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venerdì 11 ottobre 2019

Mistero in Libia Tripoli Tajura





In Libia a Tripoli molti migranti del campo profughi di Tajura sono morti sotto le bombe. Gaetano Pecoraro ci racconta il vero bersaglio di quelle esplosioni: un deposito segreto di armi. E poi le torture subìte, e il ruolo dell'Italia nel finanziamento dei campi

L’11 maggio del 2017 nel centro profughi di Mineo, in Sicilia, una delegazione del governo italiano ha negoziato con le autorità Libiche il blocco delle partenze dei migranti. Al tavolo della trattativa c’è anche Abd Al-Rahman Milad, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Bija.

Secondo l’Onu il comandante Bija dovrebbe stare in galera per crimini contro i migranti. Sarebbe il boss dei trafficanti di migranti, uno che da una parte affiancherebbe con una sua milizia la guardia costiera libica ma dall’altra secondo l’Onu, gestirebbe nel bene e nel male tutto il flusso delle partenze dei profughi. Un report delle Nazioni unite lo indica come un trafficante di migranti.

Strano quindi vederlo trattare con l’Italia per risolvere un problema delicato come quello dell’immigrazione dalla Libia. Le autorità di Roma sapevano chi fosse perché tanti giornali avevano parlato di lui, ma soprattutto perché in uno studio del ministero della difesa Bija era indicato come “dedito al traffico di migranti”. In un video si vede Bija che frusta alcuni migranti su un barcone. Metodi brutali utilizzati anche da altri libici in diverse situazioni e che purtroppo ci vedono ancora coinvolti, come per esempio nei tre campi profughi di Tripoli.

Uno di questi campi è quello di Tajura. Gaetano Pecoraro ha intervistato alcuni profughi che ci hanno vissuto. Raccontano violenze e punizioni corporali che a volte finivano perfino con la morte. Sotto la struttura c’era un luogo segreto, chiamato Underground. Era lì che avvenivano le torture: sevizie terribili, a cui molti migranti sono stati sottoposti per tantissimo tempo. In un campo che sarebbe finanziato anche dall'Italia, tramite alcune ong.

“Prendevano le ragazze e le violentavano”, ci racconta uno dei migranti che è stato lì. Gaetano Pecoraro ha chiesto al nuovo ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: se l’Italia dovesse essere complice in crimini contro l’umanità, come la metteremo? “Quello lo valuteremo. Ogni giorno ha la sua pena”, la laconica risposta di chi siede al Viminale (nel servizio abbiamo incontrato anche due suoi predecessori, con linee stranamente simili sulla Libia, nonostante le divergenze politiche: Marco Minniti del Pd e Matteo Salvini della Lega).

Quest’estate il campo di Tajura è stato bombardato. Le immagini del bombardamento sono state riprese con il telefonino dalle persone chiuse dentro il capannone dove è scoppiata la bomba. Sono video terribili. Non si sa chi ha tirato la bomba, ma si conosce il perché.

Stando a quanto raccontano i profughi, nell’Underground, dove avvenivano le torture, c’erano dei depositi di armi, bombe e perfino carri armati. Forse era questo l’obiettivo della bomba, distruggere quel deposito di armi. Il commento di uno dei profughi intervistati ci fa ancora gelare il sangue: “Ci usavano come scudi umani”.

