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sabato 26 maggio 2012

Enigma e Sumeri.


Quale binomio più giusto e coerente?
In effetti, fin dalla fine del XIX secolo, quando fu finalmente decifrata la scrittura cuneiforme dando vita alla nascita dell’assiriologia, si generò un ampio scontro tra due schieramenti, uno pro e l’altro contro l’attribuzione della paternità di questa nuova scrittura alla lingua sumera di origine semitica. Una diatriba che rese ancor più accidentato il percorso della ricerca delle origini di questo straordinario quanto incredibile popolo, che con questa invenzione decretò la fine della Preistoria e l’inizio della Storia.
Immigrati dalla Valle dell’Indo o originari dei territori montani del Caucaso?
Popolazione semita o non semita?
Quesiti relativi ai Sumeri ai quali il mondo accademico, da ben 150 anni, non è ancora stato capace di trovare risposte certe e quindi definitive. Ma le cose stanno proprio così?
Sta di fatto che, allo stato attuale della nostra conoscenza, benché sulla provenienza geografica di questa straordinaria civiltà ci sia chi sostiene pariteticamente l’una o l’altra delle due ipotesi appena indicate, per quanto riguarda l’appartenenza etnica sembrerebbero tutti d’accordo sull’origine non semitica. Sembrerebbero!
Si. Un condizionale prudente, ma soprattutto espressione di un pensiero frutto dell’essere consci che, alla chiusura di un conflitto, in questo caso archeologico-letterario, l’armistizio si concretizza sempre con uno o più compromessi sopportati, come è logico, dalla parte perdente. E la storia, come si sa, la scrivono i vincitori. Una storia che, quando va bene, costituisce una mezza verità, e l’altra mezza, ovviamente, si tende a farla deliberatamente cadere nell’oblio. Tant’è che da quel momento, circa 50 anni fa, sebbene ci siano stati dei timidi tentativi di ricerca, nel mondo accademico non si è più prodotto alcun progresso verso l’enigma delle origini della civiltà sumera. Stallo totale. Stano, non è vero?
Ma se fosse la solita tecnica oscurantistica attuata dal vincitore? Oppure si tratta di una normalissima coincidenza? Il dubbio rimane. A tal proposito Voltaire diceva: “Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno”. Personalmente considero i dubbi la molla propulsiva del sapere, del conoscere e del ricercare. Quindi, mettiamoci all’opera in maniera severa ed ordinata.
Era la fine del XX secolo quando imperversava lo scontro tra i vari studiosi circa l’accettazione della definizione di una nuova scrittura derivante dalla lingua sumera di origine semitica. La divergenza tra i due schieramenti era tale che i contrari, la parte più consistente, giunsero perfino a negare l’esistenza del popolo sumero. Però, successivamente questa posizione negazionista dovette mutarsi in possibilista a fronte delle numerosissime prove anche archeologiche che sostenevano la tesi opposta. Ma questo cambio di atteggiamento fu l’unica apertura concessa. In breve, la nuova scrittura e la nuova lingua apparteneva al popolo Sumero, che come tale non era di origine semita.
Un compromesso raggiunto con la buona pace di tutti, che indubbiamente ha condizionato tutta la futura filologia dei stesti mesopotamici. Un compromesso che, rileggendo la storia di quel periodo, genera il grande sospetto che esso non fosse scevro da condizionamenti esterni ed estranei, in un certo qual modo, al mondo archeologico e letterario. Perché? Perché proprio in quell’epoca in Europa iniziavano a soffiare i primi venti antisemiti, e gli studiosi pan germanici non ne erano certo immuni. Una risposta, forse, che non è risolutiva del dubbio, ma che, come vedremo, rappresenta la Stella Polare nel nostro cammino alla ricerca delle origini del popolo Sumero.
Nella miriade di documenti da me esaminati ho avuto modo di leggerne uno straordinario.
Tanto per il suo contenuto quanto per l’autorevolezza del suo autore, tale è Samuel Noah Kramer, il più importante sumerologo del XX secolo. La pubblicazione di Kramer risale al 1963. Perché non è stata messa in luce? Perché non ha ricevuto la giusta risonanza che meritava?
Le conclusioni a cui Kramer giunse, dopo averci portato per mano in un percorso storico e razionale, sono rivoluzionarie; sicuramente scioccanti per l’elevato impatto che esse, se accolte, avrebbero avuto sugli studi biblici. Sarà per questi motivi che sia i sumerologi che gli studiosi del testo biblico, come contromisura, adottarono la strategia dell’in-differenza?
Come spesso accade nel mondo accademico, quando la presentazione di una teoria si discosta dall’ortodossia scientifica in maniera che oserei definire risolutiva, essa viene definita eretica!
Ma quando l’autore dello studio è del calibro del professor Kramer, tacciarlo di eresia avrebbe sollevato un grande e controproducente pol-verone alimentato, oltretutto, dalla sua conclamata serietà professionale.
Di conseguenza, ecco che i “generali accademici” dell’epoca, per contrastare la minaccia della conclusione a cui era giunto il sumerologo, optarono per una mossa alternativa al tradizionale e consueto discredito: il silenzio. Tutto chiaro!
Gli studi di Kramer partono dalla considerazione generata dal confronto tra il conosciuto della civiltà sumera e la tradizione israelita.
Secondo tali studi, seguendo la narrazione biblica, gli antenati dei patriarchi ebrei, lasciato l’Eden, si trasferirono ed infine si stabilirono nella “Terra di Shinar”, l’antica Sumer. Studi che avvalorano, in particolare, le relazioni tra i patriarchi biblici e i Sumeri:

“I risultati raggiunti dai sumeri in fatto di civiltà, religione e letteratura hanno lasciato un’impronta profonda non solo sui popoli a loro vicini in termini di spazio e tempo, ma anche sulla cultura dell’uomo di oggi, soprattutto attraverso la loro influenza, sia pure indiretta, sugli antichi ebrei e sulla Bibbia. Quanto gli ebrei debbano ai sumeri appare evidente ogni giorno di più, a mano a mano che vengono ricomposti e tradotti i testi della letteratura sumera; che, a quanto ci è dato di vedere, ha non poche caratteristiche in comune con i libri della Bibbia.”1

Quello che ad una prima lettura potrebbe sembrare una teorica premessa, in verità oggi è un concetto ormai consolidato. Ad essere precisi, Kramer lo aveva già ampiamente dimostrato nella sua pubblicazione del 1956 dal titolo “From the sumerian tablets”2 e tale opinione fu poi largamente accettata dal mondo accademico.
Come ogni buon progetto di indagine, anche questo parte da un dato di fatto, uno status quo fondamentale che genera inevitabilmente delle domande come:

“Se i sumeri sono stati un popolo che nel Vicino Oriente antico ha raggiunto risultati tanto importanti in campo letterario e culturale da lasciare un’impronta indelebile sulle opere degli uomini di lettere ebrei, perché mai la Bibbia quasi non li nomina?”3

Nell’Antico Testamento vengono citate quasi tutte le civiltà importanti del Vicino Oriente antico come Egizi, Cananei, Amorrei, Urriti, Ittiti, Assiri, Babilonesi, ed altri. Ma i Sumeri non vengono indicati. Perché?
Come già detto precedentemente, il professor Kramer era persona di provata onestà e capacità, e queste qualità emergono anche in questa occasione; lo dimostra il fatto che con la pubblicazione di questo lavoro non intendesse solo servire la causa dell’assiriologia, ma anche riproporre una analoga indagine pubblicata la prima volta nel 1941. Indagine il cui autore era nientemeno che il suo maestro Arno Poebel (1881-1958), altro grande ricercatore del pianeta Mesopotamia.
Il motivo di questa riesposizione? Trasparentissimo. Ecco come lo giustifica:

“Vale la pena di ricordare che a questo interessante enigma il mio maestro e collega, Arno Poebel, ha proposto una soluzione in un articolo pubblicato dall’«American Jounal of Semitic Languages» (vol. 58, 1941, pp. 20-26). L’ipotesi di Poebel non ha trovato alcuna eco tra gli orientalisti e sembra che sia caduta nel dimenticatoio. È mia opinione, tuttavia, che reggerà la prova del tempo e che prima o poi avrà il riconoscimento che le spetta, in quanto contributo significativo alla determinazione delle correlazioni tra ebrei e sumeri.”4

