Translate

domenica 17 dicembre 2023

Da che parte dell’Antico Testamento viene predetta la venuta di Cristo?



Esistono molte profezie dell’Antico Testamento su Gesù Cristo. Alcuni interpreti hanno contato centinaia di queste profezie messianiche. Ecco alcune di quelle che sono considerate le più chiare e importanti.

Profezie riguardanti la nascita di Gesù – Isaia 7:14: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.” Isaia 9:6: “Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace”. Michea 5:2 "Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”.

Profezie concernenti il ministero e la morte di Gesù – Zaccaria 9:9: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina. Salmo 22:16-18: “Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica”.

Probabilmente la profezia più chiara su Gesù è il capitolo 53 di Isaia. Isaia 53:3-7 è particolarmente inequivocabile: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca”.

La profezia di Daniele 9 riguardante i “settanta sette” predice la data esatta in cui Gesù, il Messia, sarebbe stato “reciso”. Isaia 50:6 descrive accuratamente i maltrattamenti che Gesù ha subito. Zaccaria 12:10 predice “l’essere trafitto” del Messia che si verificò quando Gesù morì sulla croce. Molti altri esempi sono disponibili, ma questi sono sufficienti. Non c’è dubbio che l’Antico Testamento profetizza la venuta di Gesù come Messia.

fonte
https://www.gotquestions.org/Italiano/Antico-Testamento-Cristo.html

giovedì 22 giugno 2023

Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi si rimanda ancora la discussione

 Viene rinviata ancora una volta la discussione per la Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Tornata di nuovo in esame nella prima Commissione Affari Costituzionali del Senato oggi, martedì 20 giugno 2023, la decisione e l'eventuale voto degli emendamenti presentati slittano di una settimana, come riporta Adnkronos.

A chiedere la proroga è stato il senatore Andrea De Priamo (Fdi), relatore del provvedimento in I Commissione al Senato, che ha chiesto due settimane di tempo prima di arrivare alla votazione. L'opposizione era contraria e il presidente della Commissione ha fatto una proposta di mediazione: chiedendo l'impegno di arrivare ad una decisione, ha optato per lo slittamento di una sola una settimana. Soltanto fra 7 giorni, dunque, conosceremo l'esito del dibattito.

L'opposizione: "Fortissima  preoccupazione e perplessità"

Restano perplessi, invece, i membri dell'opposizione, a partire dal senatore del Pd Dario Parrini, vicepresidente della I Commissione del Senato, che ha commentato: "La nostra posizione è di fortissima preoccupazione e perplessità per questo ulteriore rinvio – ha dichiarato – La maggioranza aveva chiesto un rinvio di due settimane: la scelta di prorogare di una sola settimana è una sorta di riduzione del danno presa dal presidente della Commissione Balboni".

LEGGI ANCHE

Commissione d'inchiesta su Emanuela Orlandi, Morassut (Pd): "Autogol del Parlamento se saltasse"

Rimandare in questo periodo appare ancora più grave: "Il 22 giugno ricade il 40esimo anniversario dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, un anniversario tondo: ogni giorno i suoi familiari si chiedono che fine abbia fatto. Si tratta di un segnale pessimo – continua Parrini – Non ci sono motivi per prorogare se non il fatto che, in questa settimana, Fi e FdI, mentre la Lega non si è pronunciata, devono decidere se affossare o no la Commissione Orlandi. La speranza è che, fra sette giorni, non si arrivi ad una nuova richiesta di rinvio o alla votazione di un emendamento per ridurre la durata della commissione". E poi conclude: "Per la destra sarà una prova della verità. E dovranno metterci la faccia".


I quaranta anni dalla scomparsa il prossimo 22 giugno

"Non riuscire a varare la commissione bicamerale entro quella data sarebbe un autogol, rappresenterebbe debolezza e incapacità del Parlamento", aveva dichiarato a Fanpage.it il primo firmatario per la Commissione d'inchiesta bicamerale sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, Roberto Morassut. "Alla Camera è stata approvata molto rapidamente, in Senato trovando sul suo percorso numerosi ostacoli. Non riuscire ad istituirla entro l'anniversario dimostra l'incapacità di svolgere la propria funzione di rappresentanza popolare: in particolare, la vicenda tocca la sensibilità popolare di un Paese intero".