martedì 7 maggio 2013

M E S




Gli stati non hanno piu' neppure la possibilita' di trattare e di discutere democraticamente con la popolazione le misure economiche da attuare e si devono limitare a esegure le riforme strutturali (tagli drastici nel settore sociale, svendita dei beni pubblici e liberalizzazioni selvagge) imposte dal fondo.
Il Trattato del MES che portera' miseria e disperazione di cui i media tradizionali non ci hanno informato : ''Lo scopo della crisi finanziara, artificialmente prodotta dall'elite', e' quello di imporre agli stati europei qualsiasi condizione venga decisa dagli oligarchi del grande capitale.Una di queste e' l'istituzione del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilita') in ben diciassette paesi europei.E' un'istituzione finanziaria internazionale con sede in Lussemburgo, che ufficialmente avrebbe lo scopo di prestare aiuto economico agli stati membri in difficolta', ma che di fatto costituisce la fine della sovranita' nazionale e dell'autodeterminazione dei popoli.
Si tratta infatti di un patto che, secondo quanto stabilito dal Consiglio Europeo, obbliga gli stati a sottomettersi all'autorita' dispotica di un nuovo super organismo europeo a cui viene conferita un'indipendenza e un'impunita' tale, che lo pongono al di sopra della legge.Gli stati non hanno piu' neppure la possibilita' di trattare e di discutere democraticamente con la popolazione le misure economiche da attuare e si devono limitare a esegure le riforme strutturali (tagli drastici nel settore sociale, svendita dei beni pubblici e liberalizzazioni selvagge) imposte dal fondo. Il Trattato del Mes conferisce inoltre ai dirigenti dell'ente sovrannazionale il potere di richiedere in qualsiasi momento un aumento del capitale, senza che i governi o i parlamenti nazionali possano opporsi. Dall'art. 32 del Trattato i beni, le sedi e i membri del MES godono di privilegi e immunita' da ogni forma di giurisdizione. I beni, le disponibilita' e le proprieta' del MES non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio o qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative. I locali del Mes vengono letteralmente definiti ''inviolabili''.Tutti i beni, le disponiblita' e le proprieta' del Mes sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere.Le decisioni del MES inoltre vegono assunte al di fuori di qualsiasi controllo democratico : ''I membri o gli ex membri del Consiglio dei Governatori e del Consiglio di Amministrazione e il personale che lavora, o ha lavorato per, o in rapporto con il Mes, sono tenuti a non rivelare informazioni protette dal segreto professionale.Essi sono tenuti, anche dopo la cessazione delle loro funzioni, a non divulgare informazioni che per loro natura sono protette dal segreto professionale''. L'art 35 conferisce l'immunita' di giurisdizione del personale per gli atti da loro compiuti nell'esercizio ufficiale delle loro funzioni e dell'inviolabilita' per tutti gli atti scritti e i documenti ufficiali redatti. Qualsiasi questione inerente all'interpretazione o alle disposizioni di applicazione delle norme del trattato e' sottoposta alla decisione degli stessi organi dell'ente. Il Mes e' diretto da un consiglio di governatori, da un consiglio di amministrazione e da un direttore generale.Gli stati membri si impegnano incondizionatamente e irrevocabilmente a versare al MES qualsiasi somma venga loro richiesta e ad adottare le misure economiche da esso stabilite. Tale obbligo e' irrevocabile poiche', anche nel caso in cui ci fossero le elezioni nello stato interessato dal provvedimento, e si formasse un nuovo parlamento contrario agli accordi del MES, il trattato dovra' comunque rimanere in vigore. Il capitale iniziale del MES, il trattato dovra' comunque rimanere in vigore. Il capitale inziale del Mes, e' come se qualcuno ci avesse detto:''Voi mi affidate i vostri soldi e poi li gestisco alle seguenti condizioni: 1- non avete diritto di chiedermi delucidazioni su come li spendo e non potete effettuare nessun tipo di controllo sulla mia gestione.Decido io quali informazioni darvi e con quali modalita'; 2-oltre all'importo iniziale, siete obbligati a versarmi anche tutte le successive somme aggiuntive che vi richiedero' 3-se avrete bisogno di un prestito, decidero' io se concedervelo e a quali condizioni; 4-nel caso emergano degli illeciti finanziari, delle irregolarita' o anche dei crimini gravissimi non potrete denunciarmi a meno che non sia io stesso ad autorizzarvi Accettate? Nessuna persona lucida di mente potrebbe mai tollerare condizioni simili, eppure lo stato d'ipnosi collettiva creato dall'elite', attraverso il monopolio dell'informazione, consente che ad accettarle siano interi stati sovrani. E l'aspetto piu' inquietante della vicenda e' che il controllo mentale sulle masse e' talmente evidente, che le clausole del Trattato invece di essere tenute segrete posssono essere pubblicate online nella massima indifferenza generale. La popolazine confida cosi' ciecamente nella trasparenza degli organi d'informazione istituzionali, da arrivare a ritenere che, se ci fosse qualche pericolo reale, i mass media se ne occuperebbero.''

giovedì 1 marzo 2012

WikiLeaks e Anonymous si alleano contro le multinazionali


Sono mesi che Wikileaks ha per le mani i documenti pubblicati questa notte, mesi in cui l’entourage di Julian Assange ha collaborato gomito a gomito con 25 organi di informazione per sfrondare i cinque milioni e mezzo di mail sottratte dai server di Stratfor, un’agenzia di global intelligence che raccoglie informazioni da tutto il mondo. Stiamo parlando di account mail delicati, tra cui 220 appartenenti a militari britannici e 242 a ufficiali della Nato.

A quasi quattro mesi di distanza dalla pubblicazione degli sconvolgenti SpyFiles, Wikileaks torna ad occupare le pagine dei quotidiani, ma lo fa in modo inedito. Questa volta infatti il materiale pubblicato non proviene da anonimi spifferatori (i cosiddetti whistleblower), questa volta non c’è nessun Bradley Manning (il soldato e informatico statunitese oggi accusato di aver passato informazioni a Wikileaks) a cui dare la colpa. Pare infatti che a fornire il materiale rovente alla squadra di Assange questa volta siano stati gli hacker del collettivo Anonymous, che lo scorso dicembre aveva annunciato di aver portato a termine un riuscito attacco ai server di Stratfor.
L’accusa che emerge dal comunicato con cui Wikileaks ha introdotto la pubblicazione del primo centinaio di e-mail (risalenti a unperiodo che va da 2004 al 2011) è che Stratfor operi come agenzia di intelligence al servizio di compagnie commerciali e governi disposti a pagare per le informazioni ottenute: “Le email espongono la rete di informatori, come vengono strutturati e occultati i pagamenti, nonché i metodi psicologici impiegati”. Wikileaks fa esplicitamente riferimento a tecniche di persuasione volte allo sfruttamento di informatori delicati. In una mail datata 6 dicembre 2011, ad esempio, si leggerebbero istruzioni impartite a un’analista di Stratfor su come gestire un informatore che poteva fornire notizie sullo stato di salute di Hugo Chavez: “Dovete avere il controllo su di lui. Un controllo finanziario, sessuale o psicologico.”
Praticamente, Wikileaks afferma di avere le prove che Stratfor sarebbe una sorta servizio di spionaggio mercenario di portata globale, che tra i clienti annovera agenzie governative come lo US Department of Homeland Security, i Marines e la DIA, e compagnie come: Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon e la Dow Chemical, che a quanto pare avrebbe pagato Stratfor per controllare gli attivisti del movimento Yes Men, che si battono per avere giustizia sulla strage di Bhopal.
Naturalmente, in mezzo ai 5,5 milioni di mail compaiono anche riferimenti a Julian Assange e a Wikileaks: almeno 4,000 chiamerebbero in causa la piattaforma di whistleblowing: “Il materiale che abbiamo contiene informazioni privilegiate riguardanti gli attacchi del governo degli Stati Uniti contro Julian Assange e Wikileaks, e sui tentativi della stessa Stratfor di sovvertire Wikileaks.”
Roba forte. Ma a quanto pare il bello (o il peggio) deve ancora venire. Nelle prossime settimane Wikileaks pubblicherà altri dispacci da cui potrebbero emergere risvolti inediti. Inoltre, gli attivisti della piattaforma hanno già annunciato di avere in mano la lista completa degli informatori di Stratfor, tra cui a quanto pare compaiono anche diversi giornalisti di importanti testate.
Nel frattempo, ai piani alti di Stratford sembrano aver accusato il colpo: “Stratfor comprende bene che questo attacco hacker e quello che ne è conseguito, inclusi i dispacci Wikileaks, hanno creato serie difficoltà per i nostri iscritti, amici e impiegati” ha dichiarato oggi la compagnia texana “Alcune delle email potrebbero essere state manipolate o alterate in modo da includere inaccuratezze; altre potrebbero essere autentiche. Non confermeremo la validità di alcuna di esse.”
Fulminea, poi, è arrivata la lettera di dimissioni del CEO di Stratfor, George Friedman: “Anche se non ho avuto alcun ruolo nelle nostre operazioni tecniche, come CEO della compagnia accetto la piena responsabilità e quindi mi dimetto con effetto immediato.“
Dimissioni a parte, Strafor per ora non risponde al fuoco, si limita solamente a parlare di “deplorevole, disgraziata e illegale violazione della privacy.”