Ogni commento è superfluo. Questo paragrafo trasuda sconforto, dolore, sbigottimento, ma, nello stesso tempo, speranza e fiducia per un futuro che saprà riconoscere meriti ed onori trascurati.
Le mie sensazioni erano giuste, tanto quanto i dubbi da esse generate: gli orientalisti – come li definisce Kramer – hanno disprezzato con la noncuranza. Assodato questo, rimane da capire perché.
Con la pubblicazione del risultato di questa straordinaria analisi, lo scopo di Kramer fu di dare la soluzione all’enigmatica assenza dei Sumeri dal racconto biblico.
Per fare ciò, l’autore prese in esame in maniera rigorosa la grammatica della scrittura sumera. Vediamo come.
Nell’uso delle consonanti, quando queste si trovavano al termine di una parola, i Sumeri omettevano di pronunciarle. Nel caso specifico in cui la parola fosse dingir, essa veniva pronunciata “dingi”, per quanto la consonante “r” fosse scritta. Proseguiamo:“Torniamo dunque al nostro problema e alla ricerca della parola «Sumer», o meglio «Shumer», per usare la forma che compare nei documenti in caratteri cuneiformi. Poebel fu colpito dalla somiglianza tra «Shumer» e «Shem», il nome del figlio maggiore di Noè, da cui derivano gli eponimi come Ashur, Elam, e soprattutto, Eber, l’eponimo degli ebrei.”5
Il passo della Bibbia, a cui si fa riferimento, è in Genesi 10, 21-22 ed è il seguente: 21 “Unto Shem, the father of all the children of Eber […]. 22 The children of Shem; Elam, and Asshur, and Arphaxad, and Lud and Aram”.6
Ora, considerato che, come ormai generalmente accettato dall’intera comunità degli storici, per figli di Eber si intende il popolo ebreo, non potrebbe ugualmente dirsi che il nome Shem rappresenti l’eponimo del termine Shumer, ovvero la terra di Sumer? Per Kramer non c’è alcun dubbio: la risposta è affermativa e ce lo dimostra precisando che: la vocale ebraica “e” equivale spesso alla vocale cuneiforme “u” (v. lo shum accadico e lo shem ebraico entrambi significanti “nome”); come indicato nelle righe precedenti in merito all’uso delle consonanti finali, la parola shumer veniva pronunciata shumi o, più frequentemente, shum (la vocale “i” è molto corta), così come nella lingua ebraica la parola sarebbe stata pronunciata shem.
Ecco la conclusione di Kramer: “Se l’ipotesi di Poebel risulta corretta, e Shem corrisponde a Shumer/Sumer, dobbiamo concludere che gli autori ebrei della Bibbia, o quanto meno alcuni di loro, considerarono che i sumeri fossero gli antenati del popolo ebraico.”7
È all’interno di questo periodo che c’è la causa rivoluzionaria che avrebbe generato l’umiliante indifferenza dei sumerologi: «[…]che i sumeri fossero gli antenati del popolo ebraico». Ma questa, al momento, costituisce solo un sospetto che, sebbene forte, non è certezza. La nostra indagine quindi non è terminata, ma forse siamo sulla strada giusta che ci porta alla soluzione che, come vedremo tra poco, è ormai ad un passo da noi.
Riflettiamo. Abbiamo detto “umiliante indifferenza dei sumerologi”. Se questo atteggiamento fosse verità e non sospetto, in quale miglior contesto coerente troverebbe allocazione se non in quel conflitto archeologico-letterario indicato come “questione sumerica”?
In sintesi in quel contesto, nel 1857, fu finalmente decifrata la scrittura cuneiforme e decretata la nascita dell’assiriologia; l’eccezionalità dell’avvenimento avrebbe cambiato, da quel momento, la conoscenza storica di tutta l’antica area mediorientale e, quel che più contava, della conoscenza delle origini della civiltà umana. Come già detto in precedenza, in quel tempo, in Europa iniziavano a soffiare i primi venti antisemiti; con il passare del tempo, tra i ricercatori prese sempre più terreno la persuasione che la lingua di una parte dei testi babilonesi e assiri non fosse semita. Quei ricercatori, avversi alla nuova teoria di Kramer che dava alla scrittura sumerica ed al popolo che la espresse un’origine semita, giunsero perfino a negare l’esistenza della lingua sumerica, se non addirittura a negare l’esistenza del popolo sumero stesso. Una posizione, questa, che non fu totalmente vincente, ma che per il mondo accademico degli orientalisti diventò un fatto deciso, accettato e definitivo: la scrittura, il suo linguaggio ed i loro padri Sumeri non erano semitici.
Ci siamo. Il cerchio sta per chiudersi. Siamo finalmente giunti al compromesso di fine conflitto: per i Sumeri andava bene la gloria, il merito, la gratitudine per aver inventato la scrittura ancor prima degli egiziani, nonché l’ammirazione per il suo straordinario sapere. Ma questo popolo non poteva e soprattutto “non doveva assolutamente essere semita”.
Per contro, due assiriologi di fama mondiale e competenza universalmente riconosciuta, Arno Poebel nel 1941, Samuel Noah Kramer nel 1963, con coraggio, coerenza e indiscussa capacità professionale, pubblicarono la loro straordinaria scoperta circa l’origine degli inventori della scrittura adducendo, prove storiche e filologiche alla mano, che i Sumeri:

  • sarebbero i discendenti del biblico Shem figlio di Noè, superstite del diluvio;
  • si insediarono nella Mesopotamia meridionale in quel territorio che, per la loro presenza, prese il nome di “Terra di Shumer” (la biblica Shinar);
  • contrariamente al pensiero convenzionale di quel momento, erano evidentemente un popolo semita.

Rivelazioni sconcertanti? No assolutamente, tutt’altro.
Esse segnano il progresso della conoscenza, lo scioglimento dei dubbi, la soluzione di un enigma. Eppure, al tempo furono “private dell’ossigeno della pubblicità.”8
Era il 1941. L’Europa era in piena seconda guerra mondiale e l’anti-semitismo era alla sua massima espressione. Un antisemitismo che, nonostante l’origine del termine, non si riferisce all’odio rivolto a tutte le popolazioni semitiche bensì all’odio ed alla discriminazione unicamente verso gli Ebrei. E “Shem” era il padre di tutti gli Ebrei.
Lascio a voi le considerazioni finali che sì, in questo caso, sono davvero sconcertanti.



Proprietà letteraria riservata.
Fonte: Schiavi degli Dei – l’alba del genere umano.
© 2009 Biagio Russo
© 2010 Drakon edizioni

lunedì 16 aprile 2012

La tomba dell'ultimo inca?

La tomba dell'ultimo Inca sembra essere rimasta un mistero per secoli,ma un esperta ha annunciato di aver localizzato il sito storico.
l'impero inca coprì oltre 1000 miglia di sud America nel 1400 e agli inizi del 1500,negli attuali Bolivia,Perù,Argentina,Cile,Ecuador e Colombia.
Atahualpa fu l'ultimo della dinastia e fu catturato e ucciso durante la conquista Spagnola in quella che è attualmente Cajamarca in Perù.
Il luogo della sua sepoltura non venne mai trovato ma ora una ricercatrice ecuadoregna ritiene di aver localizzato il sito dopo 10 anni di ricerche estenuanti.
La tomba secondo Tamara Estupian è situata in un sito delle Ande , a 40 miglia a sud di Quinto.
Si tratta di un monumento del tardo impero,che conduce a diverse camere rettangolari,che vennero costruite con pietre lucidate,poste intorno ad una piazza trapezoidale. è un ritrovamento importantissimo per la storia dell' Ecuador e per la regione delle Ande.


di Simone Cima
od1228966@gmail.com



mercoledì 28 marzo 2012

Resti di specie umana non ancora nota Ominidi estintisi 11.500 anni fa

(ANSA) - ROMA, 14 MAR - Potrebbero appartenere ad una ancora sconosciuta specie umana, i resti fossili di uomini preistorici ritrovati all'interno di due grotte nel Sud-Ovest della Cina.

Gli ominidi, vissuti tra 14.500 e 11.500 anni fa, avrebbero avuto un aspetto inedito, un mix di caratteristiche anatomiche primitive e moderne. La scoperta, che potrebbe diventare una nuova pagina sull'evoluzione è pubblicata su Plos One da un gruppo di ricerca guidato dall'universita' australiana del Nuovo Galles del Sud.

link:http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2012/03/14/visualizza_new.html_131997648.html

venerdì 16 marzo 2012

Una popolazione misteriosa nella Cina dell'età della pietra


L'analisi di reperti fossili ritrovati nel sud della Cina e risalenti a 11.000 anni fa dimostra che queste popolazioni, finora sconosciute, sopravvissero fino a metà dell'ultima era glaciale, dividendo il territorio con nostri antenati evolutivamente più recenti. La scoperta fornisce rari indizi su una fase recente dell'evoluzione umana (red)antropologiaevoluzioneDue caverne nel Sud-Ovest della Cina hanno restituito alla luce i resti di una misteriosa popolazione dell’età della pietra che forniscono rari indizi di una recente fase dell’evoluzione umana e che potrebbero avere importanti implicazioni per le prime popolazioni dell’Asia.
Le caratteristiche anatomiche rilevate sarebbero un inconsueto mix di antico e di moderno, al punto che sono occorse numerose cautele per la classificazione dei fossili. Datati a un periodo compreso tra 14.500 e 11.500 anni fa, i resti sono i più recenti tra quelli dello stesso tipo ritrovati nella regione.


Una popolazione misteriosa nella Cina dell'età della pietra
Ricostruzione artistica dell'uomo del Popolo del cervo rosso secondo le indicazioni ricavate dai reperti fossili cinesi (Cortesia Peter Schouten)
I ricercatori ipotizzano che la popolazione scoperta abbia condiviso il territorio con un’altra, evolutivamente più moderna, nel periodo in cui iniziarono le prime coltivazioni agricole della Cina, come sottolineato da Darren Curnoe, professore associato dell’Università del New South Wales e dal collega Ji Xueping, dell’Istituto per la conservazione dei beni culturali e archeologici dello Yunnan, che riferiscono le loro ricerche sulla rivista online "PLoS One".
“Questi nuovi fossili potrebbero essere di specie finora sconosciute, una delle quali potrebbe essere sopravvissuta fino alla fine dell’ultima era glaciale, circa 11.000 anni fa”, ha spiegato Curnoe. “In alternativa, potrebbe trattarsi di una migrazione dall’Africa molto ancestrale, rimasta fino a oggi senza testimonianze; una popolazione che potrebbe non aver contribuito geneticamente all’uomo moderno.”
I resti sono relativi ad almeno tre individui trovati dagli archeologi cinesi nel sito di Maludong (in cinese, caverna del cervo rosso) nei pressi della città di Mengzi, nello Yunnan. Scoperti nel 1989, non sono stati analizzati fino al 2008, quando sono iniziati
gli studi da parte di sei istituti cinesi e cinque australiani.


Una popolazione misteriosa nella Cina dell'età della pietra
Il cranio parziale ritrovato a Longlin (cortesia Curnoe et al./PLoS ONE)
Un geologo cinese trovò un quarto scheletro parziale nel 1979 in una caverna nei pressi del villaggio di Longlin, nella vicina regione autonoma di Guangxi Zhuang, che tuttavia rimase imprigionato in un blocco di roccia fino al 2009, quando un gruppo internazionale curò la rimozione e la ricostruzione dei fossili. I crani e i denti di Maludong e Longlin sono molto simili tra loro e mostrano strutture anatomiche arcaiche accanto a strutture moderne e a caratteri finora mai osservati.
"Benché attualmente l’Asia ospiti più di metà della popolazione mondiale, si sa ancora poco su come si siano evoluti i nostri antenati stanziatisi in Eurasia circa 70.000 anni fa”, osserva Curnoe. Questa circostanza è in gran parte dovuta al fatto che in tutta l’Asia non è mai stato trovato alcun reperto di età inferiore a 100.000 anni che somigli a una qualunque specie diversa da Homo sapiens, il che fa supporre che quando i primi umani moderni sono apparsi nella regione, non vi fossero nostri cugini evolutivi. La nuova scoperta sembra tuttavia indicare uno scenario diverso.
“A causa della diversità geografica dell’altopiano del Qinghai-Tibet, la Cina sudoccidentale è ben nota per essere un hotspot di biodiversità: questa diversità si potrebbe estendere indietro nel tempo”, ha concluso Ji.

sabato 4 febbraio 2012

I nativi americani

I nativi americani sono originari dagli Altaj
Identificata la zona nell'Asia centrale da cui sono partite le ondate migratorie per le Americhe.