Gli ostacoli nella discussione in Senato

A seguito delle parole di Pietro Orlandi, che riportava gli audio lo scorso mese di dicembre in cui si faceva riferimento a Giovanni Paolo II, alcuni hanno manifestato le proprie perplessità. E dopo una prima frenata arrivata ad inizio maggio quando si è chiesto di ridurre la durata della Commissione d'inchiesta, sono arrivate altre richieste, fra cui quella di sentire in audizione i pm che si sono occupati del caso.


"Richiesta di audizioni per capire cosa stia accadendo tra Vaticano e Procura …ma perché? – ha commentato Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela – La commissione parlamentare è, dovrebbe essere, totalmente indipendente da Procura e Vaticano. La giustizia merita rispetto".


continua su: https://www.fanpage.it/roma/commissione-dinchiesta-su-emanuela-orlandi-la-discussione-in-senato-viene-rimandata-ancora/

https://www.fanpage.it/

Pietro Orlandi: “Papa Francesco mi ha detto che mia sorella è in cielo”


“Per me mia sorella è viva fino a prova contraria, in Vaticano sanno qualcosa che non so”. A pochi giorni dal cinquantesimo compleanno di Emanuela, Pietro Orlandi esprime tutti i suoi dubbi sul silenzio della Santa Sede nei 35 anni di buio sul caso di Emanuela Orlandi.

 "Papa Francesco mi ha detto: ‘Emanuela è in cielo. Per me mia sorella Emanuela è viva fino a prova contraria. È il terzo Papa che ho incontrato nella mia ricerca della verità e con lui il muro in Vaticano su questa vicenda si è alzato più di prima". Così Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa 35 anni fa a Roma e rimasta uno dei grandi enigmi della cronaca italiana. L'ex impiegato dello Ior ha rilasciato una intervista al settimanale ‘Spy' (in edicola da domani), che ha diffuso un'anticipazione: "La cosa certa è che in Vaticano sanno – continua- Il loro comportamento in questi 34 anni mi autorizza a pensarlo". I motivi del silenzio sarebbero da ricercare, secondo Pietro, nella necessità di proteggere l'immagine della Santa Sede.


"La verità è qualcosa che pesa sull'immagine della Chiesa. Il Vaticano ha voluto evitare che la verità emergesse e ha avuto come complici lo Stato italiano e quei magistrati che non hanno puntato il dito sulle persone che erano a conoscenza di quanto avvenuto. Io credo che ci sia un sistema che lega Stato, Chiesa e criminalità al quale fa comodo mantenere nascosta la verità".


"Il momento peggiore di questi 34 anni è stato nel 1993 – racconta per la prima volta Pietro – dopo alcune segnalazioni fotografiche inviate alla magistratura, eravamo sicuri di aver ritrovato Emanuela in Lussemburgo. Anche il giudice e l'attuale vice Capo della Polizia erano convinti di aver risolto il caso. Siamo andati a prenderla, io le avevo comprato un regalo. Non era mia sorella: in un attimo siamo passati dalla gioia più totale alla disperazione più buia. Non dimenticherò mai l'espressione sul viso di mia madre. Fu come se ce l'avessero rapita un'altra volta".

fonte:

continua su: https://www.fanpage.it/attualita/pietro-orlandi-papa-francesco-mi-ha-detto-che-mia-sorella-e-in-cielo/

https://www.fanpage.it/

Emanuela rapita dalla banda romanda per ricattare il Vaticano e costringerlo a restituire i fondi prestati dalla mafia per finanziare Solidarnosc?