mercoledì 15 febbraio 2012

Misteri sulle istituzioni Italiane

Non è un mistero che l'Italia e il suo popolo ha deciso di regalare al silenzio 
la sua Libertà!!!!!!!!!!!!!??????!!!!!!











sabato 11 febbraio 2012

Cosa C'è Dietro Mario Monti ?????!!!!????

Cosa c'è dietro l'entrata in scena di Mario Monti?
è il nostro salvatore?
Perchè tante coincidenze portano a lui?
Filmato Shock!!!!!

martedì 24 gennaio 2012

Monti minaccia e sputa veleno indignato per lesa maestà



 di Cedolin Marco
 La prima (e ad oggi unica) vera protesta contro l'esproprio bancario, portato avanti dal governo dell'usura, sta facendo saltare i nervi di mr. Goldman Sachs e della congrega di servoprofessori che lo coadiuvano nell'impresa di rendere l'Italia un grande successo come la Grecia.Per ironia della sorte a far barcollare Monti non sono i sindacati, già preventivamente cooptati sul libro paga del professore, non è la sinistra antagonista in profonda crisi d'identità e decisamente a corto di antagonismo quando si tratta di combattere Bruxelles e le banche e neppure la Lega di Bossi dispensatrice di aria fritta. Sono i camionisti, che ridotti con le pezze al culo hanno messo i propri mezzi di traverso, bloccando la macchina del consumo e toccando nel vivo l'unico nervo scoperto di un banchiere con tanto aplomb: il portafoglio! Quello suo e dei suoi padroni naturalmente, perchè i portafogli degli italiani somigliano ogni giorno di più a dei porta monete.Mario Monti è rimasto un poco spiazzato, (ma solo un poco non fatevi illusioni) perchè fermamente convinto di avere comprato tutti coloro che era necessario comprare, per garantirsi l'acquiescenza del paese........dai partiti politici di ogni colore, oggi uniformemente dipinti di grigio, alle associazioni dei consumatori, dai sindacati ai giornalisti, giù a cascata fino ad arrivare ai leader antagonisti in grado di fomentare una qualche protesta imprevedibile. Con un tacito accordo di chiarezza adamantina. Non si protesta, e se lo si fa occorre sia una protesta puramente di facciata, utile a dare un contentino ai gonzi che menate per il naso da una vita, ma assolutamente priva di qualsiasi valenza pratica. Un paio d'ore di sciopero qua, un altro paio là, un corteo con qualche pietra contro le vetrine a sinistra (così da poter affogare ogni ambizione rivoltosa nell'anatema contro la violenza) una manifestazione dove i leghisti possano parlarsi addosso (e non è un bel vedere) più a destra, qualche mugugno della Camusso, qualche astratta esternazione di Vendola e Ferrero, riscopertisi paladini dei lavoratori, qualche rimbrotto degli ambientalisti immersi nell'illusione dell'acqua pubblica, fino a al punto da non riuscire a vedere le nuove trivelle del banchiere e il project financing che cementificherà il paese.Tutti buonini, o muti e rassegnati fate voi, tutti zitti, perfino di fronte ad un folle che racconta loro in TV (quella TV buona e certificata politicamente corretta e un poco di sinistra) come massacrando tassisti, benzinai, edicolanti e farmacisti farà salire il mitico pil dell'11% ed i salari (quali?) del 12%.Tutti buonini, in fila per tre (per usare l'eufemismo caro a Bennato) alle pompe di benzina e agli sportelli di Equitalia, pronti per riempire i centri commerciali anche la notte, felici dell'eliminazione del denaro contante, che tanto in tasca pesa, e della nuova IMU che si paga volentieri, non fosse altro che per fare un dispetto a Berlusconi.E poi arrivano loro, i camionisti (coadiuvati pure dai forconi, dai tassisti e da chissà quali armate di satana risalite dagli inferi per l'occasione) sporchi, brutti e volgari a rompere le uova nel paniere.Paralizzano l'Italia, bucano le gomme a chi non sciopera, sono a rischio d'infiltrazioni mafiose (tuonano Confindustria e la Cancellieri) e d'infiltrazioni fasciste (tuona il partito di Soros), ma soprattutto mettono a repentaglio la macchina del consumo e gli italiani tutti che altro non devono essere se non tubi digerenti dello stesso.Bloccano strade ed autostrade, impedendo la più preziosa libertà del cittadino, costituita dal pendolarismo e dallo shopping selvaggio. Osano mostrare il muso duro contro il professore che sta lavorando per il bene del paese.Ma soprattutto sfuggono al controllo dei partiti e dei sindacati, non obbediscono, non cadono nel trappolone destra vs sinistra e sembrano veramente incazzati.A questo punto bisogna spazzarli via, prima che facciano altri danni, non tanto quelli alla spesa degli italiani, contabilizzati da Confcommercio (che se non fosse una congrega di burattini senza spina dorsale avrebbe già reso pubblici i danni ben più corposi provocati dal professore) ma piuttosto quelli alla stabilità del governo della BCE, organizzata e studiata a tavolino e costata in prebende almeno quanto una manovra finanziaria.Pensate il disatro prossimo futuro se mai gli italiani sull'onda di questi disperati iniziassero a capire che protestare si può. Anche se non ti chiama in piazza il partito o il sindacato. E si può perfino protestare seriamente, non 2 ore di sciopero nella pausa caffè o sfilatine folkloristiche concordate con la digos, ma proteste vere, ad oltranza (quella parolina magica che brucia come acido) portate per ottenere un risultato e non solamente per fare colore.Inaccettabile, blasfema, una prospettiva da stroncare sul nascere senza se e senza ma. Chiamate la celere, l'esercito o se preferite il servizio d'ordine della Cgil ma fateli smettere! E smettere subito sia chiaro! Tutti sopra i propri mezzi e dritti a casa in fila per tre, altrimenti oltre alla patente gli confischiamo anche quelli, che tanto di clandestini da far lavorare a nero e mettere alla guida di un camion ce ne sono a profusione nel paese.
la fonte:http://ilcorrosivo.blogspot.com
/