Il grande capo Geronimo e la zona dei monti Altaj

MILANO – I nativi americani (pellerossa, maya, incas, aztechi e altri) derivano da popolazioni asiatiche che intorno a 20-25 mila anni fa – in piena era glaciale - iniziarono a migrare nella Siberia orientale e poi attraversarono lo stretto di Bering per colonizzare le Americhe. Questo è conosciuto da tempo, ma non era chiaro da quale zona dell’Asia fossero partiti. La regione nella quale erano insediati ora è stata identificata da una ricerca dell’Università della Pennsylvania:provenivano dall’area appena a sud dei monti Altaj, all’incrocio tra i confini di Mongolia, Cina, Russia e Kazakistan.



GENETICA - Lo studio, guidato dall’antropologo Theodore Schurr, è stato recentemente pubblicato su American Journal of Human Genetics, e si basa su comparazioni genetiche tra varie popolazioni asiatiche e diversi gruppi di nativi americani. L’analisi è stata effettuata sul Dna mitocondriale, che è ereditato per linea materna, e il cromosoma Y, che invece passa di padre in figlio. Proprio su quest’ultimo è stata identificata una mutazione che è posseduta soltanto dai nativi americani e dalle popolazioni degli Altaj meridionali. Anche il Dna mitocondriale è simile tra le due popolazioni, e in parte anche con quelle degli Altaj settentrionali.

INTERVALLO - Calcolando inoltre l’intervallo di tempo intercorso per arrivare alle attuali differenze genetiche tra nativi americani e Altaj del sud, Schurr e il suo gruppo hanno visto che le linee genetiche hanno iniziato a divergere significativamente circa 13-14 mila anni fa, un periodo successivo e compatibile con il passaggio in America dalla Siberia che si suppone avvenuto tra 15 mila e 20 mila anni fa, probabilmente in più ondate migratorie.

Paolo Virtuani
La Fonte:http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_febbraio_03/altaj-nativi-americani-virtuani_acd7f314-4e65-11e1-af4c-6a00aeffb10f.shtml

venerdì 15 luglio 2011

.:: Demoni, esorcismi e fantasmi nella cultura babilonese, assira e semitica

.::.

a cura di Krista

I legami e le similitudini che avvicinano gli spiriti e le creature soprannaturali nelle reliogini e nelle mitologie del Vicino e Medio Oriente antico.In pratica tutte le culture hanno creduto negli spiriti del bene e del male a qualche punto della propria storia. Questo credo trova radici profonde anche nella religione babilonese e assira, anticipando il Giudaismo.
Esistevano principalmente due tipi di spiriti maligni:
  • spiriti di esseri umani defunti
  • . Si riteneva che gli spiriti dei morti perseguitassero i vivi. Questi spiriti potevano essere amichevoli o ostili, secondo la natura della loro morte e sepoltura, e se essi tornavano a perseguitare amici o nemici. In alcuni casi, uno spirito di un amico o di una persona cara poteva rivelarsi ostile dopo la morte. In altri casi, essi erano alcune volte amichevoli e altre no, senza alcuna giustificazione per le loro azioni;
  • spiriti non umani
  • . Oltre agli spiriti dei defunti che potevano ritornare come forze maligne, molte culture credettero in spiriti che non erano mai stati umani in alcuna fase della loro esistenza. Ancora, essi potevano essere amichevoli o ostili, e in diverse culture, essi presero la forma di animali come rettili, serpenti, antilopi, gazzelle, antropoidi, coccodrilli, lucertole, falchi e sciacalli. Apepe, il serpente-diavolo dell'Egitto, e le bestie Ebraiche come il Leviatano e il Behemoth sono solo alcuni esempi.
I demoni a Babilonia e in Assiria
La "Regina della Notte" rappresenta un'antica dività babilonese, forse Ishtar o la terribile Lilitu - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia
La "Regina della Notte" rappresenta un'antica dività babilonese, forse Ishtar o la terribile Lilitu.
I babilonesi e gli assiri diedero molti nomi agli spiriti, tra i quali sono da ricordare utukku (spirito), Alu (demone) Lilu (fantasma, le versioni femminili comprendono Lilitu e Ardat Lili) e Gallu (diavolo). Essi credevano che ci fossero molti spiriti maligni e che fossero diffusi ovunque.
Secondo La religione della Babilonia e dell'Assiria di Morris Jastrow, questi demoni vagavano in luoghi nascosti o remoti, come le tombe, le cime delle montagne e nell'ombra delle rovine. Essi uscivano di notte, entravano nelle case attraverso buchi o crepe e torturavano le loro vittime. Essi erano responsabili per qualsiasi cosa malvagia che accadesse, dai venti distruttivi e le febbri pestilenziali fino ai mal di testa, alle piccole liti, all'odio e alla gelosia.
Classi di demoni
Nelle leggende sumere, vi erano tre distinti tipi di demoni:
  1. spiriti umani senza corpo che non potevano riposare;
  1. entità metà umane e metà demoniache;
  1. demoni che erano della stessa natura degli dei.
Esistevano anche alcune sottoclassi di demoni:
  1. Utakku
  2. . Era uno spirito di un umano morto (fantasma). Inizialmente, Utakku era il termine usato per riferirsi allo spirito di Eabani, nell'Epica di Gilgamesh, che era stato resuscitato dal dio Nergal su richiesta dello stesso Gilgamesh. Successivamente, il termine arrivò a indicare una classe di demoni che infestavano i luoghi deserti e potevano causare seri danni all'uomo;
  1. Alu
  2. . E' la traduzione del Sumero "Gallu", che significa "tempesta". Gli Alu erano per metà umani e per metà animali che circolavano per le strade nascondendosi negli angoli bui o deserti. Alu era anche il nome del toro celestiale che Anu aveva creato per vendicare sua figlia Ishtar che Gilgamesh e Eabani avevano ucciso;
  1. Ekimmu
  2. . Erano spiriti di defunti che vagavano senza meta sulla Terra, incapaci di trovare riposo. Potevano lasciare gli inferi per tormentare i viventi se un corpo non era stato adeguatamente sepolto o i parenti non avevano effettuato le adeguate offerte commemorative;
  1. Gallu
  2. . Si diceva prendesse la forma di un toro e circolasse per le strade durante la notte;
  1. Rabisu
  2. . Si raccontava che fosse così spaventevole da essere associato agli incubi;
  1. Ilu Limnu
  2.  (il Dio del Male). Sono conosciuti pochi particolari relativi a questo demone. Egli potrebbe essere legato a Taiwaith, il mare primordiale che diede vita alla creazione;
  1. Labartu
  2. . Era la figlia di Anu. Aveva la testa di un leone, i denti di un asino e si diceva bevesse il sangue e si nutrisse della carne e delle ossa delle proprie vittime;
  1. Lilu
  2. . Ci sono tre figure particolarmente legate nella mitologia Babilonese. Lilu era un demone maschile, mentre Lilitu e Ardat Lilu erano femminili. Lilitu potrebbe essere stata trasposta nella Lilith biblica in Isaia 34:14;
Impalamento dei nemici da parte degli Assiri, dettaglio tratto da un rilievo conservato al British Museum - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia
Impalamento dei nemici da parte degli Assiri, dettaglio tratto da un rilievo conservato al British Museum. La brutalità con cui questa popolazione conduceva le guerre ben rispecchiava le divinità e i demoni che popolavano il loro Pantheon.
La possessione demoniaca e i relativi esorcismi per gli antichi semiti
La maggior parte delle persone tentava di prevenire la possessione demoniaca, se ne era in grado (con scongiuri, talismani, amuleti e altre pratiche) , ma una volta che una persona cadeva sotto l'influenza dei demoni, l'esorcismo era il solo rimedio. Nei tempi antichi, l'esorcista locale era sia un sacerdote sia un medico. Egli era l'intermediario tra le vittime e il divino, e aveva un completo arsenale di armi per combattere gli spiriti maligni. Ecco alcuni dei componenti dell'esorcismo babilonese.
Oggetti e pozioni magiche
L'esorcista preparava pozioni magiche composte da animali, piante o minerali che si pensava avessero differenti poteri. Alcuni dei materiali usati erano il ferro meteoritico, il tamerice, la canna, la farina e il pelo di animali. Si riteneva che corvi e falchi possedessero poteri soprannaturali, mentre i gufi erano associati ai demoni e agli spiriti maligni. L'acqua simboleggiava la presenza del dio dell'acqua, Ea, così spesso era aspersa sulla vittima nel corso degli incantesimi per rappresentare la liberazione della vittima dall'influenza del demone. Anche la saliva era ritenuta molto potente contro i demoni e una gran quantità di antichi testi si riferiscono allo stregone-sacerdote col termine "kasappu" che in arabo significa "avvelenare", ma che in Sumero equivaleva a saliva o secrezione e poteva corrispondere al veleno dei serpenti.
Incantesimi
Certe parole, sillabe e formule costituivano larga parte del processo di liberazione dal demone. Gli stregoni-sacerdoti avevano gran cura nel pronunciare correttamente le parole e nel recitare specifiche formule. Ci sono almeno sei serie distinte di rituali d'incantesimo, tra i quali:
  1. Maklu
  2.  (incendio). Così chiamato perché si riferiva all'incendio simbolico di immagini di streghe e demoni;
  1. Shurpu
  2.  (combustione). Simile a Maklu;
  1. Labartu
  2. . Prese il nome dal demone femminile che danneggiava le madri, specialmente puerpere, e i loro bambini;
  1. Utukku limnuti
  2.  ("demone maligno");
  1. Ti'u
  2.  ("malattia mentale");
  1. Ashakku Marsu
  2. . La malattia di Ashakku.
La realizzazione di questi incantesimi era molto simile. Lo stregone-sacerdote pronunciava il nome del demone o della strega che si pensava stesse tormentando la vittima. Una strega in questo contesto era la persona attraverso la quale il demone sceglieva di manifestarsi. In seguito, ordinava al demone di smettere di attaccare la vittima e di andarsene. Infine, invocava il potere degli dei o di altre entità divine.
I Babilonesi credevano fortemente che i riti e gli incantesimi fossero potenti, in quanto erano infusi con qualche tipo di potere soprannaturale. Le parole e le azioni dello stregone-sacerdote da sole non sarebbero state sufficienti per il successo dell'esorcismo. Egli doveva invocare il nome di una particolare divinità o oggetto che si riteneva avesse il controllo sullo spirito maligno e, in definitiva, divenisse uno strumento degli dei per incanalare il loro potere. Per esempio, molti incantesimi finivano con la frase "Per il Cielo, che tu sia esorcizzato! Per la Terra, che tu sia esorcizzato!". Altri invocavano il nome di divinità come il dio dell'acqua, Ea, o gli dei del fuoco Gibil e Nusku.
Per i Babilonesi, i nomi erano più di un semplice modo per distinguere un dio da un altro. Essi erano una componente della personalità del dio e una sorgente del potere divino. Recitando correttamente gli incantesimi, essi credevano di poter intercettare quel potere e obbligare il dio ad agire per loro conto.
Magia bianca e nera
Ningizzida, il dio serpente sumero, propone una figura mitica comune a molte altre culture, ma utilizzato come oppositore dei malefici e delle possessioni demoniache - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia
Ningizzida, il dio serpente sumero, propone una figura mitica comune a molte altre culture, ma utilizzato come oppositore dei malefici e delle possessioni demoniache.
La credenza nelle streghe era rilevante nell'antica Babilonia. Le streghe potevano utilizzare il potere dei demoni per rendere miserabile la vita delle persone, in diversi modi. Questi comprendevano la possibilità di puntare sugli uomini "l'occhio del Male", usando formule magiche e pozioni, recitando incantesimi ed effettuando azioni simboliche.
Per esempio, se una strega voleva strangolare una vittima o sigillare la sua bocca, doveva legare una fune in stretti nodi mentre recitava specifici incantesimi. Se voleva uccidere un individuo, doveva realizzare un'immagine della persona e bruciarla o distruggerla altrimenti.
Gli stregoni-sacerdoti provavano spesso a combattere tali azioni simboliche stringendo un'alleanza con esseri soprannaturali più potenti e disfacendo simbolicamente l'operato posto in essere dalle streghe. Riprendendo l'esempio precedente, gli stregoni-sacerdoti potevano effettuare un rito per sciogliere i nodi della fune. Pelare una cipolla simboleggiava l'eliminazione del potere maligno da una strega.

