frantumarsi per l’impatto dell’esplosione, e per l’ampio parcheggio adiacente, all’aperto, che avrebbe potuto assorbire e dissipare parte della forza, per proteggere gli occupanti non-federali degli edifici circostanti. Inoltre, McVeigh pensava che lo spazio aperto intorno all’edificio avrebbe permesso delle riprese fotografiche più efficaci per motivi di propaganda.
Talmente si preoccupava della propaganda, che McVeigh si sarebbe completamente dimenticato di spiegare al mondo perchè avesse distrutto quell’edificio. Lasciò che fossero i giornalisti ad accorgersi della coincidenza del 19 aprile, per arrivare a capire le ragioni del suo gesto.
Aggiungiamo che nel Murrah Builing non c'era nessun fiorista, ma in compenso c'era un asilo nido, di solito pieno di bambini. Quando c'è la coerenza, c'è tutto.
LA BOMBA
Una volta individuato il bersaglio, McVeigh iniziò a pensare all'esplosivo. Non potendo permettersi grossi investimenti - in fondo, era l'unico attentato che avrebbe mai compiuto nella vita (solo un imbecille si può illudere di sfuggire ai federali, dopo un gesto del genere) - venne iniziato dall'amico Terry Nichols al cosiddetto ANFO, una miscela casalinga di fertilizzante e nitrometano, con l’aggiunta di materiale plastico. 
Entusiasta, McVeigh nè parlò ai Fortier, come raccontatoci da Wikipedia: Nell’ottobre del 1994 McVeigh mostrò a Michael Fortier e alla moglie Lori un disegno nel quale indicava la struttura della bomba che voleva costruire. Voleva preparare una bomba con oltre 2.300 kg di fertilizzante, mescolati con circa 540 kg. di nitrometano liquido, e 160 kg di Tavex [materiale plastico]. Il peso complessivo, compresi i 16 i bidoni che contenevano l’esplosivo, era di circa 3.200 kg.
Praticamente McVeigh aveva pensato di far esplodere, come dicono in Norvegia, "'na muntagna e'mmerda".
Pare però che il letame, se preparato correttamente, sia un esplosivo molto efficace: la rudimentale bomba preparata da McVeigh infatti non solo sventrò il Murrah Building, ma "distrusse o danneggiò 324 edifici nel raggio di circa 16 isolati, bruciò 86 macchine, frantumò i vetri di 258 edifici, e causò oltre 680 feriti".
E per fortuna che McVeigh aveva scelto il Murrah Building "per proteggere gli occupanti non-federali degli edifici circostanti". Chissà se avesse odiato tutti indiscriminatamente.
Per essere sicuro che il sistema funzionasse, "McVeigh fece una bomba-prototipo con una bottiglia di plastica di Gatorade, con pillole di nitrato di ammonio, nitrometano liquido, un pezzo di "salsiccia" di Tovex, e un tappo detonatore. Il prototipo fu fatto esplodere nel deserto per evitare di essere notato."
Se ha funzionato il Gatorade, avrà pensato McVeigh, funzionerà di sicuro anche un camion con due tonnellate di roba simile. In fondo, anche Al-Queda ha sempre fatto le sue prove con fiammiferi e carta stagnola. Quel che conta è il principio. 
Una volta scelto l'esplosivo, McVeigh si preoccupò di trovare il furgone che avrebbe riempito con i bidoni di letame, per poi farlo saltare in aria insieme a tutto il resto. Ed è qui che cominciano i veri guai, ovvero il carnevale di contraddizioni dalle quali nessuno, purtroppo, ha mai sentito il bisogno di districarsi.
LE ULTIME 48 ORE
Siamo al 17 aprile, a due giorni dalla fatidica data dell’attentato (McVeigh aveva scelto il 19 perchè ricorreva l'anniversario di Waco Texas).
Secondo un meccanico dell'Elliott Body Shop di Junction City (una cittadina del Kansas) due persone si presentarono quel giorno per affittare il furgone della Ryder che sarebbe stato usato nell'attentato. Come avevano fatto gli investigatori a risalire al furgone noleggiato? Facile: leggendo il numero di serie del semiasse del furgone, trovato a circa cento metri dal luogo dell'esplosione. (Solo i Boeing vanno in giro senza pezzi numerati, rendendo così impossibile la loro identificazione nel caso di un incidente. Nei furgoni americani invece numerano persino i bulloni delle portiere).