mercoledì 11 gennaio 2012

Misteri della manovra

Italia, emergenza caro-benzina
Alla fine del 2011 i prezzi più alti d’Europa
Oggi un litro di verde costa 1,747 euro. Atteso per giovedì il confronto con le cifre del resto del Continente che probabilmente confermerà quanto emerso a dicembre. Sulla situazione pesano l'estesa rete di distributori (il doppio della Germania) e le tasse che incidono per oltre la metà sul prezzo finale
Cresce ancora il prezzo della benzina e montano, di pari passo, le polemiche sulla persistente spirale inflattiva in attesa di un intervento di liberalizzazione ancora tutto da decifrare. Un litro di verde dal distributore, rileva oggi La Staffetta Quotidiana, costa in media 1,747 euro, un dato che evidenzia, da lunedì, un aumento al netto di accisa e Iva di 6,42 euro per mille litri per un complessivo +0,93%. In salita, ovviamente, anche diesel (+1,17%) e gpl (+0,76%). Atteso per giovedì il confronto con le cifre del resto del Continente e con le medie ponderate Ue che rischia di confermare quanto già emerso lo scorso 19 dicembre con la pubblicazione dei dati del Ministero dello Sviluppo economico: alla fine del 2011 la benzina italiana era la più cara d’Europa.

Venti giorni fa, un litro di benzina nella Penisola si pagava 1,673 euro, una cifra superiore a quella sborsata dagli automobilisti di Grecia (1,643) e Olanda (1,623), rispettivamente seconda e terza nella poco invidiabile classifica europea. Un primato abbastanza inquietante se si pensa che appena un anno prima ci piazzavamo al sesto posto della graduatoria. L’unica consolazione viene per il momento dal cosiddetto “stacco” dalla media europea pari, nell’ultima rilevazione, a 3,9 centesimi per la benzina e 4,1 per il gasolio, decisamente al di sotto dei massimi annuali toccati ad agosto (5,7 e 4,7 rispettivamente). Ma il dato, si diceva, potrebbe segnare un peggioramento nel calcolo di giovedì.

Sulla situazione italiana pesano almeno due tipi di fattori. Il primo è strutturale e chiama in causa l’efficienza stessa della distribuzione. Un anno fa, erano operative in Italia circa 24mila stazioni di servizio, il doppio rispetto alla Germania. Come dire che le singole pompe erogano in media una quantità inferiore di benzina, gasolio e Gpl con riduzione dei rendimenti di scala e conseguente aumento dei costi. Il secondo è invece contingente e fa riferimento alla componente fiscale. Le tasse (accise + iva) pesano in Italia per oltre la metà del prezzo finale. Il costo del carburante al netto delle imposte risulta infatti superiore in altri Paesi caratterizzati però da un regime più favorevole. Un esempio su tutti: al 19 dicembre scorso un litro di verde al netto delle tasse costava 72,6 centesimi a Malta contro i 67,9 pagati in Italia. Ma il prezzo pagato presso un distributore maltese non superava in media gli 1,41 euro contro gli 1,673 dell’Italia. Il paragone può sembrare scontato ma resta utile per capire il peso di una tassazione che continua ad incidere sul costo dei carburanti e quindi, al tempo stesso, sul prezzo di tutti quei beni che vengono trasportati su strada per essere distribuiti.