mercoledì 22 giugno 2011

Visoko


Bosnia: Le piramidi di VisokoPDFStampaE-mail
Scritto da Shrike   
Bosnia: Le piramidi di Visoko
Quando le immagini valgono più delle parole...
Piramidi immense, più grandi di quelle di Giza.
Bosnia: Le piramidi di Visoko
Nonostante le affermazioni di alcuni esperti, quali il Dr. Sejfudin Vrabac, che definiscono ciò che vi ho mostrato qui sopra "delle formazioni geologiche naturali" ( ! ), altri altrettanto affidabili personaggi come Aly Abd Alla Barakat, dell'Egyptian Mineral Resources Authority ha confermato che i ritrovamenti corrispondono a piramidi primitive i cui materiali coincidono con quelli usati per la costruzione delle piramidi di Giza.
Detto questo, si può passare a dati meno certi e controversi, partendo dalla meno indiscutibile figura di colui che ha voluto iniziare i lavori di scavo nell'aprile 2006, Semir Osmanagic. Secondo colui che dirige i lavori e ha accesso diretto e immediato alle scoperte fatte, le piramidi ritrovate possono risalire a un periodo compreso tra il 12000 AC (!) e il 500 AC. Una data come il 12000 AC dovrebbe far sobbalzare chiunque.. stiamo parlando di piena era glaciale! Le incredibili scoperte che hanno portato a una tale possibile datazione sono i resti i conchiglie e corrosione delle rocce dovuta a secolare permanenza in acqua; ma questo è solo l'inizio, innumerevoli le scoperte, le notizie, le teorie più o meno confermate.. tunnel sotterranei che collegano le piramidi, conosciuti da sempre e creduti miniere di periodo medievale; ritrovamenti di incisioni sacre e geometriche; similitudini incredibili sia con le piramidi d'Egitto che con quelle del Messico; collegamenti con le teorie che sostengono l'espansione egizia in Europa e addirittura nelle americhe (ma questo argomento così ampio verrà affrontato in una discussione a parte).


http://www.youtube.com/watch?v=HpNmcUMUqNA
http://www.youtube.com/watch?v=PXwyc1yLmtE&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=SRH5K9uOsK4&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=xp7cTWGGeCQ&feature=related

lunedì 24 gennaio 2011

Sumeri..................extraterrestri...........proviamo a capire

Nell’ ambiente del movimento ‘anti-Sitchin’ ci si è dati un bel da fare per smontare pezzo per pezzo la sua teoria, si trovano su internet decine di documenti che però, a ben vedere, si basano tutti su due unici studi proposti da Michael Heiser e da Ian Lawton.
In questo articolo mi preme prendere in considerazione le analisi svolte da Heiser, e riproposte da altri ‘debunkers’, del famoso sigillo VA243, presentato da Sitchin nel suo primo libro ‘Il pianeta degli dei’.
Sitchin presenta questo sigillo asserendo che contiene sul lato sinistro un particolare astronomico, la rappresentazione del nostro sistema solare contenente anche Nibiru. Rimando ovviamente al libro di Sitchin chiunque volesse leggere cosa l’ autore dice del sigillo, qui mi limiterò a trattare le obiezioni che vengono mosse.
Ritengo particolarmente importante trattare questo punto perché Heiser e tutti i suoi ‘seguaci’, o comunque coloro che si basano sul suo lavoro, trattano questo sigillo con una premessa, cioè che ‘dimostrando che questo sigillo non rappresenta il nostro sistema solare viene a cadere uno dei punti fondamentali della teoria di Sitchin’.
Questa affermazione, già da sola, non è giustificata, inquanto la teoria di Sitchin non si basa su questo reperto. Questo è solo uno dei TANTI sigilli che sostengono la teoria, senza contare tutte le altre evidenze che vengono da altri campi (in primis quello mitologico-letterario).
Mi riferirò in questo articolo, per comodità di trattamento, all’ articolo datato Febbraio 2010 di Stefano Panizza, che potete consultare al sito:
http://www.centrostudifortiani.it/sigillo.htm

in quanto si tratta della più dettagliata e completa analisi del sigillo mai fatta in lingua italiana, nonché la più fedele al lavoro di Heiser cui fa riferimento.
Leggiamo punto per punto l’ articolo:
Se lo osserviamo, si nota, oltre a tre figure umane, una stella circondata da undici piccoli cerchi di varie dimensioni. Secondo Sitchin, essa rappresenta il nostro sole, mentre gli undici tondi sono i nove pianeti classici, la nostra luna ed uno sconosciuto Pianeta X, chiamato Nibiru. Insomma, il tutto appare come il nostro sistema solare al completo, più un misterioso intruso.
Lo studioso, poi, ha identificato con precisione la disposizione dei singoli pianeti, partendo da un punto ben preciso. Tutto spiegato? Forse è il caso di dare un’occhiata …
Se anche la prestigiosa rivista Fortean Times, poi, ha voluto “guardarci dentro”, allora, ci sono dei buoni motivi per approfondire il discorso. Per comodità di esposizione esporremo, allora, i nostri ragionamenti sotto forma di domande e risposte. Cominciamo.
Presentazione impeccabile, quindi… cominciamo anche noi:
La figura a forma di stella a sei punte rappresenta davvero il Sole?
Questa è una domanda fondamentale perché se essa non lo raffigura, allora il tutto non potrà mai essere considerato l’immagine del nostro sistema solare. Cadrebbe, di conseguenza, una delle prove più consistenti avanzate da Sitchin a dimostrazione di conoscenze astronomiche straordinarie da parte dei sumeri e dell’esistenza stessa del famigerato Pianeta X (o Nibiru).
Lo studioso, in cerca di prove per la sua teoria, ritiene che l’immagine stellata rappresenti davvero il Sole con la sua corona perché così lo si vedrebbe se la sua potente luce fosse schermata (ad esempio come durante le eclissi solari).