I due clienti che avrebbero affittato il furgone sono stati definiti, in termini forensi, "John Doe 1" e "John Doe 2", ovvero "Tizio 1" e Tizio 2". L'identikit di John Doe 1 risultò combaciare così fedelmente con il volto di Timothy McVeigh, che sembrava quasi che qualcuno lo avesse ricalcato dalla sua fotografia. 
John Doe 2 invece non è mai stato trovato. E’ lui il grande mistero dell'attentato di Oklahoma City.
L'intero impianto di accusa infatti era imperniato sul classico "assassino unico", da trovare possibilmente entro 48 ore, e da condannare al più presto, dopo averlo sepolto sotto una marea di indizi, falsi o veri che fossero. E poichè sia Nichols che Fortier il giorno 17 risultarono essere a casa propria, l'accusa si trovò in una situazione di grave imbarazzo, per non dover ammettere la famosa "cospirazione". Talmente grave fu quell'imbarazzo, che il giudice decise semplicemente di escludere dalla lista dei testimoni il meccanico dell'Elliott Body Shop, che nel frattempo non ne voleva sapere di cambiare la versione dei fatti.
L'avvocato Stephen Jones ha stilato nel suo libro una lista con una trentina di testimoni che avevano visto McVeigh insieme a John Doe 2, ma tutti questi furono inspiegabilmente lasciati fuori dalla porta del tribunale. La Commissione Warren insegna.
Fu così che John Doe 2, inizialmente ricercato in tutta America come “uomo pericoloso”, con tanto di identikit nei telegiornali, è lentamente scomparso dalle cronache, fino ad arrivare a non essere mai esistito.
IL VIDEO DI MCDONALD’S
Veniamo al secondo elemento incriminante, usato dal procuratore per impiccare McVeigh alla sua colpa: a circa mezzo chilometro dall'Elliott Body Shop c'è un ristorante di McDonald's, le cui telecamere di sicurezza funzionano regolarmente (è solo negli aeroporti più sfigati, come ad esempio quello internazionale di Boston, che le telecamere di sicurezza funzionano un giorno sì e un mese no). Fu così che i solerti investigatori dell’FBI, dopo aver visionato ore e ore di filmati di sicurezza di tutti i locali pubblici delle vicinanze, scovarono in quelle del McDonald’s un segmento in cui si vede un giovanotto che va a fare la pipì, passando proprio sotto l'obiettivo della telecamera. Non c'è dubbio, è Timothy McVeigh, ed è palesemente solo.
A sinistra potete vedere le immagini, che portano la data del 17 aprile, ore 3.57 del pomeriggio. Siamo cioè ad una ventina di minuti prima dell'orario stampigliato per l'uscita del furgone Ryder dal parcheggio dell'Elliott Body Shop. Tutto combacia: è evidente che sia stato McVeigh ad affittarlo!
Nessuno naturalmente si è accorto che la telecamera traballa e cambia di inclinazione ad ogni fotogramma, come se invece di essere montata su un supporto fisso la ripresa fosse stata fatta a mano. Della serie “dài che adesso non c’è nessuno! Io mi piazzo là con la telecamera in alto, tu passami sotto facendo finta di niente, e appena finito schizziamo via”. 
Sì però stammi fermino con le mani, se vuoi farla sembrare vera!
Inoltre, nessun sistema di video-sicurezza ha mai conservato le immagini a tempo indeterminato. Oggi esistono le memorie digitali, e teoricamente si potrebbe anche farlo, ma nel 1995 si utilizzavano delle normali videocassette a “loop”, che giravano all’infinito, registrando solo l’ultima mezz’ora di quanto accaduto di fronte all’obiettivo. (Si presume infatti che se entro mezz’ora non hai sentito il bisogno di conservare la cassetta, vuol dire che non è successo nulla per cui valga la pena di farlo).
Invece i nostri segugi dell’FBI si sarebbero sorbiti centinaia e centinaia di ore di immagini registrate e conservate con cura da ciascuno dei pubblici locali della zona (come facevano a sapere in anticipo che McVeigh si era fermato a pisciare da McDonald’s, e non ad esempio a tagliarsi i capelli dal barbiere accanto?), rischiando di finire dieci volte in sanatorio prima di trovare qualcosa di utile.