In una nota congiunta, Federconsumatori e Adusbef hanno stimato in 192 euro annui il rincaro sostenuto dagli automobilisti e in 161 quello scaricato sui generi alimentari a causa degli aumenti dei carburanti e delle tariffe autostradali. Una stima che potrebbe essere corretta al rialzo se le tensioni presenti sul mercato dovessero confermarsi anche nel lungo periodo. Da un lato c’è il momento critico vissuto dal colosso elvetico Petroplus che ha annunciato la chiusura, si spera momentanea, di tre impianti di raffinazione europei, dall’altro la debolezza dell’euro che continua a perdere terreno sul dollaro, la valuta di scambio del petrolio.

Ad animare il dibattito, in questi giorni, c’è la spasmodica attesa per l’annuncio di nuovi provvedimenti di liberalizzazione del settore italiano, ennesimo effetto di quella dottrina Monti che dovrebbe costituire la base del piano di crescita del Paese. Dai taxi alle farmacie nessuno sembra escluso dalle nuove norme, ma sul fronte dei carburanti resta ancora molto da chiarire. Tra le proposte più discusse c’è l’introduzione delle cosiddette pompe multimarca, distributori in grado di fornire carburanti di diversi produttori. L’ipotesi è tuttora allo studio ma gli ostacoli non mancano. La grande maggioranza degli impianti italiani, infatti, è di proprietà delle stesse compagnie ed è offerto ai gestori in comodato d’uso. A meno di non illudersi che un grande produttore possa iniziare a commercializzare benzina rivale sul proprio impianto, dunque, occorrerà apportare significative modifiche normative capaci di rivoluzionare il mercato italiano. Una strada tortuosa e ad oggi ancora molto lunga.

venerdì 28 ottobre 2011

Mistero Licenziamenti "facili"

Scatta la rivolta dei sindacati - Sindacati pronti allo sciopero contro le misure indicate dal Governo Italiano nella lettera all’Unione Europea. Entro maggio 2012 il governo formalizzerà i licenziamenti per motivi economici, questo il punto in comune contro cui si sono schierate ad unanimità le organizzazioni dei lavoratori. I sindacati annunciano un autunno di scioperi, e si dicono pronti ad intraprendere e a combattere una battaglia dura sui  licenziamenti facili che  il premier Silvio Berlusconi ha promesso nella sua riforma ai leader europei.

La lettera presentata all’Ue - Entro maggio 2012 l'esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro, è quanto scritto tra gli impegni presi con l'Ue, “funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell'impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato; più stringenti condizioni nell'uso dei 'contratti para-subordinati' dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato”.

Parola ai sindacati - La Cgil parla di norme da “incubo”, e assicura, per voce della sua segretaria generale, Susanna Camusso, una “reazione con la forza necessaria e una mobilitazione unitaria”. Per il leader della Cisl Raffaele Bonanni la riforma presentata dal Premier “è un' istigazione alla rivolta, una provocazione”. In una nota congiunta le tre sigle sindacali ribadiscono che “Qualora il Governo - scrivono - intendesse intervenire sulle materie del lavoro senza il consenso delle parti sociali, Cgil, Cisl, e Uil saranno costrette a ricorrere a scioperi”.

Le dichiarazioni di Sacconi – “Siamo l’unico Paese al mondo che ha regole così rigide sui licenziamenti” – afferma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che assicura che presto partirà il tavolo con le parti sociali, alle quali chiede di avere un atteggiamento responsabile mettendo da parte pregiudizi,“dismettendo il loro abito ideologico”. “È assolutamente falso parlare di licenziamenti facili” – dice, respingendo le accuse fatte dai sindacati e dall’opposizione, e successivamente spiega che“l’obiettivo della norma non è licenziare, ma incoraggiare le aziende ad assumere. Evitando così, in presenza di andamenti economici negativi per l’azienda o il settore, le grandi difficoltà nel fare un passo indietro. Anche se le prospettive sono incerte”.

giovedì 25 agosto 2011

Collaboriamo Per La Difesa Della Nostra Libertà!!!!

La Legge bavaglio non è una legge che difende la pri­vacy del cit­tadino, al con­trario, è una legge che difende la pri­vacy del potere. Non intesa come pri­vacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaf­fari. Quando si dis­cute di inter­cettazioni bisogna sem­pre affi­darsi ad una pre­messa nat­u­rale quanto nec­es­saria. La pri­vacy è sacra, è uno dei pilas­tri del diritto e della con­vivenza civile.

lunedì 18 luglio 2011

Misteri della nostra Politica

Licenziato DOPO 15 Anni di precariato in Quel palazzo, ho Deciso di svelare pian piano Tutti i Segreti della casta.
Descrizione
Aperto per Sicurezza delle Nazioni Unite ho blog. finchè non mi chiudono this page, non credo di aggiornarlo, ma NEL Caso in CUI la pagina scompaia da ONU Momento all'altro, potete ritrovarmi qui:



http://isegretidellacasta.blogspot.com/

martedì 5 luglio 2011

La notte della rete

La notte della rete

Il 6 luglio l'Autorità per le Comunicazioni si appresta a votare una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice.

Diciamo no al bavaglio alla rete! Partecipa anche tu e invita tutti i tuoi amici a "La notte della rete": 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti. L'evento sarà in diretta streaming sul Fattoquotidiano.it e su una rete di tv locali.