 







Un labirinto di piste immaginarie e di depistaggi reali, un caso infinito capace di intrecciare i generi, cronaca nera e complesse trame geopolitiche sullo sfondo della declinante Guerra Fredda e dei poteri vaticani, con l’ombra dei servizi segreti italiani, della P2, della Mafia, del Kgb, dei Lupi grigi turchi, dell’internazionale pedofila e persino del principe del Lussemburgo, un ginepraio di versioni contrastanti, tra ipotesi di complotto e fervore mitomane. Probabilmente non sapremo mai cosa è realmente accaduto a Emanuela Orlandi, tutte le inchieste giudiziarie sulla scomparsa della ragazza hanno portato a un vicolo cieco e nessuna verità giudiziaria è mai venuta alla luce in quarant’anni di misteri. Tuttavia il filone di indagine più promettente e in fondo più verosimile è quello che vede coinvolto il cardinale Marcinkus, all’epoca dei fatti direttore dello Ior, la Banca vaticana, i fondi neri ai polacchi di Solidarnosc in chiave anti-sovietica e la Banda della Magliana. Sembra un patchwork di elementi suggestivi e scollegati, ma andiamo con ordine.

All’inizio degli anni 80 l’apparizione del sindacato Solidarnosc nei cantieri di Danzica guidato dal carismatico Lech Walesa fa scricchiolare il regime filosovietico del generale Jaruzelky, per il Vaticano con a capo un papa polacco e decisamente anticomunista sembra quasi fisiologico sostenere il movimento di Walesa che ormai conta nove milioni di aderenti. Il regista dell’operazione è Paul Casimir Marcinkus, americano di Chicago figlio di immigrati lituani salito in cima alle gerarchie vaticane con la direzione dell’istituto delle opere religiose: tramite il Banco Ambrosiano dell’amico Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, Marcinkus fa pompare milioni di dollari nelle casse di Solidarnosc attraverso operazioni opache son non chiaramente illecite, facendo rimbalzare il denaro per paradisi fiscali e filiali occulte di mezzo mondo, Panama, Bahamas, Lima, Managua prima di farlo arrivare a Varsavia. Quando si consuma il crack del Banco Ambrosiano con il “suicidio” di Calvi ritrovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra, si fanno avanti i creditori che non sono proprio dei cherubini.

Tra loro c’è Pippo Calò il “cassiere” di Cosa Nostra, giunto a Roma verso la fine degli anni 70, il quale aveva stretto un accordo con la banda della Magliana di Giuseppucci, Abbatino e “Renatino” De Pedis per la gestione e il monopolio dello spaccio di eroina nell’hinterland romano. Secondo questa interpretazione, ipotizzata dal giudice Rosario Priore, il rapimento della cittadina vaticana Emanuela Orlandi sarebbe stato un ricatto della Mafia che avrebbe usato i bravi ragazzi della Magliana allo scopo di riottenere i soldi prestati. Lo sostiene anche il pentito Antonio Mancini che avrebbe riconosciuto la voce del telefonista che il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo il sequestro, chiamò casa Orlandi per dire di aver visto Emanuela senza però chiedere un riscatto: si tratterebbe di tale “Ruffetto”, un sicario al servizio di De Pedis. E lo ha confermato anche Maurizio Abbatino, “crispino”, tra i personaggi più influenti della Magliana: «Emanuela Orlandi fu rapita da De Pedis per i soldi che aveva dato a personaggi del Vaticano. Soldi finiti nelle casse dello IOR e mai restituiti. E non c'erano solo i miliardi dei Testaccini ma pure i soldi della mafia. L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sul presunto suicidio di Calvi e sulla scomparsa della ragazza». A intorbidire le acque nel 2006 sopraggiunge però la testimonianza di Sabina Minardi, ex compagna di De Pedis che afferma di aver partecipato assieme ad alcuni elementi della banda al rapimento della ragazza che sarebbe stata nascosta per 15 giorni in un villino di Torvaianica sul litorale romano e poi in un appartamento del quartiere Monteverde.

La polizia ha confermato l’esistenza dell’appartamento di Monteverde di proprietà di Daniela Mobili, amica di Danilo Abbruciati altro esponente di spicco della banda. Che in realtà era un rifugio un nascondiglio usato da De Pedis ma nessuna prova che fosse anche la prigione della giovane Orlandi. Inoltre a un certo punto il racconto di Sabrina Minardi si tinge di particolari contraddittori: la donna accusa infatti Macinkus come mandante del sequestro «per mandare un messaggio a qualcuno sopra di loro», dicendo di aver assistito alla consegna della ragazza a un sacerdote avvenuta nella piazzola di un benzinaio a poche centinaia di metri dalla Città del Vaticano.