Egli ci mostra una immagine per sostenere quanto questo sia falso:

Ebbene si vede chiaramente che questa non è una immagine del sole durante una eclissi, ma una immagine del sole alla quale è stato applicato un disco nero. L’ effetto non è lo stesso, infatti durante le eclissi totali, a causa della presenza della luna davanti al sole e dell’ interferenza che essa provoca, la luce ci giunge in maniera distorta, come evidenziano queste foto:
Ma andiamo oltre…
Rispondere alla domanda che ci siamo sopra posti significa, in realtà, rispondere ad altri due interrogativi. Il primo, come rappresentavano, solitamente, il Sole gli antichi sumeri? Il secondo, il sigillo contiene una parte letterale che possa aiutare a comprendere quella figurativa?
Fortunatamente esistono centinaia di immagini del Sole recuperate in anni di scavi archeologici.
Eccone un esempio, fra i tanti:
qui Panizza riporta il classico sigillo di Utu/Shamash, il dio solare sumero, preso pari pari dal sito di Heiser, il quale ne riporta molti di più nella sua analisi; penso valga la pena andare nel suo sito e prenderne almeno un altro per poi affrontare il tema… per esempio questo:
Riguardo al simbolo del sole Panizza scrive:
Esso è rappresentato in forma sempre uguale in sigilli e, più in generale, in opere d’arte.
Come si può notare, è mostrato come un disco a quattro braccia e linee ondulate, il tutto racchiuso in un cerchio. In altri casi vi sono solo le linee ondulate (in pratica, queste, sono una costante imprescindibile, come il cerchio).
La figura stellare nel sigillo VA/243 non presenta linee ondulate e non è racchiusa in un cerchio.
A togliere ogni dubbio sono le immagini riportate in testi dedicati proprio al dio sole Shamash.
Bene dunque secondo Panizza le linee ondulate, e a loro stessa presenza, sono un segno distintivo del simbolo del sole. Oltre al fatto che il sole era SEMPRE rappresentato con 4 punte.
Ergo Sitchin commette un errore madornale nell’ intendere che quello del VA243 sia il sole.
Ma andiamo a fare effettivamente una ricerca dei sigilli, perché troviamo delle figure molto interessanti. Intanto questo brucia incenso sacerdotale rinvenuto tra le rovine del tempio di Shamash, l’Ebabbar di Sippar:
Come vediamo, 4 punte ma nessuna linea ondulata.
Oppure questo medaglione trovato nello stesso tempio:
Con ben otto punte e nessuna linea ondulata. Ma abbiamo anche un kudurru definito ‘codiacale’ proveniente da Susa, in cui vengono riportati i simboli degli dei:
Di cui possiamo leggere una descrizione qui:http://www.ezida.com/kudurruhaut.htm
O possiamo anche menzionare questo sigillo dedicato a Shamash e conservato al Louvre:
dove abbiamo la luna, il famoso set di 7 globi, una stella ad 8 punte e una strana ‘stella’ con 11 punti e raggi intorno ad un cerchio centrale. Anche qui nessuna stella a 4 punte e nessuna linea ondulata.
Un altro sigillo molto famoso, e stranamente ignorato sia da Panizza sia da Heiser è quello che ritrae Shamsh sul suo trono con in mano lo ‘strumento di misurazione dei cieli’. Tale sigillo rappresenta la più elaborata iconografia di Shamash, composta da una stella a 8 punte, sovrapposta a una stella a 8 ‘bande’ sfasate in modo che ogni banda emerga tra due punte. In particolare vediamo qui che, al contrario di quanto asserisce Panizza, il sole era rappresentato anche NON RACCHIUSO in un cerchio.
Credo di aver speso abbastanza tempo e fornito abbastanza materiale per ribattere alla asserzione di Panizza, e di Heiser, riguardo alla raffigurazione del sole.
Andiamo ad analizzare dunque l’ altra domanda posta da Panizza, e cioè se esiste una evidenza letteraria che lega la rappresentazione del VA243 al sole.
E veniamo al secondo punto.
La traduzione del testo, presente nella parte destra e sinistra del sigillo, recita: “Dubsiga, Ili-illat, il tuo/suo servo”.
[…]
Ciò non sembra avere nulla a che fare con il Sole, il sistema solare e, più in generale, l’astronomia.
Sitchin tace sull’iscrizione, così come sul perché il “suo” Sole sia così diverso dalla normale rappresentazione. Quindi, riassumendo, né la comparazione simbolica né la parte letterale del sigillo portano a pensare che quello rappresentato sia il nostro Sole.
La traduzione dell’ iscrizione del sigillo è stata fornita da Anton Moortgat ed incorporata da Heiser nel suo sito. Intanto c’ è da notare un grossolano errore: viene spacciata per iscrizione accadica quando invece è sumera, addirittura pittografica e non cuneiforme. Ciò è molto importante da sottolineare poiché Moortgart traduce con ILI il simbolo della divinità, quando invece in sumero sarebbe DINGIR / AN. A questo punto bisogna per un attimo andare al sito di Heiser per leggere l’ identificazione di questi nomi che compaiono nel sigillo:
Line 1 = dub-si-ga “Dubsiga” [a personal name of an apparently powerful person[1]]
Line 2 = ili-il-la-at “Ili-illat” [another personal name, this time of the seal’s owner]
Line 3 = ir3-su “dein Knecht” [German for “your servant”]
Bene anche qui abbiamo un altro errore, infatti il nome tradotto come ILI-ILLAT non è di una persona ma di un dio, come evidenzia il glifo caratteristico della divinità. Non solo, anche nell’ errore commesso di identificare la iscrizione come accadica, il vocabolo ILI identifica un dio.
Ciò che si deduce quindi dalla scrittura è che un personaggio ne sta introducendo un’ altro di nome DUBSIGA a un dio chiamato ILAT, definendo il ‘presentato’ come ‘tuo servo’ cioè del dio. E nell’iscrizione abbiamo infatti un dio assiso su un trono (con in mano un aratro), e davanti a lui un altro dio che porta per mano un umano. Come facciamo a sapere che il nome DUBSIGA non è nel dio che tiene per mano? Semplice, ci sarebbe davanti il simbolo della divinità (DINGIR) che invece compare solo davanti al nome ILAT. Quanto alla identificazione del personaggio al centro come dio, è testimoniato dal tipico copricapo cornuto, distintivo degli dei di Sumer.
Esaminiamo più in dettaglio le 3 righe di testo cuneiforme. Esse sono divise nell’ immagine proposta da Panizza e Heiser delimitandole con 3 colori diversi, rosso, blu e giallo.
Ora, utilizzando una lista di segni cuneiformi, ho cercato le corrispondenze con i pittogrammi e ho potuto isolare le righe di testo dalla foto proposta da Panizza incollandoci vicino i corrispondenti cuneiformi.
Il risultato mostra innanzitutto il già menzionato segno delle divinità (AN/DINGIR), ma anche che la sillaba finale del nome ILAT non è AT ma TUR3. Altresì la terza riga ‘IR3.SU (tuo servo) deve essere correttamente identificata con ARAD.SU:
Si ricordi che il cuneiforme classico (2600 a.C. circa) è ‘girato’ di 90° rispetto al pittografico.
La giusta trascrizione del sigillo quindi è:
Linea 1: DUB.SI.GA
Linea 2: D.IL.LA.TUR3 (con D = dingir / an, distintivo del dio)
Linea 3: ARAD.SU
La traduzione comunque non cambia, se si suppone che ARAD sia in realtà ARAD2, che corrisponde a IR3, è giusto tradurre con SERVO. Ciò che però lascia perplessi è la traduzione di SU con IL TUO/ IL SUO. Il genitivo, in sumero, era ottenuto con la particella –AK. Prendendo comunque per buona questa identificazione, la iscrizione sembra esprimere questo concetto:
(Con il dio in piedi che parla): DIVINO ILAT, (ECCO) DUBSIGA IL TUO SERVO
(Con un commentatore che parla): AL DIVINO ILAT (VIENE INTRODOTTO) DUBSIGA, IL SUO SERVO.
Si scelga quella che piace di più, non fa nessuna differenza, importante è chiarire il concetto.
Panizza osservava:
“Ciò non sembra avere nulla a che fare con il Sole, il sistema solare e, più in generale, l’astronomia. Sitchin tace sull’iscrizione.”
E’ normale che Sitchin taccia sulla iscrizione, ed è normale che la scritta non abbia riferimenti al sole, Sitchin non ha mai affermato che questo sia un sigillo a scopo astronomico. Sitchin afferma chiaramente che si tratta di un sigillo NEL QUALE E’ PRESENTE un dettaglio astronomico. Allo stesso modo in cui è presente un animale, ma non ci si dovrebbe aspettare che sia un sigillo legato agli animali. Il sigillo invece è la chiara rappresentazione della introduzione della agricoltura come dono degli dei all’ uomo. Infatti il dio seduto ha in mano l’ aratro, che rappresenta l’ agricoltura, e lo sta donando all’ uomo che gli viene introdotto.
Andiamo avanti.
Ma se il Sole non è il “Sole”, allora quegli undici cerchi che lo circondano possono rappresentare i pianeti? Naturalmente no, ma vediamo di dimostrarlo con una logica indipendente. Sitchin, al contrario, ne appare convinto ed assicura, pure, di averli identificati con precisione, partendo da un punto ben preciso.
In questo punto Panizza si basa su un documento di Carlo Bolla chiamato ‘Questioni Celesti’ e riporta da questo documento lo schema dei ‘pianeti’ come rappresentati bel sigillo identificandoli con quelli del sistema solare:
Il documento di Bolla è consultabile qui:
http://www.cifas.net/ricerche/QUESTIONI_CELESTI.pdf
viene offerta questa chiave di lettura:
Legenda: A venere – B mercurio – C luna – D terra – E marte – F nibiru – G giove – H saturno – I urano – L nettuno – M plutone
In realtà questa leggenda è sbagliata, inquanto secondo lo schema di Sitchin, il pianeta contrassegnato come I non è Urano ma Plutone, che era, secondo Sitchin, un satellite di Saturno (H). Torneremo più avanti su Plutone perché anche Panizza per ora lo esclude dal’ analisi. Leggiamo invece cosa scrive sugli altri:
Non si comprende, al contrario, l’accostamento Mercurio-Venere che, come sappiamo, sono due pianeti ben distinti (addirittura la loro distanza reciproca è minore rispetto al sistema Terra-Luna).