Per info e partecipazione: nocensura@agoradigitale.org
L'hashtag twitter: #notterete

venerdì 17 giugno 2011

Michele Santoro:un mistero Italiano?????



Tutto pronto per la nuova sfida di Santoro
Atteso a Bologna un super ospite a sorpresa

 DIRETTA ONLINE: http://www.tuttiinpiedi.it/Non si sa ancora chi salirà sul palco a metà serata: c'è chi sussurra il nome di Adriano Celentano, chi invece quello di Roberto Benigni che è in città da ieri e rimarrà fino a lunedì, quando leggerà Dante in piazza Maggiore

Tutto è pronto per le 21.15 di stasera quandoTutti in piedi! “Signori entra il lavoro”, la puntata straordinaria di voluta da Michele Santoro, prenderà il via ufficialmente con la voce dell’ironia di Serena Dandini.

lunedì 13 giugno 2011

Nucleare, acqua, giustizia. I Referendum della padella e la brace!!!!!!


1

Segnaliamo una riflessione sui quesiti referendari di alto profilo per lucidità, correttezza e chiarezza. A nostro modesto avviso si tratta di un articolo di grande giornalismo, di quel giornalismo che ragiona con onestà intellettuale e che non ha alcuna reticenza. Che da le notizie perché le deve dare, perché ha come unico riferimento il lettore.
Se eviti l’una caschi nell’altra. Anche se, referendum per referendum, puoi scegliere cosa “scotta” di più.
NUCLEARE, cioè installare prima o poi in Italia centrali per produrre energia tramite la tecnologia nucleare.
La “padella” è correre il rischio e/o sfruttare l’opportunità. Padella bollente e ustionante perché il rischio del nucleare si moltiplica in un paese come l’Italia dove costruire ospedali e gallerie di autostrade con il cemento impastato di sabbia non è un’eccezione.
Rischio moltiplicato dalla consuetudine della malavita organizzata di occupare e controllare il settore del “movimento terra” e relativi appalti e aziende. Rischio moltiplicato dalla certezza assodata per cui ogni opera pubblica costa in Italia tre, cinque, dieci volte di più che in ogni altro paese. Indipendentemente da quanto sia o no sicuro il nucleare, è l’Italia ad essere un paese poco “sicuro”. Di sicuro è che il nucleare in Italia si trasformerebbe in una greppia di tangenti e “stecche”, in un festival del subappalto. Dunque è più prudente non farlo in Italia il nucleare che da noi porta un fall-out sicuro: la corruzione e lo sperpero di denaro pubblico.
E la “brace”, qual è la brace del nucleare? E’ ritrovarsi con un paese che non sa e non vuole sapere con quale energie alimentarsi nel prossimo decennio e oltre.
Un piano energetico non si sono azzardati a proporlo davvero nè i governi di centro sinistra, men che mai quello di Berlusconi. Eliminato il nucleare, resta il gas. E a gas l’Italia già sostanzialmente va, al punto che, come è stato detto: “Quando accendi l’interruttore della luce è come se aprissi il rubinetto del gas”. Ma nessuno ha detto dove mettere i rigassificatori, i magazzini del gas. E nessuno li vuol far mettere in casa, Brindisi insegna. Allora il carbone? Men che mai, come insegna Porto Tolle.
Allora le rinnovabili? Negli ultimi anni hanno goduto di incentivi quattro, dieci volte superiori ad ogni altro paese d’Europa. Costano, stracostano e soprattutto l’obiettivo massimo raggiungibile è quello del 20 per cento del fabbisogno energetico. E l’altro ottanta per cento?
La “brace” è quella di un paese che si illude che l’energia venga dalla provvidenza, tra un po’ qualcuno sosterrà che l’energia è come l’acqua: un bene naturale e una risorsa garantita alla stregua dei naturali diritti.
La “padella”, nella padella ci caschi e subito ti frigge se voti No al referendum sul nucleare. La “brace” ti brucia a fuoco lento ma inesorabile se voti Sì. Comunque puoi scegliere con animo sereno: il nucleare in Italia non si sarebbe mai fatto e mai si farà. Anche non ci fosse stata Fukushima e anche non ci fosse il referendum. Anche prima non c’era una Regione, un Governatore, un Comune, una popolazione che avrebbe fatto costruire sul suo territorio una centrale. I governatori di centro destra si erano inventati il sì al nucleare ma non nella mia regione perché “autosufficiente” quanto a energia. Una balla di successo. I governatori di centro sinistra si appellavano alla Costituzione e al federalismo, insomma decide la Regione e non lo Stato centrale.
Appello valido grazie alla follia di una legge del centro sinistra che colloca l’energia tra le materie “comuni” in cui Stato e Regioni decidono insieme. Non si sarebbe mai fatto il nucleare in Italia, se non con l’esercito che nessun governo avrebbe mai ovviamente impiegato. Non si riesce a fare la Tav, figurarsi il nucleare. Quindi sul nucleare il meno peggio è la brace del Sì.
ACQUA, qui i referendum son due. La “padella” in cui si frigge e si viene rosolati se si vota No è il mantenimento in vita di una legge obliqua. Legge detta Ronchi che non è vero “privatizza” l’acqua, questa è una balla, anche se balla di travolgente successo. La legge Ronchi è obliqua perché obbliga e non consente che i privati possano entrare nella gestione, gestione e non proprietà dell’acqua.
Obbligo a data certa e fissata. Le ragioni di questo obbligo sono perché altrimenti i partiti politici e i governi locali che oggi gestiscono e lottizzano le aziende del ciclo dell’acqua mai e poi mai mollerebbero l’osso. Però obbligo è il contrario di mercato, obbligo è disposizione obliqua e meritevole di sospetto.
Tanto più che la legge non prevede una Autorità di garanzia e controllo. Senza di questa la legge è ancora più obliqua: ovunque si consente ai privati di gestire pubblico servizio c’è un’Autorità che verifica l’efficienza, i costi, le tariffe e la qualità e costanza della fornitura stessa del servizio. Se voti No ti tieni la legge obliqua.
E la “brace”, qual è la brace che ti si accende sotto il sedere se voti Sì? La brace è che votando Sì caschi dall’acqua gestita dai privati nell’acqua lottizzata dai partiti.
Le aziende di natura e nomina politica non avranno più neanche il fastidio di indire gare per l’assegnazione del servizio idrico, gare non ce ne saranno più: ci penseranno le “Asl dell’acqua”, ci sono già e si chiamano Ato. La brace è che senza gare il servizio sarà costoso e inefficiente, molto più di quanto non sia. E la brace è anche l’illusione, il miraggio di aver “scacciato mammona”, cioè eliminato il denaro e il profitto dalla gestione dell’acqua. Si vota Sì anche per abolire la norma che prevece un guadagno per chi fornisce l’acqua, la porta dentro le case, la depura, la controlla, la ricicla. Ma eliminare quel guadagno è solo un atto di fede, di fede ingenua, miope e alquanto mistica. Poichè l’acqua potrà in natura anche essere gratis, ma gratis non è la gestione del servizio, poichè un costo c’è per acquedotti, conduttori, depuratori che madre natura non fornisce come optional, quel costo gli utenti-cittadini lo devono pagare.
Nessuno lavora gratis, neanche le aziende pubbliche e, se non ci sono pasti gratis, non esistono neanche docce gratis. Se quel costo non lo paghi sotto forma di tariffa e bolletta, lo paghi sotto forma di tassa. Le aziende pubbliche se andranno in deficit esiteranno ad aumentare tariffe e bollette per ragioni di “popolarità”.
E busseranno cassa a Regioni, Comuni, Stato e Fisco per ripianare le loro perdite e per trovare i soldi per acquedotti, fognature, depuratori…Soldi che i cittadini pagheranno in forma di tasse, potendo consolarsi con lo “occhio non vede, cuore non duole”. Oppure le aziende pubbliche, in assenza di soldi, non faranno un bel nulla e si terrano conduttore sfondate, tubi che perdono…Già fanno così, lo fanno da 60/100 miliardi: tanto finora è costato il non fare e tanto costa rendere il servizio idrico in Italia democraticamente efficiente e garantito per tutti.
Considerazione a margine: lo slogan “acqua pubblica” è un capolavoro di marketing e comunicazione, chi l’ha inventato ha battuto Berlusconi sul suo terreno, il monopolio del populismo in Italia non c’è. Quindi sull’acqua il meno peggio è la “padella” del No.
GIUSTIZIA, qui il referendum si chiama legittimo impedimento ma è di giustizia che si tratta, giustizia in concreto e in astratto. Il legittimo impedimento che c’era prima della sentenza della Corte Costituzionale che lo ha dimezzato meritava non un referendum ma una sollevazione popolare. Stabiliva infatti che il governante era, a suo insindacabile giudizio e per diritto di potere acquisito, sopra e fuori dalla legge. Alla giustizia che lo chiamava poteva rispondere con una pernacchia mascherata appena da impegno in agenda.
La “padella” in cui infliggi ustioni di massimo grado al principio dell’uguaglianza davanti alla leggi se voti No è quella del mantenimento non tanto di una legge, scade ad ottobre, ma di un principio di esenzione. Con il No mantieni in vita il principio della legge “ad personam”: tremenda padella.
E la “brace”, qual è la brace che ancora scoppietta se voti Sì? Che Berlusconi fa votare al suo Parlamento e alla sua maggioranza la “prescrizione breve” e così cancella i suoi processi e tanti altri processi. Smontaggio della giustizia e dello Stato come effetto indiretto di cui il Sì non ha responsabilità ma che pure si produce. Sulla giustizia la brace del Sì bruciacchia alquanto, ma è molto meno peggio della padella del No.
Mino Fuccillo