Due anni dopo Minardi cambia versione, ritrattando diversi dettagli: non ci fu nessuna consegna al sacerdote, Emanuela restò sempre nelle mani della banda e venne uccisa nel villino di Torvaianica per poi venire gettata in una betoniera. Insomma una serie di versioni incoerenti che hanno gettato totale discredito sulla testimonianza di Sabrina Minardi. I “ragazzi” della Magliana di certo avevano rapporti particolari con il Vaticano, in particolare De Pedis che conosceva personalmente il cardinale Casaroli e sarebbe in virtù di questa “amicizia” che la salma di Renatino fu seppellita nella basilica di Sant'Apollinare a Roma, onore riservato non certo ai membri di una banda criminale. Pare che si trattasse di una favore postumo a De Pedis che averva evitato ulteriori rappresaglie nei confronti del Vaticano.

fonte
https://www.ildubbio.news/giustizia/marcinkus-roberto-calvi-i-milioni-a-walesa-e-quei-brutti-ceffi-della-magliana-n84bao5f


martedì 11 aprile 2023

Gesù e Barabba. La stessa persona?





02Apr, 2021di Giulia Bianchi
Stampa questo aricoloDimensione font -16+


Tabella dei contenutiLe presunte prove di Gesù il Barabba
Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico
Bar Abba, forse, riferito a Gesù
Una fonte controversa
Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

A destare interesse della vicenda storica di Gesù è la figura del noto prigioniero Barabba, citato ben 11 volte nei vangeli sinottici.

Si è imposta una nuova corrente degli studi, propensa a considerare i vangeli, sia essi sinottici o apocrifi, come fonti storiche attendibili, per la ricostruzione del Gesù storico. Ovviamente occorre epurare la raccolta di “loghia” di cui si compongono, di una data cristologia, inevitabilmente sempre più crescente.



Una tradizione di loghia gesuani, dunque, che confluisce in vere raccolte da cui si dipartono le diverse tradizioni di Marco, Matteo, Luca (che avrebbero come fonte Marco e la così detta “fonte Q” aliena a Marco stesso) e infine Giovanni. I vangeli non differirebbero moltissimo dalle biografie del mondo antico; le stesse vite parallele di Plutarco, ad esempio, offrono resoconti storici importanti, sebbene il tutto sia destinato alla ricostruzione dell’ethòs del personaggio di volta in volta trattato.

Anche nei vangeli si osserva una ricostruzione della visione gesuana e dell’ethos del personaggio. Ovviare ad una ricostruzione storica di un personaggio così importante, che sta alla base di una specifica teologia da cui si diparte una nuova religione, che tanto impatto ebbe nei secoli successivi, ha permesso di sviluppare un quantitativo di criteri di ricerca particolarmente minuziosi, utili a qualsiasi ricostruzione storica.

Il vangelo di Matteo ha una sua specifica unicità, ovvero rifletterebbe un nucleo di tradizioni di discorsi trasmessi attraverso l’arte mnemonica di matrice tipicamente palestinese, fino a confluire nella redazione scritta in greco attorno al II secolo. La tipicità del vangelo di Matteo si esprime, per esempio con la dicitura “Regno dei cieli” assolutamente coerente con il tipico riferimento dell’area giudaica del tempo di Gesù, mentre negl’altri sinottici, compare “Regno di Dio”.


In alcuni codici antichi, diversi da quello alessandrino che s’imporrà in occidente, in Mt 26,16, viene scritto “Avevano in quel tempo un prigioniero di nome [Gesù] Barabba”; in Mt27,17, nel passo in cui il prefetto romano Pilato, parla alla folla viene scritto “Chi volete che vi rilasci [Gesù il] Barabba o Gesù detto il Cristo?”