E’ bene intanto chiarire cosa rappresenti secondo Sitchin questo schema: è una rappresentazione artistica, fatta dai sumeri, del sistema solare IN VIA DI FORMAZIONE così come viene fuori dal mito Enuma Elish, l’ epica della creazione babilonese. Parliamo quindi non del sistema solare attuale, ma nella sua fase di formazione. Come ci aiuta questa precisazione? Se attualmente Mercurio e Venere sono due pianeti distinti, non è escluso che in passato Mercurio fosse una luna di Venere. Questa teoria è stata esaminata dagli astronomi Thomas Van Flanders e Robert Harringhton nel 1975, e pubblicata su Science, con il titolo: “A dynamical investigation of the conjecture that Mercury is an escaped satellite of Venus”. Lo studio si può trovare qui. Purtroppo per leggerlo tutto bisogna acquistare l’ articolo, ma la conclusione dell’ abstract leggibile online recita testualmente:
“Thus the conjecture that Mercury is an escaped satellite of Venus remains viable, and is rendered more attractive by our failure to disprove it dynamically.”
Cioè la teoria esposta rimane valida, e non si è riusciti in nessuna maniera a dimostrarla invalida.
Panizza scrive ancora:
Sitchin, inoltre, parte dal presupposto che Mercurio sia l’oggetto posto sulla destra, rispetto a Venere. Tale logica, però, è del tutto arbitraria, anzi, volendo sceglierne una (quella della distanza dal Sole), le parti andrebbero invertite perché è Mercurio il corpo più vicino al Sole (ma questo fa “sballare” i conti di Sitchin)
In realtà l’ identificazione di Mercurio a destra di Venere è consistente con la sua identificazione come satellite, inoltre non ha senso dire ‘Mercurio è il più vicino al sole’. Si tratta, come detto e come evidente, di una rappresentazione artistica nella quale le distanze non hanno valore.
Giove e Saturno, che sono di gran lunga i corpi più massicci del sistema solare (tanto è vero che si dice che Giove sia una stella mancata), non sono raffigurati in proporzioni agli altri pianeti. Basti confrontare Giove e la nostra Terra, per rendersene conto, oppure Giove con il Sole. Rimanendo nell’ambito “dimensioni”, non si riesce neppure a comprendere come mai non siano raffigurati quei satelliti dalle dimensioni almeno pari a quelle della Luna (se i sumeri hanno individuato il lontano e piccolo Plutone, risulta inspiegabile che non abbiano osservato, ad esempio, i
satelliti di Giove)
Anche qui solito discorso, le dimensioni e le distanze non hanno senso in una rappresentazione artistica, e nemmeno le altre lune. Se questo sembra ambiguo si tenga presente una cosa: la targa di metallo che la NASA ha incorporato nelle sonde Pioneer ha la stessa caratteristica di questo sigillo. Non riporta le esatte dimensioni, non riporta le distanze, né i ‘dettagli’ del nostro sistema solare.
Come possiamo vedere, Mercurio, Venere, Terra e Marte sono mostrati delle stesse dimensioni, tutti i pianeti sono equidistanti, non compare la fascia degli asteroidi, e plutone è mostrato sulla stessa linea degli altri pianeti, mentre sappiamo che è inclinato di 17° sull’ eclittica. Si tratta, come nel caso del sigillo VA243, di rappresentazioni artistiche, per cui sindacare su cosa e come lo mostrano ha poco senso.
Saturno, inoltre, è privo dei suoi classici anelli (se i sumeri hanno identificato tutti i corpi del sistema planetario non potevano non conoscere questo importante particolare). Esiste, in realtà, una misconosciuta tavoletta che riporta una raffigurazione tale da richiamare Saturno, i suoi anelli e, più in generale, il sistema solare. Sembra, effettivamente, di osservare il Sole, la Terra, la Luna, Marte, la Cintura degli Asteroidi, Giove e Saturno (Sitchin, in realtà, toglie la Terra ed inserisce Venere).
Panizza riporta il disegno di questo sigillo:
stavolta preso dal sito:
http://www.biosferanoosfera.it/scritti/ANTICHE%20CONOSCENZE.pdf
Ma anche in questo caso le cose sono diverse da come appaiono.
Come può essere considerata una rappresentazione del sistema solare quando non si vedono né Venere e né Mercurio, la Terra e la Luna non sono proporzionate, così come né Marte, né Giove e né Saturno (che si tolga Venere o la Terra, il discorso non cambia perché di incompletezza sempre si tratta)?
E gli anelli? Perché il “pianeta” non è al loro centro e, soprattutto, perché da essi non è “tagliato”?
E la Cintura degli Asteroidi? Si tratta, in realtà e molto semplicemente, della cannuccia da cui si abbevera Ninkasi, la dea della birra (da notare il contenitore nella quale si immerge).
Anche qui stiamo parlando di una rappresentazione artistica, sulla quale è inutile dissertare. Nessuno di noi può pretendere di sapere cosa voleva comunicare l’ incisore e perché abbia inserito nel sigillo in questione solo alcuni pianeti.
Il sigillo originale comunque esiste, ed è esposto in un museo con un suo disegno:
Mi viene spontanea solo una osservazione riguardante il perché saturno sia ‘decentrato’ con i suoi anelli. Guardando certe foto nel pianeta, la mente non può non trovare una somiglianza con il modo in cui esso è rappresentato nel sigillo.
Per quanto riguarda la cintura degli asteroidi, è naturale che essa sia, nel sigillo, la cannuccia del personaggio che beve la birra. E’ appunto una rappresentazione artistica che USA la cannuccia per rappresentare la fascia degli asteroidi… stranamente infatti si trova proprio in quel punto, e non, per esempio, tra ‘Giove’ e ‘Saturno’.
Urano è raffigurato, poi, più piccolo di Nettuno, quando in realtà è il contrario. Ed, infine, Plutone.
Anche in questo caso le dimensioni non sono rapportate a quelli dei “compagni” celesti. Si legge che l’orbita di Plutone è così “pazza” da portarlo, in determinate occasioni, più all’interno del sistema solare, togliendolo dalla posizione di ultimo pianeta. Ciò corrisponde al vero ma, nella sua rivoluzione attorno al Sole, può diventare, al massimo, il penultimo corpo del sistema planetario (inteso nella sua struttura classica) ma mai il terzultimo.
Quindi, le sue dimensioni, rapportate agli altri pianeti, risultano, comunque, errate.
Questa obiezione è stata fatta in base all’ errore commesso nella leggenda della immagine vista qualche pagina più sopra, e perde senso nel momento in cui si ha la corretta identificazione della posizione di Plutone. Non contento Panizza sostiene che:
Sitchin ha cercato di rimediare successivamente a quest’ultima incongruenza ipotizzando, dalla lettura dei testi sumeri, che Plutone, nell’antichità, fosse un satellite di Saturno (nel suo “Il dodicesimo pianeta”, infatti, la sequenza dei pianeti poneva Plutone all’ultimo posto). Con questa logica Plutone viene “retrocesso” nel sigillo fra Saturno e Urano (cioè terzultimo), con Nettuno ultimo pianeta rappresentato. In questo caso la triade Saturno – Urano – Nettuno verrebbe rapportata nel sigillo nelle giuste dimensioni. Ma le cose, dal punto di vista scientifico, stanno in modo alquanto diverso.
In realtà Sitchin non ha mai aggiustato il tiro né cercato di rimediare a nessun incongruenza, infatti quando Panizza dice: “ nel suo “Il dodicesimo pianeta”, infatti, la sequenza dei pianeti poneva Plutone all’ultimo posto” si riferisce a questa foto:
Nella quale E’ VERO che Plutone compare come all’ ultimo posto, ma NON E’ VERO che questa sia la disposizione del sigillo VA243. Infatti per scoprirlo basta andare a leggere cosa scrive Sitchin nel libro proprio prima di questa immagine:
We usually show our solar system schematically as a line of planets stretching away from the Sun in ever-increasing distances. But if we depicted the planets, not in a line, but one after the other in a circle (the closest, Mercury, first, then Venus, then Earth, and so on).
Cioè lui sta chiaramente affermando che quel disegno è la disposizione del sistema solare, come noi lo conosciamo, non in linea ma in cerchio.
Questa disposizione è usata poi da Sitchin proprio per far notare le discrepanze con il sigillo: la presenza di Nibiru, e la diversa collocazione di Plutone.
Secondo la scienza, infatti, Plutone potrebbe essere stato si, un satellite, non di Saturno, ma di Nettuno, questo in considerazione del fatto che il suo moto è in risonanza 3:2 con quello di Nettuno. Ciò significa che, mentre Plutone compie due orbite attorno al Sole, Nettuno ne compie esattamente tre. Secondo teorie più recenti, invece, quest’ultimo potrebbe essersi staccato dalla fascia di Edgeworth-Kuiper, unitamente a Caronte e Tritone. Questo perché hanno caratteristiche molto diverse dai pianeti giganti ai quali sono vicini: hanno una maggiore densità e hanno parametri orbitali molti diversi.
A mio avviso questa osservazione è una sorta di autogoal da parte di Panizza. Cita due distinte teorie che assegnano due distinte origini a Plutone…. C’ è allora da chiedersi perché escludere quella che lo vede come ex satellite di Saturno, tanto più che, come più volte detto, il sigillo rappresenta la situazione che si aveva nella fase DI FORMAZIONE del sistema solare. Non solo, come vedremo più avanti, l’analisi di questo sigillo in parallelo con l’ Enuma Elish permette addirittura di stabilire QUALE momento particolare viene immortalato nel sigillo.
Ora affrontiamo un’ altra obiezione di Panizza riguardo a Plutone, legata alla fascia di Kuiper:
Ma, soprattutto, vi è un particolare che Sitchin sembra aver dimenticato.
Plutone, al pari di Quasar (grande la metà di Plutone), Sedna (due terzi di Plutone) ed altri, è uno dei migliaia di oggetti celesti di modeste dimensioni (tanto che ora non è più considerato un pianeta) che circolano attorno al nostro Sole (e facenti parte della cosiddetta Fascia di Kuiper).
Quest’ultima è situata oltre l’orbita di Nettuno, il cui primo componente è stato individuato solo agli inizi degli anni Novanta.
Questi corpi transnettuniani sono divisi in varie famiglie a seconda del tipo di orbita, eccentricità etc.
Ora, lo scopritore di Plutone, l’astronomo Clyde Tombaugh, avrebbe potuto benissimo, negli anni Trenta, individuare, piuttosto che Plutone, un altro o più corpi celesti della Fascia.