lunedì 2 maggio 2011

Bin Laden, il principe fantasma

Stanato nelle montagne del Pakistan:


di:PAOLO MASTROLILLI

Poteva vivere da ricco rampollo principesco di una famiglia miliardaria, è morto ammazzato come il terrorista più ricercato al mondo. Forse è stata coincidenza, o forse un’inclinazione inevitabile del carattere, ma la traiettoria di Osama bin Muhammad bin Awad bin Laden resterà nella storia come un tragico errore del destino.

Osama, che vuol dire «giovane leone», nasce il 10 marzo del 1957 a Riad, in Arabia Saudita. Suo padre, Muhammad, era emigrato dallo Yemen nel 1931, sperando di fare fortuna. E fortuna aveva fatto, cominciando la carriera come facchino dei pellegrini a La Mecca, e finendola come il più grande costruttore del paese. Osama è il diciassettesimo figlio di un padre che ne avrà oltre cinquanta, ma ha così tanti soldi da poterseli permettere. Si racconta che a quindici anni il ragazzo avesse già una scuderia di cavalli per il suo divertimento, e a diciassette era già sposato, con una cugina siriana. Studia economia e ingegneria all’università King Abdul-Aziz di Gedda e sembra destinato alla vita di agio e lusso dei suoi fratelli, ma qualcosa si inceppa nei meccanismi della sua esistenza.