In aramaico la parola BAR è usata per dire “figlio” mentre ABBA sta per “Padre” inteso anche come DIO.



Dunque sembrerebbe un Gesù venisse condannato, mentre un altro sarebbe stato rilasciato. Ovviamente riconoscere l’esistenza di un Gesù figlio del Padre, contrapposto ad un altro, detto il Cristo, lascerebbe presupporre una sorta di sdoppiamento di un unico personaggio; o per lo meno una totale rilettura della contrapposizione Gesù / Barabba, ma sembrerebbe troppo facile. Ovviamente in nessun altro vangelo Barabba è preceduto dal nome Gesù, nemmeno nella versione canonica di Matteo, come si impose secondo canoni alessandrini, in occidente.
Le presunte prove di Gesù il Barabba

I codici che presentano Gesù il Barabba, sono diversi: di cui, quello Koridethi, con parole trascritte in un pessimo greco che ne fa oscillare la redazione tra VII e X secolo; un gruppo di manoscritti medioevali detti dei “minuscoli”; la versione siro-sinaitica e altri manoscritti di matrice armena e georgiana. Si tratterebbe di un corpo di manoscritti rimontanti, ad un originale comune dunque, da cui si dipartirebbe la tradizione di Gesù Barabba.

Invero, tanti manoscritti appartenenti ad unica famiglia testuale, potrebbero aver replicato un errore nella trasmissione dello scritto, tenendo conto poi, che un errore scribale, poteva altresì essere possibile anche per via della tecnica di scrittura della scripto continua, con le lettere tutte attaccate.



Tale tesi però, per quanto interessante e da prendere assolutamente in considerazione, sembra venir sconfessata sia dalle versioni siriache del nuovo testamento che dallo stesso Origene. Una traduzione di fine II secolo o al massimo di inizio III secolo, in siriaco da un originale greco riporterebbe la lazione Gesù Barabba. Inoltre la tesi secondo la quale un errore di scrittura possa aver generato la lezione Gesù Barabba, cade del tutto seguendo i passi di Origene che ammette di conoscere versioni antiche di vangeli di Matteo nei quali si presentava questa lezione.

Origene di fatto, ricusa nel contra Celsum, questa lezione asserendo fosse opera di qualche eretico, sebbene successivamente in uno scholium del vangelo in questione, ne riconosce l’esistenza.

Per un giudeo del I o II secolo, Gesù bar Abba, non sarebbe stato qualcosa di particolarmente inusuale. Bar Abba può facilmente essere inteso come un normalissimo patronimico. Del resto Bartolomeo, nulla è che Bar Timeo, ovvero figlio di Timeo. Dal Talmud ebraico, scritto ben dopo, ma che riporta informazioni anche dei secoli precedenti, abbiamo menzione di figli di Abba come nome ma anche inteso come figlio del maestro.



Dunque possiamo arguire che essendo il vangelo di Matteo, espressione di una tradizione palestinese, più vicina alla realtà giudea, proponesse la lezione Gesù bar Abba, proprio perché un ebreo del tempo la intendeva come una cosa del tutto usuale, sia qualora patronimico, che espressione di figlio del maestro.
Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico

Dunque in quell’ambiente non si imponeva nessun imbarazzo teologico, come invece poteva facilmente imporsi in contesti non avvezzi a questa terminologia. Del resto nonostante bar stia per figlio e Abba, oltre ad esser nome proprio, alludesse a Padre o anche a Dio, dobbiamo considerare che andare a tradurre “semitismi” non è impresa facile.

Abba è una parola aramaica che confluisce anche in ebraico, sebbene poi risponda alle regole linguistiche dell’ebraico stesso. Come la parola computer che ormai da neologismo è adottata dall’italiano, subordinandosene alla grammatica. Un ebreo in bar Abba mai avrebbe letto “figlio di Dio”; e a dirla tutta anche in aramaico Bar Abba, pur rispondente a “figlio del padre” non alluderebbe mai a Dio.