Questo non avvenne perché il solo Plutone, in quel periodo, transitava sufficientemente vicino alla Terra. Se fosse stato all’altro capo della sua orbita non sarebbe mai stato scoperto. Verrebbe osservato oggi unitamente a tanti altri corpi celesti più o meno delle sue dimensioni e mai considerati pianeti.
Appare, dunque, strano che i sumeri abbiano raffigurato uno solo di questi corpi celesti e proprio Plutone.
Sarebbe, in altre parole, davvero una coincidenza singolare che i sumeri/annunaki avessero considerato il sistema solare esattamente come, e solo per una settantina d’anni, gli uomini del XX° secolo (nel 1800 venivano definiti “pianeti” anche gli asteroidi).
Intanto correggiamo l’ errore iniziale, il pianetino a cui si riferisce Panizza si chiama QUOAR e non QUASAR (le Quasar son ben altra cosa). In sostanza l’ obiezione sostiene che dopo Nettuno non si trova solo Plutone, ma un grandissimo numero di pianetini chiamati ‘oggetti trans-nettuniani’ e quindi appare improbabile che gli Anunnaki o i sumeri abbiano rappresentato proprio Plutone e non uno di questi.
Osserviamo la fascia di Kuiper:
Effettivamente possiamo vedere che Plutone si trova proprio all’ interno della fascia. L’ osservazione fatta da Panizza da un lato è sensata, ma non completamente. Dobbiamo capire come i sumeri conoscevano i pianeti esterni: non per osservazione, ma perché gli furono descritti e nominati dagli Anunnaki. Furono loro, nel loro viaggi di avvicinamento nel sistema solare, a incrociare i singoli pianeti e, a tempo debito, a parlarne ai sumeri. Se ci si sta chiedendo, a questo punto, come mai questi Anunnaki abbiano parlato di Plutone e non di uno qualsiasi degli altri corpi planetari presenti nella fascia, si deve considerare che Plutone giace in una regione particolare della fascia. Quasi tutti gli altri corpi hanno una inclinazione maggiore rispetto all’ eclittica, hanno orbite più regolari; Plutone è in effetti un caso particolare nella fascia di Kuiper. E che dire della osservazione da Terra? Viene obiettato che, in una eventuale osservazione, Plutone è stato ‘identificato’ quasi per sbaglio…. Sarebbe bastato un caso, identificarne un altro al suo posto, e sarebbe stato quello il ‘Plutone’. Ma non sarebbe stato lo stesso pianeta rappresentato dai sumeri.
A questo proposito bisogna chiarire che Eris, il pianeta nano più grande del sistema solare, con un diametro di 60km circa maggiore di quello di Plutone, sarebbe stato l’ unico candidato a ‘prendere il posto’ di Plutone in una eventuale identificazione.
Questo almeno in teoria, perché nella pratica le cose sono diverse.
A (quasi) parità di diametro, Eris ha una inclinazione di 27° maggiore rispetto a Plutone (44°), ha un perielio di circa 38 UA mentre il perielio di Plutone sta a 29 UA, inoltre ha un periodo orbitale di oltre 500 anni contro i 248 di Plutone. Insomma Eris è più lontano, più inclinato, e più ‘lento’ di Plutone.
Molto difficile che, se pur per caso, questo potesse essere osservato al suo posto, inducendo così i sumeri a ‘sbagliare’.
Non prenderò in considerazioni altri oggetti della fascia di Kuiper, mi sembra di aver già esposto il problema, ci tengo però a evidenziare che Sedna, nominato da Panizza, viene impropriamente definito oggetto trans-nettuniano. Infatti la fascia di Kuiper per convenzione è la zona che si estende da 30UA a 50UA, mentre il perielio di Sedna sta a 76UA e il suo afelio addirittura a 975UA (5 giorni luce!). Non è quindi un oggetto trans-nettuniano, tanto che il massimo esperto in materia, Alessandro Morbidelli, astronomo dell’ Osservatorio della Costa Azzurra, lo identifica come pianetino sfuggito alla Nube di Oort.
Non esiste un solo testo sumero inequivocabilmente di astronomia, astrologia e matematica, che citi pianeti al di fuori dei cinque tradizionali (Marte, Venere, Giove, Saturno e Mercurio).
E questo deve far pensare.
Non è proprio così. Le tavolette sumere sono state scoperte a partire da circa 150 anni fa. Già a quel’epoca, forti della conoscenza delle altre culture del globo, si credeva che ‘gli antichi’ conoscessero soltanto 5 pianeti (7 con la luna e il sole). Non dimentichiamo che nel medioevo si riteneva che ne esistessero solo 6. Quando, dunque, sono state rinvenute le tavolette contenenti elenchi di stelle / pianeti, nell’ elenco si son identificati i 5 pianeti più la luna e il sole e si è ripreso a contare gli stessi da capo. Per intenderci, se le liste contenevano 9 nomi, il percorso di identificazione è stato questo:
sole – mercurio – venere – terra – luna – marte – giove – saturno – sole etc
Questo processo ci è reso noto dal lavoro di Enn Kasak e Raoul Veede intitolato “Understanding planets in ancient Mesopotamia”. Ovviamente nella riga di testo qui sopra ho riportato i corpi celesti così come noi li conosciamo, e non nell’ ordine in cui erano considerati dai sumeri. Intanto è bene chiarire che le tavole astronomiche ci giungono da fonti babilonesi ed assire, anche se con terminologia sumera o accadica. Ed è bene chiarire anche che ogni identificazione di pianeti e corpi celesti giunta fino a noi non ci viene da testi di osservazione ‘per se’, e che i nomi dei pianeti e corpi celesti ci giungono SOLO da liste in cui questi nomi sono associati a divinità.
Ma non esiste UN elenco di come i sumeri e gli accadi identificassero gli dei e i pianeti o in che ordine, ne esistono almeno 4 o 5, con ordini diversi e associazioni diverse tra divinità e corpi celesti a seconda della città, del periodo etc.
Anche le terminologie usate negli elenchi di corpi celesti sono spesso confusionarie se ci si arena ancora alla nozione secondo la quale in mesopotamia si conoscevano solo 5 pianeti. Un caso sintomatico è il pianeta Giove, da tutti associato a Marduk, il cui nome era MUL.MARDUK o MUL.AMAR.UD. Ebbene mentre in questo nome compare il nome del dio, che permette di ritenere valida l’ identificazione, il problema nasce con l’ epiteto di Giove MUL.BABBAR.
Infatti BABBAR era un nome legato univocamente a Shamash, il cui tempio appunto si chiamava E.Babbar. Abbiamo quindi Giove identificato con Marduk e poi con un nome che riferisce a Shamash.
Ma Shamash era il Sole, quindi qui abbiamo Giove identificato con il Sole.
E che dire di MUL.NEBERU identificato come Giove, ma anche come stella, e in un altro testo (Mul.Apin) identificato anche con Mercurio?
Il già citato Mul.Babbar era chiamato anche MUL.UD.AL.TAR identificato sia in Giove sia nella stella Procione (α Canis Minoris). Ovviamente queste sono tutte attribuzioni fatte dagli studiosi in base a preconcetti ed analisi viziate dal solito concetto dei ‘5 pianeti’.
Continuiamo con l’ analisi.
Me se gli undici cerchi non rappresentano i pianeti cosa possono essere?
Stelle. Rappresentano delle comunissime stelle.
Basti vedere la rappresentazione sumerica del gruppo stellare delle Pleiadi.
Viene proposta questa immagine:
E poi viene aggiunto:
Sette stelle rappresentate, sette stelle visibili ad occhio nudo (sono anche chiamate le Sette Sorelle), sei delle quali che hanno sostanzialmente la stessa luminosità apparente (per questo, probabilmente, i cerchi che le rappresentano, sono molto simili).
Questa associazione è molto comune nel mondo antico (e nulla, quindi, hanno a che fare con le immagini di pianeti).
Sitchin, al contrario, immagina che sette sia il numero di pianeti che gli Annunaki incontrerebbero entrando nel sistema solare per arrivare alla Terra. Al di la dell’obiezione che i cerchi rappresentano stelle e non pianeti, rimane sempre valida la considerazione che il numero dei pianeti che compongono il sistema solare è una convenzione e, come tale, mutata e mutabile nel tempo.
Parliamo delle pleiadi.
Questa identificazione è universalmente accettata dagli orientalisti in base alle righe 13 e 14 del Mul.Apin, una delle tavole astronomiche babilonesi. La traduzione ufficiale di queste righe è:
13. The Star Cluster (MUL.MUL) [Pleiades] rises and the Scorpion (GIR.TAB) [head of Scorpio] sets.
14. The Scorpion GIR.TAB rises and the star cluster MUL.MUL sets.
Questo testo però fa a pugni con un altro che utilizza il termine MUL.MUL (anzi il suo corrispondente
accadico KAKKAB.KAKKABU) in un altro contesto:
“naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu”
che si traduce in:
“in totale 12 membri a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti”
dunque il MUL.MUL / KAKKAB.KAKKABU è ungruppo di 12 elementi tra cui compaiono il sole e la
luna. Al di la di questo particolare, osserviamo le pleiadi:
Notiamo innanzitutto, in questa immagine, che ne sono identificate 9 e non 7. I loro nomi vengono dalla tradizione greca che ne ha osservato fino a 9. Facciamo una ricerca di altre immagini e vediamo quale è la situazione:
In questa foto addirittura gli oggetti ‘maggiori’ e più visibili sono 5. In effetti a occhio nudo le Pleiadi appaiono come un insieme di 5 stelle, e nei cieli più scuri (senza illuminazione artificiale) se ne vedono a occhio nudo 6. Nonostante ciò, con un modesto cannocchiale se ne vedono fino a 13. Si sostiene che i 7 globi siano le pleiadi, e che con questo numero fossero note fin dall’ antichità; in realtà non è così, infatti Ovidio affermava che “le quali si dice siano sette, ma tuttavia sono solite essere sei”. Tolomeo ne citava 4, e Restoro D’Arezzo le descriveva come un ammasso di 6 stelle. Insomma a seconda della fonte il numero delle pleiadi cambia, invece nei sigilli sumeri i 7 globi sono una costante, e sempre identificati con le pleiadi dagli studiosi. Ciò appare una scelta arbitraria poiché se il numero delle stelle, osservazione, è variabile, non è dato sapere perché i sumeri ne rappresentassero sempre e solo 7, un numero tra l’ altro quasi mai visibile a occhio nudo. Quasi sempre se ne vedono 5, molte volte 6, in rari casi 9, quasi mai 7.