Quando aveva dieci anni suo padre era morto in un incidente aereo, la cui colpa era ricaduta sul pilota americano. Strano rapporto, quello di Osama con Muhammad: da una parte rispettava e adorava il padre, un pio musulmano che si vantava di aver pregato a La Mecca, Medina e Gerusalemme, tutto in un solo giorno; dall’altra se ne sentiva rifiutato perché aveva abbandonato sua madre, una siriana, subito dopo la nascita del futuro capo di al Qaeda.

Durante gli anni dell’università Osama si avvicina all’estremismo islamico e finisce sotto l’influenza di due cattivi maestri, Muhammad Quttub e Abdullah Azzam. Ma la svolta arriva nel 1979. Osama ha 22 anni e l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Lui si unisce ai mujaheddin che combattono i russi, offrendo soldi e assistenza. L’Arabia Saudita lo usa come tramite e anche gli americani, per via indiretta, lo aiutano a costruire il suo esercito e le sue basi, a partire da quella sulle montagne di Tora Bora.

Quando i sovietici vengono sconfitti bin Laden torna in Arabia, accolto come un eroe, ma il rapporto con la monarchia saudita si incrina presto. Lui l’accusa di essersi prostrata agli americani e l’invasione irachena del Kuwait, nell’agosto del 1990, spezza definitivamente il filo. Osama, che a quel punto aveva già trasformato al Qaeda nella sua rete per tenere uniti i mujaheddin con cui aveva combattuto in Afghanistan, denuncia l’alleanza di Riad con Washington. Si presenta come l’emiro che vuole resuscitare il califfato, per riunire sotto un solo governo islamico tutti i musulmani. Il governo saudita lo confina a Gedda ma lui scappa in Sudan, un paese senza legge dove può costruire la sua base.

Il 29 dicembre del 1992 una bomba esplode in un hotel di Aden, dove avevano alloggiato truppe americane in viaggio verso la Somalia. Al momento dell’attentato i soldati Usa non ci sono più, ma muoiono due turisti austriaci. Gli esperti di intelligence considerano questa la prima operazione di al Qaeda, l’ambizioso inizio di un’escalation. Nel febbraio del 1993 segue il primo attentato contro le Torri Gemelle, poi il massacro di diciotto soldati americani in Somalia. Nel 1994 il governo saudita revoca la cittadinanza a bin Laden e congela i suoi beni, ma questo lo spinge ancora di più sulla via dell’estremismo. Scrive una lettera di fuoco contro re Fahd e nel novembre del 1995 un camion bomba esplode nel centro di addestramento della Guardia nazionale saudita, gestito dagli americani a Riad, uccidendo sette persone. Nel giugno dell’anno dopo, invece, l’attacco alle Khobar Towers, una residenza per i soldati americani a Dhahran, fa diciannove vittime. Il Sudan, sotto pressione degli Stati Uniti e dell’Arabia, espelle Osama.

Lui si rifugia in Afghanistan e stringe un’alleanza con il mullah Omar e i taleban: ad agosto pubblica la sua personale dichiarazione di guerra contro gli americani, che secondo lui occupano «la Terra delle due Sante Moschee», cioè l’ex Arabia. Nel febbraio del 1998, insieme al suo braccio destro egiziamo Ayman al-Zawahiri, emette una fatwa in cui dichiara che attaccare gli americani ovunque nel mondo è «un dovere individuale» di ogni musulmano. Pochi mesi dopo, il 7 agosto, nell’ottavo anniversario dell’invio delle truppe Usa nel Golfo Persico, due bombe esplodono simultaneamente davanti alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam. Muoiono in totale 224 persone e oltre 4.500 restano ferite. Osama diventa il nemico numero uno di Washington e il presidente Clinton reagisce lanciando missili sulle sue basi in Afghanistan e su una fabbrica farmaceutica del Sudan, sospettata di produrre armi chimiche per al Qaeda. E’ l’inizio dello scontro aperto, ma è già troppo tardi.

Bin Laden sta organizzando da tempo il suo attacco al cuore degli Stati Uniti, un progetto così ambizioso e folle da sembrare impossibile. Nel 2001 l’intelligence americana capisce che si sta preparando a colpire, ma una incredibile serie di errori e coincidenze sfortunate impedisce di scoprire come. L’11 settembre quattro aerei di linea vengono dirottati: due si schiantano contro le Torri Gemelle, uno sul Pentagono, e il quarto, presumibilmente diretto verso la Casa Bianca, precipita sopra un prato della Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri a bordo. La caccia a bin Laden, già cominciata da anni nel silenzio, diventa la priorità della «Guerra al terrorismo» del presidente Bush. Lui, che prevedeva di finire braccato, aveva vietato ai suoi venticinque o ventisei figli perfino di bere acqua fredda, affinché non si abituassero agli agi che la vita da ricercati avrebbe reso impossibile. Sfugge agli attacchi americani in Afghanistan attraversando le impenetrabili montagne di Tora Bora. Diventa un fantasma, sparisce nel nulla. Tutti dicono che si è rifugiato nelle regioni tribali del Pakistan, dove gode da sempre della protezione della gente, ma nessuno riesce a sapere dove. Fino a ieri notte.

La fonte:
http://www3.lastampa.it