Di fatto occorrerebbe un’ulteriore determinazione perché da legare al figlio stesso di un padre che è Dio. Dunque seguendo grammaticalmente quanto è ricostruibile in aramaico, intendere letteralmente figlio del Padre intendendo Dio, dovrebbe essere reso con barà de Abba, dunque lontanissimo da Bar Abba.

Dunque Abba può essere nome, può indicare il padre, il termine affettuoso di papà, quello di maestro di dottrina, ma associato a bar renderebbe o un patronimico, o figlio del maestro o figlio del padre, ma anche del proprio padre come ognuno di noi ha un padre biologico, dunque in assenza di una speciale particolarità che vorrebbe quel padre, esser Dio.



Occorre anche un’analisi dettagliata nelle fonti antiche e evangeliche su di un’altra questione. Allor quando vi è la presenza di un patronimico, vi è una diretta menzione dello stesso. Nel vangelo di Marco sovente vi è il riferimento ai patronimici. Eppure, nel caso specie di Gesù Barabba, i passi del vangelo di Matteo menzionano Gesù “detto” il bar Abba o il Cristo.

Come negli altri vangeli (mc) pur mancando il nome Gesù, si menziona un personaggio “detto” Barabba. Il verbo greco “legomenon/s” dunque non introdurrebbe un patronimico formale, ma introdurrebbe una sorta di soprannome o nome di battaglia.


Ritroviamo la stessa introduzione in Mt, per quel che concerne Giuda detto l’Iscariota, dunque come nel caso di Yeshua bar Abba nei codici più antichi di Matteo e negli altri. Del resto la stessa parola aramaica “bar”, anche essa un semitismo, non necessariamente è da tradurre con la parola figlio.

Se andiamo ad analizzare Giuseppe Flavio, autore giudaico di I secolo, nella guerra giudaica, ci renderemmo conto di come certe traduzioni in greco di semitismi siano piuttosto ardue. I giudei che stazionavano sulle torri salutavano l’arrivo dei dardi scagliati dai romani letteralmente “arriva il figlio”. Lo stesso autore scrive espressamente trattasi di un’espressione nella lingua dei padri.



Non viene lanciato un figlio, in senso letterale, piuttosto il dardo è figurativamente espressione o per certi versi “figlio” dell’arma da lancio. Dunque in questo caso Bar esplicherebbe una appartenenza più che una discendenza genealogica. Ma Bar potrebbe essere inteso anche come “adatto a”: pensiamo alla locuzione ebraica BAR MIZVAH, una cerimonia di iniziazione di fedeli, ovvero un bambino diventa “adatto ai comandamenti”, oppure BAR MAZAL ovvero adatto alla fortuna.

Un esempio ulteriore lo abbiamo in SIMONE BAR KOKHBA, capo dei giudei e autore nel II secolo della grande rivolta contro Roma. Letteralmente bar kokhba renderebbe figlio della stella, ma attraverso un’attenta analisi del semitismo della lingua aramaica, potremmo tradurre bar come adatto a e kokhba, più che stella, in stella intesa come luce o come guida.
Bar Abba, forse, riferito a Gesù

Stabilito da questi elementi che Bar ABBA, potrebbe essere patronimico, o riferimento a figlio del maestro, o figlio del padre, ma non figlio di Dio, andiamo a vedere come bar Abba possa essere reso in aramaico, come “adatto a” o a voler essere esplicativo di un atteggiamento tipico e unico, atto a dare un soprannome o un nome di battaglia ad un dato personaggio.

Avremmo:

– Colui che solitamente si fa chiamare ABBA.

– Colui che è solito invocare ABBA anche come Dio.

Nel secondo caso avremmo dunque una lezione altamente coerente con un elemento tipico del Gesù storico, come si evince dai vangeli, secondo i quali sovente Gesù chiama Dio, ABBA. L’episodio del Getsemani, antecedente l’arresto, lo vede invocare Dio, come ABBA. Del resto che i primi cristiani mutuano dalla predicazione di Gesù il termine di Dio come Padre e dunque ABBA; questo infatti, risulta evidente anche dalle lettere di Paolo di Tarso.