Nel passaggio di Panizza poco fa citato c’è un altro particolare da notare, lui afferma:
Al di la dell’obiezione che i cerchi rappresentano stelle e non pianeti
Ciò per i sumeri e i babilonesi non è vero. Loro non facevano distinzione tra stelle e pianeti, a volte i pianeti venivano chiamati ‘stelle fisse’ e altre volte trovavamo il termine ‘stella errante’ o ‘stella nomade’; gli studiosi reputano queste terminologie ambigue ma di solito identificano le ‘stelle erranti’ con i pianeti, a causa del fatto che mentre le stelle occupano sempre la stessa posizione (che varia solo a causa del movimento del nostro punto di osservazione) i pianeti si muovono in una orbita. Però i babilonesi usavano lo stesso termine MUL (KAKKAB) indistintamente per pianeti e stelle. Anche il loro simbolo era lo stesso, e perfino il glifo cuneiforme. Di fatto, leggendo un testo astronomico babilonese, e dimenticandosi le convenzioni ormai standardizzate, non è possibile stabilire in nessun caso se il testo parla di un pianeta o di una stella. Ogni identificazione infatti è stata fatta in base alle descrizioni dei nomi che comparivano nelle tavole astrologiche babilonesi in particolari segmenti che contenevano frasi del tipo:
mul sa sa ina Zi.U lu E.Gir dingir mesh.gi ti ug.na.mi.ru.nim.ma
Am.e Bar.ma Gub.iz mul bi d.Neberu d.Amar.ud
tradotto con:
la stella rossa che giace nel sud dopo che gli dei della notte hanno finito,
dividendo il cielo, questa stella è Nibiru il dio Marduk
che ha permesso di stabilire che si tratta di una stella e non di un pianeta. Eppure il termine usato è comunque MUL ed è attribuita a Marduk / Neberu esattamente come nel passaggio:
dish mul-Udu.Idim.Gu ud An.e Bar.ma Gub.ma d.Neberu shum.shu
tradotto con:
Se Mercurio attraversa il cielo e si ferma il suo nome è Nibiru
Che invece identifica un pianeta.
Vediamo dunque che formalmente i babilonesi non avevano una distinzione tra stelle e pianeti. Non è superfluo notare che il termine MUL viene da MU + UL che significa ‘ornamento della notte’.
Dopo la frase precedentemente vista Panizza però corregge:
Le stelle, però, possono essere rappresentate anche nella forma classica e a noi famigliare (e così simile al cosiddetto “Sole” del sigillo); entrambe le rappresentazioni possono coesistere nella medesima opera artistica.
Cioè le stelle possono essere rappresentate anche con le classiche ‘punte’ (porta 3 immagini come esempio).
Questa osservazione allora ci deve far porre una domanda: nel sigillo VA243 abbiamo una figura a 6 punte, compatibile con la rappresentazione iconografica di una stella, e 11 globi, secondo Panizza anche queste stelle. Di cosa si tratta allora?
E perché non può essere il sole (che effettivamente è una stella) con 11 pianeti intorno? Come abbiamo visto il sole era considerato un oggetto celeste alla pari degli altri, e come abbiamo visto in termini di nomenclatura non esisteva differenza tra ‘stella’ e ‘pianeta’. E’ dunque credibilissimo che i sumeri lo abbiano rappresentato con le punte di una stella ma lo avessero conteggiato come ‘oggetto celeste’ parificato ai pianeti. Tutti erano comunque dei MUL. Se ciò sembra strano, i consideri che nei testi astrologici dell’ era tardo-babilonese il sole era chiamato MUL.BABBAR esattamente con lo stesso nome visto precedentemente per Giove.
Successivamente Panizza affronta il probema dei ‘globi’ affrontando due teorie, una secondo la quale i globi rappresentassero la ‘dodecapoli’ sumera, cioè le 12 città stato di Sumer, la seconda teoria invece fu avanzata dalla rivista ‘Sky & Telescope’ nel 2000 e analizzava la figura del VA243 sostenendo che fosse una rappresentazione di Giove nel Sagittario.
Non mi importa in questo documento affrontare queste due teorie, la prima perché assurda (si è criticata la ‘mancanza di fedeltà nelle dimensioni e distanze dei globi del sigillo e si fa il paragone con 12 città sparse in maniera completamente diversa dal sigillo) e la seconda perché già smontata dallo stesso Sitchin nel suo sito, come si può leggere qui:
Salto quindi alla parte finale del documento di Panizza:
Sitchin, dal canto suo, non si è lasciato sfuggire l’occasione per dimostrare l’inconsistenza di questa teoria.
Ci sarebbe, piuttosto, da chiedersi come mai non replichi a obiezioni ben più consistenti e avanzate da più parti.
Sbaglia, in ogni caso, a considerare il caso della Teiera come una prova della veridicità del proprio punto di vista.
Se, infatti, può non essere ben chiaro cosa il sigillo rappresenti, lo è invece, al di la di ogni ragionevole dubbio, cosa non sia (e cioè il nostro sistema solare).
Ritornando al discorso “Pleiadi”, per correttezza di informazione, va ricordato che, in notti eccezionalmente serene, se ne possono contare fino a dodici (il che può essere sospetto, anche se, non dimentichiamo, la loro classica rappresentazione è in forma di “sette”).
Sitchin non è mai intervenuto per rispondere alle critiche mossegli, questa può essere presa come una pecca o come un pregio, una sorta di ‘non volersi abbassare’ a polemiche. Del resto esperienza insegna che (e lo ho dimostrato in questo e tanti altri documenti) gran parte di queste critiche mosse sono inconsistenti e giustificate soltanto dalla ignoranza o da una ricerca poco approfondita. A parte ciò, Panizza conclude con una asserzione che non ha assolutamente dimostrato, quando dice che è evidente al di la di ogni dubbio che il VA243 non rappresenta il sistema solare. Solo quando ribatterà a questo documento, provando i miei errori, potrà permettersi di fare questa dichiarazione.
Tralascio anche la ‘conclusione’ di Panizza inquanto affronta temi riguardanti Carl Sagan, e rispolvera cose di cui ha già parlato e che ho già commentato. Non mi interessa commentare la sua opinione, ognuno ha diritto di avere la propria, perciò concludo questo articolo con alcune considerazioni strettamente relative a questa stessa trattazione e i suoi contenuti.
In un determinato punto di questo articolo ho scritto:
Non solo, come vedremo più avanti, l’ analisi di questo sigillo in parallelo con l’ Enuma Elish permette addirittura di stabilire QUALE momento particolare viene immortalato nel sigillo.
Ebbene è venuto ora il momento di identificare questo particolare momento. Per farlo devo muovere io stesso una possibile obiezione, che stranamente è sfuggita sia a Heiser sia a Panizza.
Il sigillo VA243 mostra un pianeta tra Marte e Giove, eppure mostra il resto del sistema solare con gli elementi che noi tutti conosciamo. Questo, in effetti, potrebbe essere una incongruenza, perché, come ha fatto notare Jason Colavito e come hanno evidenziato due sumerologi italiani su un numero della rivista ‘Area di Confine’, il pianeta in più potrebbe essere non Nibiru ma Tiamat, il pianeta primevo da cui nacque la Terra. Eppure il sigillo mostra chiaramente anche la Terra. Oppure, se il pianeta intruso è Nibiru e non Tiamat, allora il sigillo dovrebbe rappresentare Plutone nella sua posizione attuale, e non quella ‘originale’, inquanto nell’ epica della creazione Gaga (Plutone) era un satellite di Anshar
(Saturno) prima dell’ arrivo di Nibiru.
Questa, che è la unica obiezione sensata che io abbia mai trovato a riguardo del sigillo, cade però in seguito all’ analisi del testo Enuma Elish.
Infatti, tenendo presente che la ‘battaglia celeste’ narrata avviene in una fase di formazione del sistema solare, cioè quando le posizioni e le orbite non erano ancora ben definite, c’ è un passaggio ‘chiave’ che spiega cosa successe.
Dopo che Tiamat è stato distrutto, e la sua metà è stata gettata tra Venere e Marte a formare la Terra, Nibiru si avvia verso l’ esterno del sistema solare. Il testo afferma che Marduk (Nibiru) si diresse verso ‘il profondo’ scrutando la ‘struttura degli abissi’, e stabilì li una dimora, l’ E-sara, in cui avrebbero dimorato alcune divinità.
And he founded E-sara, a mansion like unto it.
The mansion E-sara which he created as heaven,
He caused Anu, Bel, and Ea in their districts to inhabit.
Il termine E-Sara (E.Shara nella versione di King ed Esharra in quella di Sandars) è alquanto ostico perché di non univoca traduzione. Potrebbe significare ‘casa o zona che delimita il tempo o lo spazio’ (ricordiamo che il sar in sumero era una unità di misura molteplice, applicata con diversi valori sia alle misure del tempo che a quelle di spazio) ma anche ‘casa da cui si inizia’ o ‘casa da cui si esce’. E’ importante notare questi ultimi due significati perché, per chi arriva dall’ esterno del sistema solare, la zona E-Sara sarebbe proprio il punto iniziale del sistema, e parimenti per chi viaggia verso l’ esterno partendo, ad esempio, dalla Terra, l’ E-Sara rappresenta la zona da cui ‘si esce’ dal sistema solare.
In questo passaggio Bel prende il posto di Gaga (Plutone). Bel è Enlil, come identificato dal testo riguardante Ninurta commentato da Stephanie Dalley:
Ninurta was the son of Enlil (Akkadian: Bel)
and Ninlil (Belit) and was married to Bau
e l’ Eshara era la zona dei ‘cancelli di Anu, Enlil ed Ea’, come riportato nell’ epica di Etana:
After they had ascended to the heaven of Anu,
They passed through the gates of Anu, Enlil and Ea,
The eagle and Etana did obeisance together
Dunque cosa ci permette di stabilire questa analisi dei testi? Che prima che fosse ‘creata’ l’ Eshara, cioè fosse stabilita una zona ‘periferica’ del sistema solare con le sue orbite come ora le conosciamo, Gaga / Plutone era ancora nella zona interna del sistema solare. E’ questo il momento ‘fotografato’ nel sigillo VA243, il periodo di tempo successivo alla creazione della Terra ma precedente alla creazione dell’ Eshara.