Il video di McDonald’s presenta inoltre un secondo problema: in quel giorno, a quell'ora, in quel luogo sperduto del mondo, pioveva a dirotto, e gli impiegati dell'Elliott dichiararono senza ombra di dubbio che John Doe 1 e 2 fossero perfettamente asciutti, quando entrarono per prelevare il furgone prenotato. D'altronde, sembra logico che in un caso del genere si vada in due con una macchina, e poi si ritorni con due, specialmente se piove. Come ha fatto invece McVeigh, se era da solo, a coprire il mezzo chilometro che separa McDonald’s da Elliott’s senza bagnarsi nemmeno un pò? McVeigh infatti avrebbe raggiunto in taxi il McDonald’s – Valpreda ha fatto scuola, evidentemente – ma lo liberò, pagandolo, prima di entrare.
Cioè, praticamente: sei in taxi, ti scappa la pipì, stai ormai a mezzo chilometro dalla destinazione (ce l'avranno un cesso da Elliott, no?), piove che dio la manda, e tu chiedi di scendere al McDonald’s? E poi non trattieni il taxi ma lo liberi?
- Guardi che se vuole la aspetto…- No, vada vada…- Ma piove, lei non ha nemmeno un ombrello…- Non si preoccupi, un’anima buona che mi dà un passaggio la trovo di sicuro.
Oppure corro veloce, e la pioggia non mi becca nemmeno.
Una volta impadronitosi del Ryder, che ha affittato sotto la falsa identità di Richard Klinger, McVeigh torna al suo motel e ordina la pizza pagando con una carta di credito a suo nome. Era infatti una persona molto attenta a non lasciare traccia del suo passaggio, ma soltanto di giorno. Alla sera gli calavano gli zuccheri, e commetteva delle stupidaggini incredibili.
Fra queste, ricordiamo anche che McVeigh aveva pensato bene di conservare in un cassetto di casa Fortier la ricevuta per l'acquisto del letame. Esattamente come Oswald, che nella sua infinita previdenza teneva nel cassetto della scrivania la ricevuta del Mannlicher-Carcano acquistato per posta un anno prima.
L’ATTENTATO
All’alba del 19 aprile Timothy McVeigh si mette alla guida del furgone carico di barili di letame, e si dirige verso Oklahoma City. Giunto in periferia si ferma da un benzinaio - che in seguito lo avrebbe riconosciuto nei telegiornali – e gli chiede indicazioni per il Murrah Building. McVeigh infatti era stato mille volte a studiare l’edificio, sia da solo che con Nichols, e ci era pure tornato due giorni prima, per parcheggiare la famosa auto senza targa che gli sarebbe servita per la fuga (ecco perchè aveva dovuto andare in taxi a ritirare il furgone), ma evidentemente a quell’ora del mattino gli zuccheri non gli erano ancora saliti, e voleva essere sicuro di non andare verso l’edificio sbagliato.
Alle 9 in punto McVeigh parcheggia il furgone carico di esplosivo di fronte al Murrah Building, innesca la miccia, e si allontana fischiettando verso l’auto che aveva parcheggiato nelle vicinanze due giorni prima. Saggiamente, per evitare che gliela portassero via, McVeigh aveva attaccato un foglio al posto della targa, con la scritta: “Questa auto non è abbandonata, ha solo la batteria a terra. Perfavore non rimuovetela, sarà portata via entro due giorni”. Naturalmente si aspettava di trovare, dopo due giorni, un bigliettino della polizia che diceva: “Prego, faccia pure con calma. Anzi, se vuole anche un caffè, prima di andare via, ce lo faccia sapere. Noi intanto le ganasce ce le attacchiamo ai coglioni”.
L’ARRESTO
McVeigh sale così sulla sua auto, e si dirige verso l’autostrada. Dopo circa un’ora di viaggio, mentre segue alla radio le notizie del crollo, viene fermato da un poliziotto che ha notato l’assenza della targa. Avvicinatosi all’auto, il poliziotto nota che McVeigh porta una pistola sotto la giacca. Gli chiede allora di vedere il porto d’armi, che però non risulta valido per l’Oklahoma. Il poliziotto è così costretto ad arrestare McVeigh, senza naturalmente sapere di avere fra le mani il criminale che ha appena distrutto il Murrah Building.
Anche Oswald dovette essere arrestato per un motivo diverso da quello per cui si voleva incriminarlo (mica la gente va in giro con scritto sulla fronte “ho ucciso il presidente Kennedy”). Nel suo caso fu l’omicidio del poliziotto Tippitt, che lo aveva fermato per controllare i suoi documenti. L’astuto Oswald infatti, che dopo l’attentato era riuscito a rientrare sano e salvo a casa, aveva deciso di uscire di nuovo per andare al cinema, portandosi dietro una pistola carica, in un momento in cui a Dallas fermavano persino i paracarri. Solo quando fu nelle mani della polizia qualcuno si accorse che lavorava al Book Depository, e dedusse che fosse implicato nell’omicidio del presidente.
E così fu per McVeigh. Solo quando si trovò nelle mani della polizia, un paio di giorni dopo, qualcuno si accorse che assomigliava da morire all’identikit dell’uomo che aveva affittato il furgone da Elliott il 17 aprile.
Quando il poliziotto ha culo, ha culo e basta. E quando il culo si ripete, si ripete e basta.
Anzi, in questo caso non bastava ancora: indovinate che cosa aveva McVeigh, in bella vista, sul sedile posteriore della macchina? Oh yes, la fotocopia della pagina di un famoso libro, il “Turner Diaries”, in cui si descrive per filo e per segno come preparare una bomba con il nitrato di ammonio. 
Ma non basta ancora: lo sapete cosa trovarono i poliziotti nelle fibre della T-Shirt indossata da McVeigh al momento dell’arresto? Oh yes, tracce di letame. (E’ infatti normale procedura far analizzare in laboratorio tutti gli indumenti indossati da coloro che vengono arrestati per non avere il porto d’armi. A quelli che guidano con la patente scaduta fanno anche l’esame del sangue e delle urine).
Nel nostro caso, poichè McVeigh aveva caricato i barili di letame sul furgone due giorni prima, le possibilità sono solo due: o aveva tenuto la stessa T-Shirt per tre giorni consecutivi, oppure il furgone era così stracolmo di letame, quando lo condusse al Murrah Building, che qualche schizzo gli è arrivato addosso lungo il percorso.
Una delle prime cose che Steven Jones volle sapere da McVeigh, infatti, fu proprio perchè mai avesse usato una macchina senza targa per scappare. A detta di Jones, McVeigh gli rispose che "voleva sfidare il destino". Forse, più del destino voleva sfidare l'intelligenza della Stradale dell'Oklahoma: quale poliziotto, per quanto ubriaco, guercio e rincoglionito, non fermerebbe uno che guida senza la targa, dopo che è appena stato fatto saltare uno dei più importanti edifici della città? 
E’ curioso infatti come nessuno sia mai riuscito ad intervistare questo poliziotto, per chiedergli conferma di tutti questi particolari. L’uomo da quel giorno è diventato introvabile.
DINAMICA DEL CROLLO
In una specie di deja-vu al contrario, emersero ad Oklahoma City gli stessi problemi che abbiamo visto per le Torri Gemelle: gli edifici di quel genere, con una sola esplosione, non vengono giù nemmeno se li paghi. Al massimo si creano dei grossi buchi, ma se non distruggi le colonne interne con molteplici esplosioni non c’è modo di farli crollare.
In ogni caso, siamo tutti talmente saturi per le discussioni sul World Trade Center, che tornare a parlare di crolli e demolizioni può causare dei severi mal di pancia a molte persone. 
Diciamo solo che nei primi minuti dopo l’attentato circolarono voci di altre bombe trovate inesplose, puntualmente riportate dai TG in diretta nazionale, ma poi misteriosamente scomparse dalla “memoria collettiva”.
L’idea inoltre che una bomba piazzata all’esterno di un edificio riesca a creare un danno così profondo verso il suo interno cozza contro il più comune buon senso. Sempre il buon senso suggerisce che il semiasse posteriore di un furgone , sul cui pianale esplodono due tonnellate di fertilizzante, vada a piantarsi nel terreno sottostante, al fondo del cratere che viene a crearsi nell'asfalto, invece di volare via come un fazzolettino a cento metri di distanza. (Se tutto quello che sta "sopra" spinge con violenza estrema verso il basso, al punto da scavare un cratere nell'asfalto, dovrebbe portare con sè anche tutto quello che incontra lungo il percorso, no?)
Notiamo infine, in proposito, che il Murrah Building fu demolito con una fretta inspiegabile, a nemmeno un mese dall'attentato. Jones dovette addirittura ottenere una ingiunzione per rimandare di dieci giorni la demolizione, perchè non era ancora riuscito a visitare il luogo del crollo. 
E quando finalmente l’FBI glielo concesse, gli fece trovare il cratere coperto da enormi teli di plastica. Jones chiese di rimuoverli, per misurare almeno ad occhio le dimensioni del buco, ma gli fu risposto che non si poteva fare “per motivi di sicurezza nazionale”. 
Insomma, quando hai sfiga hai sfiga e basta.
UNA GAMBA DI TROPPO
C’è anche un macabro dettaglio, che è andato ad aggiungersi alla montagna di incongruenze della versione ufficiale: dopo che il conteggio delle vittime si era assestato su 168, venne trovata la gamba di un uomo, che indossava uno stivale militare, il cui DNA però non combaciava con nessuna delle vittime che avevano perso una gamba nell’attentato.
Si pensò quindi ad un secondo attentatore, che sarebbe rimasto ucciso nell’esplosione, confermando in quel modo le voci di chi aveva visto due uomini, e non uno, nel furgone parcheggiato davanti al Murray Building. Il primo, McVeigh, fu visto scendere e allontanarsi, mentre il secondo scese, ma in seguito rientrò nel furgone, probabilmente per accendere la miccia. 
Dopo lo sconcerto per questa notizia, le autorità fecero sapere che la gamba in realtà era di una donna, ed apparteneva ad una soldatessa morta nel crollo dell’edificio.
Fu così necessario riesumare il corpo della soldatessa, che evidentemente era stata sepolta con una gamba non sua. A quel punto ci si accorse invece che era stata sepolta con l’arto giusto, mentre la gamba con lo stivale non era la sua. 
Insomma, dopo questo macabro balletto siamo rimasti con un conteggio ufficiale di 168 vittime, più una gamba che non appartiene a nessuno. (Conoscendo il modus operandi di questa gente, sembra evidente che la gamba appartenesse a John Doe 2, il quale probabilmente è stato fottuto alla grande dai suoi compari, che hanno fatto esplodere il furgone quando lui si trovava ancora al suo interno. Quale modo migliore per liberarsi del patsy, diventato inutile e pericoloso, senza nemmeno dover ricorrere ad un Jack Ruby che lo uccide?)
L’INIEZIONE LETALE 
Una volta condannato a morte, McVeigh non ne volle sapere di fare appello, e chiese di essere giustiziato al più presto. E persino quando emersero 3.000 pagine di documentazione che l’FBI “si era dimenticata” di esaminare, che gli avrebbero permesso di chiedere una riapertura del processo, lui disse che gli stava bene così, e rinunciò anche a questa possibilità.
Una volta fissata la data per l'esecuzione, i gatekeepers radical-scic non mancarono di esprimere il loro interesse per il macabro evento. In particolare, lo scrittore Gore Vidal annunciò che avrebbe assistito personalmente all'esecuzione, per raccontarcela poi sulle pagine Vanity Fair, perchè in fondo “provava stima per un uomo come McVeigh”.
In quell'occasione il sottoscritto ebbe il piacere di vedersi pubblicata la seguente lettera dal New York Times: "Sono davvero impaziente di leggere l'articolo che Gore Vidal scriverà per Vanity Fair dopo l'esecuzione di Timothy McVeigh. Sono certo che il Sig. Vidal non mancherà di spiegare perchè una persona che lui definisce "intelligente," "non squilibrata", e dotata di "un senso di giustizia", abbia deliberatamente ucciso gente innocente, fra cui donne e bambini, per protestare una azione in cui, secondo un punto di vista che Vidal e McVeigh sembrano condividere, "non si doveva mandare l'FBI ad uccidere donne e bambini". 
Trattandosi di un crimine federale, all’esecuzione di McVeigh furono presenti solo medici dell’FBI, che gli praticarono l’iniezione letale e dopo qualche istante lo dichiararono morto. Nessun medico civile potè constatare il decesso. A quel punto i federali chiusero le tendine dei vetri attraverso i quali i testimoni seguono l’esecuzione, e mandarono tutti a casa.
Diversi testimoni raccontarono in seguito che quando furono chiuse le tendine “McVeigh sembrava ancora vivo”. Timothy McVeigh fu subito cremato, e le sue ceneri furono disperse, per sua volontà, in un luogo sconosciuto.
Per quel che ne sappiamo, McVeigh oggi potrebbe anche continuare a vivere - magari con la faccia rifatta - sotto l’egida del famoso Witness Protection Program, che regala a chi ne ha bisogno una nuova identità.
In fondo, è dei federali pure quello.
Massimo Mazzucco