E’ altamente plausibile, così considerare come sia una prerogativa tipicamente gesuana, quella di invocare Dio come Padre (ABBA) che i discepoli conservarono dalle predicazioni di Gesù e nel tempo, crea un tratto tipicamente cristiano.

Potremmo allora considerare coerente con il Gesù storico, YESHUA BAR ABBA.

Ma come possiamo considerare, una volta data un’interpretazione a YESHUA BAR ABBA, l’episodio storico stesso del rilascio del bar Abba e la condanna del Cristo?



Matteo scrive che il governatore romano, era solito per ciascuna festa rilasciare un prigioniero alla folla, secondo l’evangelista dunque, era una prerogativa di quello specifico governatore cioè Pilato e non una consuetudine derivata da una specifica norma giuridica o romana. Barabba viene definito prigioniero famoso, ma non viene di fatto definito bandito o terrorista.

Anche nei passi di Marco, come Matteo, Barabba è un prigioniero, che era stato incarcerato assieme a dei ribelli, che per un tumulto avevano generato un omicidio. Ciò non significa che il così detto Barabba fosse un ribelle, può altresì significare che ne condivideva la prigione ma non la colpa di sedizione e omicidio. Eppure il testo greco di Marco risulta tutto sommato, ambiguo, nel senso che stabilire o meno Barabba faccia parte del gruppo di ribelli catturati a seguito di una rivolta oppure stabilire se, ne condividesse solo la cella, risulta quasi impossibile.

In Luca è detto essere un ribelle, catturato a seguito di un omicidio che lui stesso aveva compiuto. Dunque ci troveremmo davanti ad un personaggio che negli evangelisti diventa progressivamente, una figura strumentale ad una specifica finalità, ovvero quella di rimarcare la scelta del popolo giudaico di liberare un ribelle e di fatto, condannare a morte Gesù.

Non ci aiuta il confronto dei testi evangelici per definire, l’episodio storico di tumulto o rivolta, durante la quale il personaggio Barabba sarebbe stato catturato. Marco, come Matteo, parlano di rivolta, supponendo essa fosse nota; letteralmente “la rivolta”, senza definire quando.



Potremmo supporre che le vicende legate all’arresto di Gesù nel Getsemani, dove uno dei seguaci avrebbe colpito con un colpo di spada le guardie del sinedrio giudaico, possano essere state un momento di tumulto? Supponendo Gesù e Barabba fossero due persone diverse, nessun riferimento è dato della presenza di Barabba, tra i seguaci di Gesù.

E poi, l’episodio del Getsemani, potremmo definirlo un parapiglia; dagli evangelisti si evince come il sinedrio, volesse catturare Gesù in tutta fretta, evitando l’approssimarsi della Pasqua e soprattutto perché era quello il momento nel quale a Gerusalemme, confluivano numerosi fedeli per la ricorrenza. Ovviare alla cattura di un personaggio che aveva un discreto seguito, in maniera aperta e davanti a tutti, poteva generare un vero tumulto.

Alla fine certi predicatori che avevano un certo seguito, aumentavano lo stato di tensione di chi governava, essenzialmente perché generavano il timore potessero veicolare le masse verso rivolgimenti politici. Dunque sembra improbabile l’episodio del Getsemani, sia “la rivolta”, menzionata dagli evangelisti, tenuto conto che tutti, viene scritto, abbandonarono Gesù e fuggirono. Supponendo Gesù e Barabba fossero la stessa persona, avremmo fonti che parlano di rivolte a Gerusalemme, in quel dato momento?
Una fonte controversa

Ebbene una fonte c’è. Questa fonte però, non ha garanzia di autenticità, anzi con molta probabilità è assolutamente spuria. Si tratta di un passo della Guerra Giudaica, tratto dalla versione slava di Flavio Giuseppe. Nelle versioni della guerra giudaica Giuseppe, mai parla di Gesù. Questo estratto definito “testimonium slavorum” scrive che a Gesù si aggregarono 150 seguaci. Avendo ampia presa su tutti, il popolo chiedeva a Gesù di entrare in città, sterminare Pilato e i romani e governare su di loro. Gesù non se sarebbe curato di queste richieste.

Eppure Pilato reso edotto dal sinedrio, inviò i propri soldati, attaccò quei facinorosi e uccise molti giudei, catturando Gesù. Pilato, una volta interrogato Gesù, definendolo giusto lo rilasciò. Solo successivamente sarebbe stato di nuovo arrestato e condannato alla croce. Ovviamente non manca chi vuole conferire autenticità a questo passo, tuttavia pur annotandolo, dobbiamo cercare altrove soprattutto in Flavio Giuseppe, nei testi che conosciamo e nelle Antiquitates nel passo che precede il testimonium Flavianum (dove l’autore scrive di Gesù condannato a morte da Pilato), vi è menzione di una rivolta occorsa a Gerusalemme per la costruzione di un acquedotto.

Pilato in quel frangente avrebbe usato parte del tesoro del tempio, scatenando una rivolta. Tuttavia non vi è menzione di giudei che aggrediscono e uccidono soldati romani. La vicenda poi cronologicamente è difficile da collocare, nella settimana della Pasqua ebraica.

Occorre poi tener fede della discrepanza nel ritratto del prefetto romano, Ponzio Pilato, che intercorre tra gli evangelisti da un lato e le fonti giudaiche dall’altro, Giuseppe Flavio e Filone alessandrino.


Per i romani, l’area della Palestina nel complesso, era un’area davvero particolarmente difficile da gestire. Attese messianiche, di rivalsa politica e religiosa di quel popolo che si sentiva popolo eletto, e scarsa ricezione di un dato ellenismo, creavano ansie e difficoltà reali di gestione per i romani. In momenti come la Pasqua un centro come Gerusalemme era monitorato con particolare attenzione e soprattutto, i romani dovevano tener conto di ogni movimento o predicatore che potesse creare disordini.

Pilato è presentato come un sanguinario e senza scrupoli, risulterebbe altresì improbabile, liberasse un rivoltoso per dare soddisfazione alla folla. Non abbiamo menzioni di usanze tipiche per quel tempo di liberare personaggi già giudicati colpevoli. Possiamo supporre in alcuni casi avvenissero liberazioni, dietro pagamenti di tangenti; Flavio Giuseppe menziona i successivi governatori (all’epoca procuratori non più prefetti) Albino e Gessio Floro, dediti a intascare tangenti per liberare delinquenti, al fine di arricchire se stessi. Potremmo supporre Pilato facesse lo stesso, ma resta una pura supposizione.
Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

Gesù venne condannato alla croce, il cui titulus definendolo rex lo definiva come reo di rivolgimento politico, e forse non è un caso venisse crocifisso tra due “latrones” di fatto termine con il quale i romani definiscono quel gruppo di irriducibili che sono gli zeloti. Yeshua bar Abba è coerente con il personaggio del Gesù storico, come si deduce dagli evangelisti, ma uno sdoppiamento potrebbe essere arbitrario, voluto per rimarcare come il Bar Abba venisse salvato come uomo dal Cristo che si sacrifica per lui, prefigurando così la salvezza.

La spiegazione maggiormente adottata dalla ricerca storica è quella di matrice redazionale. Il cristianesimo fin da subito comincia ad allontanarsi dall’alveo del giudaismo.

Già la contrapposizione tra Paolo e Pietro ne è un esempio. Ma Paolo di Tarso è il fondatore del cristianesimo, lui giudeo e cittadino romano allo stesso tempo, è l’uomo che apre il messaggio gesuano ai non circoncisi e rende quella che all’inizio era una delle tante sette del giudaismo, ovvero i nazorei, una religione aperta a tutti. Queste dinamiche generano nel giudaismo contrasti e dispute, fino alla distruzione del tempio a Gerusalemme del 70.

I cristiani rompono con il giudaismo e devono convivere con il potere politico del tempo ovvero Roma. Ciò si evince dalla predicazione di Paolo. A livello redazionale far sì che fossero stati i giudei a voler libero un malfattore a dispetto del Cristo, li qualificava come rei di deicidio, liberando da quella responsabilità Roma, nella figura del suo governatore Pilato.

fonte: