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domenica 27 febbraio 2022

Mercy Brown, la vampira del Rhode Island



Una delle creature mitologiche più romanzate ed esaltate è quella del vampiro. Quando sentiamo la parola “vampiro” la nostra mente va subito a “Dracula”, il personaggio dell’omonimo romanzo scritto nel 1897 da Bram Stoker. Oggi forse molti ragazzini lo collegano ad Edward Anthony Masen Cullen, il protagonista della saga di Twilight ( oh mio Dio, l’ho scritto per davvero! Perdonami Bram!), in ogni caso il mito del vampiro è ancora molto presente anche ai nostri giorni.In realtà il termine “vampiro” divenne popolare solo agli inizi del 1700, quando sotto questo nome vennero in un certo senso raggruppate diverse creature protagoniste delle superstizioni dell’Europa dell’est e nei Balcani, dove le leggende parlavano spesso di mostri assetati di sangue e dell’anima delle persone.
Proprio questa caratteristica ha associato molte volte il vampiro alle epidemie di tubercolosi che nella maggior parte dei casi provocavano perdite estese di sangue nei malati. Uno di questi casi fu quello di Mercy Lena Brown, anche se qualcosa di misterioso avvolge l’intera vicenda.
Alla fine del XIX secolo in Europa e negli Stati Uniti la tubercolosi era una vera e propria piaga inarrestabile. Chiamata anche “morte bianca” non si riusciva ad arginare in alcun modo e l’unica soluzione per limitare le vittime era isolare i malati e attenderne la morte. Alcuni sperimentarono diversi intrugli e presunte medicine, ma ogni tentativo si mostrò inefficiente.
Prima che si conoscessero le cause della tubercolosi la gente tendeva a credere che la morte fosse dovuta non tanto ad una malattia, ma piuttosto una “consunzione”, cioè al consumarsi del corpo ad opera di un agente esterno invisibile, e poiché la tubercolosi si trasmetteva velocemente in famiglia si pensava che i primi morti divenissero vampiri ( meglio dire non morti) per tornare a succhiare le energie dei malati, consumandoli appunto.
Nel 1892 a Exeter, Rhode Island, la famiglia Brown venne colpita per l’ennesima volta dal morbo e a farne le spese fu la giovane 19enne Mercy, che dopo alcune settimane di terribile sofferenza chiuse gli occhi per sempre.
George Brown, il padre, imputò la sua morte ad un membro della famiglia ritenuto non morto, che le aveva fatto visita qualche tempo prima e che, a suo dire, l’aveva morsa sul collo e intorno alla bocca succhiandole il sangue. Non era la prima perdita in famiglia: alcuni mesi prima la moglie Mary morì di tubercolosi e poco tempo dopo anche l’altra figlia, Mary Olive.
Se per loro George non aveva alcun evento a cui appellarsi, per quanto riguarda la morte di Mercy mise in giro la voce che ad ucciderla era stato un vampiro e non una terribile malattia come si sospettava: che ci credesse o meno questo non lo sappiamo, ma molti membri dell’alta società cercavano di nascondere le morti per malattia perché al tempo si veniva emarginati molto facilmente, anche solo per il sospetto che qualcuno fosse malato.
Ma le tragedie in casa Brown non erano finite: poco tempo dopo al morte della ragazza anche l’unico figlio maschio, Edwin, iniziò a presentare i primi sintomi di “consunzione”.
George, per non perdere tutti i privilegi accumulati nella società del tempo, sparse la voce in tutta la comunità di Exeter che uno dei Brown più distanti dalla sua famiglia ( un cugino di secondo grado secondo alcuni) si fosse trasformato in una creatura diabolica che succhiava il sangue ai vivi fino a portarli alla morte. Non solo: per circondarsi della comunità ed entrare nelle grazie della “gente per bene”, lui stesso chiese la riesumazione dei corpi della sua famiglia, in maniera da dimostrare che il suo nucleo familiare era estraneo a quell’essere diabolico.
Con l’aiuto della comunità aprì la cripta di famiglia e scoperchiò le bare, convinto che i corpi fossero già in decomposizione. In effetti le salme di Mary e Mary Olive erano decomposte, ma quello di Mercy non solo era integro, ma conservava ancora sangue nel cuore e nel fegato. La salma sembrava incorrotta, se non per un rivolo di sangue rappreso che colava dalle labbra.
Erano presenti le maggiori autorità della città e quella vista spaventò tutti i testimoni che si convinsero che Mercy fosse una vampira e che fosse stata lei ad aver infettato suo fratello Edwin.
Mercy era stata seppellita da soli due mesi, durante il gelido inverno e ciò potrebbe in parte giustificare il fatto che il suo corpo fosse ancora integro, ma al tempo la paura aveva sempre il sopravvento sulla ragione. Fomentato dalla folla George cavò il cuore della figlia e per ordine dei preti accorsi lo bruciò su una roccia vicina.
Ancor più macabro fu il tentativo di esorcizzare il figlio Edwin: dopo ripetute benedizioni dei cadaveri, della tomba, della casa e del bambino stesso, gli fu dato da bere un intruglio nel quale vennero sciolte le ceneri del cuore della sorella. Edwin Brown morì un paio di mesi dopo di tubercolosi.
Mercy Brown oggi riposa nel cimitero della chiesa battista di Chesnut Hill, e la cripta è stata ricostruita dopo lo scempio della folla che visionò il suo corpo. Oggi è diventata un’attrazione turistica, prediletta dagli appassionati di folclore e di storie di vampiri.
CURIOSITA’: Il caso della “vampira” Mercy Lena Brown venne pubblicato nel 1892 sul Providence Journal e attirò l’attenzione di Bram Stoker, l’autore di Dracula. Un ritaglio dell’articolo è stato ritrovato tra i suoi appunti. Chissà, forse per “Dracula” Stoker si è ispirato proprio a Mercy Brown.

link originale:
https://www.ilparanormale.com/leggende-metropolitane/mercy-brown-la-vampira-del-rhode-island/

venerdì 16 febbraio 2018

Il faraone eretico Akhenaton, Mosè e la ‘vera storia’ dell’esodo biblico

Esiste un particolare momento della mitologia ebraica, noto come “esodo”, che, secondo la versione biblica, farebbe riferimento alla fuga delle popolazioni ebraiche dall’Egitto dei faraoni, alla ricerca, sotto la guida di Mosè, della “terra promessa”, ad essi garantita in virtù di un “patto” stipulato con il loro dio.

Si tratta di una storia puramente ipotetica, mancando in parte di oggettivi riscontri storicamente documentati, ma comunque decisamente verosimile – ed in ogni caso più verosimile della maggior parte dei racconti biblici ed evangelici, ai quali una quantità enorme di individui presta fede, pur in totale assenza di qualsiasi verifica storica, quando non addirittura in aperta contraddizione con la storia stessa.

Per motivi di spazio ci limiteremo ad enunciare alcuni fatti fondamentali.

Intorno al 1300 a.C. Akhenaton, passato alla storia come “il faraone ribelle o eretico”, contrappone un culto monoteista a quello politeista in vigore in tutto l’Egitto, forse continuando l’opera intrapresa da suo padre Amenophis III e fonda una nuova capitale ad Amarna, a circa 200 km a sud del Cairo. Il popolo resta però in maggioranza fedele agli antichi dei. Seguaci di Akhenaton e del nuovo ed unico dio Aton, saranno solo una esigua minoranza della popolazione egizia, alcune razze tipicamente africane e la quasi totalità degli hyksos, i discendenti delle tribù semite che intorno al XVII secolo a.C. avevano invaso il nord dell’Egitto dominandolo per due dinastie, prima di essere definitivamente sottomessi.
Dopo circa diciassette anni di governo, tuttavia, Akhenaton scompare nel nulla e la restaurazione politeista si accanisce contro di lui, con una accurata damnatio memoriae: quasi tutti i segni visibili del suo passaggio – iscrizioni, sculture, documenti – vengono così distrutti e la stessa città di Amarna rasa al suolo.

Secondo recenti ipotesi, un’insurrezione della popolazione, guidata dal clero tebano, costrinse il faraone eretico ad abbandonare l’Egitto, per stabilirsi presumibilmente in Palestina con tutti i suoi seguaci; a conferma di ciò esiste una lettera nella quale il governatore di Gerusalemme fa esplicito riferimento al divieto di abbandonare le terre dell’esilio.

L’identificazione del faraone ribelle ed esiliato Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Lo stesso nome di Mosè sembra di origine egiziana ed il mito della sua infanzia – salvato dalle acque ed educato alla corte dei faraoni, in perfetta analogia col precedente mito del sumero Sargon – appare come il tentativo di mascherare una realtà che “non deve” essere divulgata.

Facciamo ora un salto in avanti di più di tremila anni: Egitto 1923, apertura ufficiale della tomba di Tutankhamen. Contravvenendo – come del resto era la regola a quei tempi – alla più elementari regole deontologiche, gli scopritori del sito archeologico, Lord Carnarvon e Howard Carter, avevano, circa tre mesi prima dell’apertura ufficiale, già violato in segreto la tomba, trafugando una moltitudine di oggetti preziosi e suppellettili che avrebbero arricchito il mercato clandestino delle antichità egizie, nonché, supponiamo, i loro personali patrimoni.

Ad un primo sommario inventario, tra gli oggetti “ufficialmente” ritrovati nella tomba sono presenti anche alcuni papiri; di essi si fa cenno nella corrispondenza privata dei due, in lettere inviate ad amici e colleghi; ma poco tempo dopo i suddetti papiri risultano inesistenti, cancellati dai successivi inventari. Interrogato in proposito, Carter dichiarerà trattarsi di un clamoroso errore: alcuni rotoli di lino presenti nella tomba erano stati sprovvedutamente scambiati per papiri.

Tale versione appare poco credibile, trattandosi di egittologi esperti – Carter, in particolare, ha alle spalle una lunghissima carriera – ma nessuno solleva obiezioni. Accade però che in un secondo momento, a seguito di vicende che non ci dilunghiamo a narrare, le autorità egiziane prospettino la possibilità di togliere a Carter la concessione per continuare gli scavi.

Questi allora si reca al consolato britannico e minaccia, nel caso in cui non gli fosse stata rinnovata la concessione, di svelare al mondo intero il contenuto dei papiri… fornendo, cioè, il vero resoconto dell’esodo degli ebrei dall’Egitto. Tale episodio è riportato da Lee Keedick (memorie, 1924 circa) con tale dovizia di particolari, da far ritenere improbabile che si tratti di una circostanza inventata, né risulterebbe intelligibile il motivo di una eventuale fantasiosa invenzione.

E’ pertanto perfettamente lecito, date tali premesse, supporre che la divulgazione del contenuto dei papiri avrebbe ottenuto effetti indesiderati a livello politico; ed è altrettanto lecito ipotizzare che i papiri narrassero la storia di Akhenaton e dell’esodo suo e dei suoi seguaci verso la Palestina.

Ricordando che era solo di pochi anni prima, la famigerata ‘Dichiarazione Balfour’ (ovvero il primo riconoscimento ufficiale delle aspirazioni sioniste in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano, costituito da una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rotschild – principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista – con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un focolare ebraico in Palestina), si comprende come un documento che nella sostanza minava alla base i miti fondatori del movimento sionista – in particolare relativamente ad una presunta omogeneità razziale ed alla volontà di far ritorno alle terre dei propri presunti avi – avrebbe avuto nell’opinione pubblica mondiale un impatto dirompente, delegittimando definitivamente il movimento sionista stesso, che aveva già intrapreso a tappe forzate e con tutti i mezzi disponibili, non escluso il terrorismo, la colonizzazione della Palestina.

La divulgazione di tale materiale avrebbe, inoltre, fornito argomentazioni irrefutabili agli arabi, che in quegli anni manifestavano a Gerusalemme e altrove, contro l’appoggio britannico alla creazione di uno stato ebraico in Palestina.

Per inciso, vogliamo qui puntualizzare che, quand’anche fosse provata la omogeneità razziale delle popolazioni di religione ebraica (pur sembrandoci inverosimile far discendere dal medesimo ceppo razziale un askenazita ed un falashà) o fosse provata la presenza dominante in Palestina, tre millenni fa, dei progenitori degli attuali ebrei, questo non sarebbe sufficiente a rivendicare alcunché. Inoltre, ci hanno sempre ripetuto che uno stato fondato sulla razza costituisce il Male Assoluto… ma forse l’entità sionista fa eccezione a tale regola generale.

Esistono, inoltre, altre notizie interessanti a completare il quadro: lady Almina, moglie di Lord Carnarvon, era la figlia di Alfred de Rothschild, finanziere e parente stretto di Edmond de Rothschild, il banchiere ebreo promotore del primo congresso sionista a Basilea del 1897. E’ presumibile, quindi, che questi sia stato tempestivamente informato del contenuto dei papiri ed abbia effettuato le opportune contromosse per impedirne la divulgazione.

Nei dieci anni successivi alla scoperta della tomba di Tutankhamen, infatti, circa una quindicina di personaggi che avevano avuto qualche ruolo nei lavori di scavo e nella documentazione dei materiali rinvenuti, o semplicemente di questi erano amici o parenti, perirono in circostanze a dir poco misteriose: improbabili suicidi, strane malattie dai sintomi inspiegabili, anomali arresti cardiaci ecc.

Inoltre, la stampa dell’epoca accolse, amplificandola a dovere, la leggenda passata alla storia come “la maledizione del faraone”, e nessuno avanzò l’ipotesi che potesse semplicemente trattarsi di testimoni pericolosi, scomodi, cui doveva essere drasticamente impedito di raccontare ciò che forse sapevano.

Del resto, la pratica degli “omicidi mirati” per l’eliminazione di chiunque ostacoli l’entità sionista, non era ancora nota a tutti o da quasi tutti passivamente accettata.

Per chi fosse desideroso di approfondire l’argomento trattato consigliamo: Andrew Collins, Chris Ogilvie-Herald “La cospirazione di Tutankhamen”, Newton Compton Editori; Marco Pizzuti “Scoperte archeologiche non autorizzate”, Edizioni Il Punto d’Incontro; il sito “Altra Informazione” a cura di Marco Pizzuti; la ricca bibliografia reperibile nelle opere citate.

FONTE:

Rivisto da www.fisicaquantistica.it

Fonte: http://www.infopal.it/mose-ed-akhenaton-forse-due-storie-in-una/

lunedì 3 settembre 2012

L'enigma di Akhenaton


Il faraone più discusso e chiacchierato della storia, considerato l'inventore del Monoteismo, racchiude nella sua figura e nella storia della sua famiglia incredibili segreti. Sveliamo il vero volto di Amenofi IV

La Storia non è una scienza esatta, si sa: basandosi su documenti lacunosi e su ritrovamenti spesso contraddittori, lascia allo studioso un arbitrio che ha veramente poco di scientifico, in quanto condizionabile da ideologie e preconcetti. Fra tutti i faraoni egizi, c'è un esponente che più di ogni altro ha dato adito a innumerevoli pregiudizi. La storia di Akhenaton, chiamato in origine Amenothep o Amenofi IV e vissuto nella seconda metà del XIV Secolo BCE, è l'emblema delle difficoltà di comprendere il reale svolgimento dei fatti e in assenza di prove certe, procedere a tavolino all'elaborazione di teorie false ed errate. Infatti Akhenaton viene uninamemente considerato dagli egittologi il faraone eretico inventore del Monoteismo e distruttore del Paganesimo: niente di più falso in realtà, ma l'ansia di fornire antecedenti prestigiosi alle religioni monoteistiche da parte di archeologi e storici bigotti ha portato a questa credenza. Akhenaton in effetti istituì il celebre culto del Dio Sole Aton, ma non fu mai esclusivamente monoteista né distrusse i templi dei Neteru, gli Dei egizi. Smontò, questo sì, il culto di Amon-Ra, divinità suprema primigenia e rappresentativa di tutto l'universo. Aton invece rappresentava la nostra stella benefica ma anche apportatrice di morte: un cambiamento che ha soprattutto nelle motivazioni politiche la sua più logica spiegazione. Ma c'è un altro mistero che caratterizza colui che in origine si chiamava Amenofi IV: il fatto che si facesse ritrarre in fattezze femminili a volte persino imbarazzanti. Anche su questo fatto gli egittologi e altri studiosi più di confine si sono sbizzarriti nelle spiegazioni più assurde, accuratamente evitando quella più logica ma scomoda per la cultura patriarcale dominante.
(Sopra) Il volto "alieno" ed enigmatico del faraone Amenofi IV-Akhenaton mostra tratti femminili e sovrapposti attributi maschili tipici dei sovrani egiziani.

A nostro avviso la risposta a questi enigmi è semplicissima e al solito per comprenderla occorre ricostruire nel dettaglio tutte le vicende che si svilupparono in Egitto dal 1380 al 1330 BCE. La situazione politica internazionale era, nel XIV Secolo BCE, abbastanza burrascosa. L'Egitto era la nazione più importante dell'area mediorientale e aveva ricostruito, dopo secoli di invasione degli Hyksos, il suo prestigio originario grazie ad una serie di faraoni molto determinati. Uno di questi era stato Amenofi II, sovrano della XVIII Dinastia, che alla fine del XV Secolo BCE aveva realizzato un'importante alleanza con un popolo abitante l'area tra le attuali Siria e Turchia, i Mitanni. Questa popolazione era assolutamente particolare, perché ad una base plebea di stirpe semitica, gli Hurriti, sovrappose un'aristocrazia di origine indoeuropea. Questi Mitanni provenivano dall'India e facevano parte delle popolazioni Ariane-Vediche di pelle chiara e capelli biondi che invasero il subcontinente indiano, mettendo le basi della religione indù. In un'Asia che ai tempi era quasi completamente in mano a popolazioni indoeuropee di ceppo Cro-Magnon, questi Arii si insediarono in un territorio al confine con quello di una popolazione gemella, gli Ittiti parimenti indoeuropei, di cui per secoli rimasero vassalli. A est del territorio dei Mitanni vi era il regno babilonese e soprattutto l'ancora piccolo ma letale impero assiro, che costituiva il più acerrimo nemico, per motivi religiosi e ideologici, delle popolazioni indoeuropee.



(Sopra, a sinistra) La Cartina mostra la siztuazione mediorientale dopo le guerre di conquista del faraone Thutmosis III, bisnonno di Akhenaton. In rosso si vede l'impero ittita, in blu il territorio dei Mitanni e in giallo in basso i territori assogettati, allo scopo di creare stati-cuscinetto, dall'Egitto. (A destra) In un bel disegno di Angus McBride, specialista delle ricostruzioni di popoli antichi, ecco come dovevano apparire i guerrieri Mitanni di stirpe Cro-Magnon e di derivazione ario-indo-vedica. In realtà quel regno si basava su una popolazione semitica, gli hurriti, dominata da un'aristocrazia di origine idoeuropea: a questo gruppo apparteneva Tadu-Heba, la celebre Nefertiti.

I Mitanni, in una logica di contrapposizione tra blocchi, erano fortemente appoggiati dagli Egizi, che vedevano in loro un potente stato-cuscinetto tra i crescenti e tecnologicamente avanzati Ittiti e i nemici più temibili, quegli Assiri che mezzo millennio dopo avrebbero conquistato il mondo conosciuto. Logico quindi stringere alleanze e mantenere buoni scambi commerciali con questi Mitanni, tantopiù che l'Egitto vantava antichissime origini berbere: e i Berberi erano una popolazione parimenti indoeuropea di ceppo Cro-Magnon, e moltissime affinità si potevano trovare tra questi popoli. Dopo le conquiste di territori asiatici, tra cui la Palestina, ad opera di Thutmosis III e i molti decenni di stabilità internazionale grazie alla politica pacifista di Thutmosis IV, che realizzò molti trattati di pace e di alleanza, venne la volta del faraone Amenofi III.
Salito al trono all'età di 12 anni, questo sovrano si segnalò per essere un grande costruttore: a lui si deve l'erezione del grande Tempio di Luxor e il restauro di quello di Karnak, nonché di innumerevoli altri palazzi e di una nuova città capitale sulla riva destra del Nilo, Amarna. Con l'Egitto alla sua massima potenza, il faraone lasciò agli alleati Mitanni il disbrigo delle pratiche belliche contro i "cattivi" assiri, sempre temibili. A 14 anni Amenofi III sposò la principessa nubiana Tiye, una figura fondamentale della nostra vicenda. Tiye era assolutamente nera di carnagione e rientrava nella logica del mantenimento delle alleanze: l'Egitto anni prima aveva conquistato il territorio della Nubia, a sud della Valle del Nilo, e manteneva con esso un rapporto di signoraggio. Tiye, africana ma non egiziana, fu una regina contrastante nei giudizi del popolo egizio, e questo rapporto di amore-diffidenza si acuì nel momento in cui Amenofi III si fece vecchio e malato, al punto da lasciare alla moglie la reggenza. Forse per calmare gli umori della gente e anche per accondiscendere il favore dell'alleato mitanno, impegnato in dispendiose guerre di confine, Amenofi III prese in moglie due principesse di quello stato: Gilu-Heba e Tadu-Heba, figlie del re dei Mitanni Tushratta, erano due donne di stirpe chiaramente indoeuropea e una di esse potrebbe essere la chiave di tutta la nostra storia. Fatto sta che in questo momento particolare, con il faraone malato e la nubiana Tiye a reggere le sorti della terra di Kemet, queste due donne mitanne cambiarono la situazione. Infatti dopo il loro arrivo, il potere passò nelle mani di un figlio di Amenofi III, Amenofi IV: era il 1353 o il 1351 BCE. La presa del potere di questo figlio lascia non pochi dubbi, perché solitamente la linea dinastica passava per i primigeniti o i figli di stirpe reale. Poiché Amenofi III aveva avuto svariati figli ma nssuno di questi era salito al trono, si deve dedurre che non fossero figli di Amenofi III o di Tiye, bensì di concubine e spose minori, che venivano assegnate al sovrano ma i cui figli non avevano dignità regale. Solo i figli di due sovrani erano legittimati ad ambire al trono: e se in tutti gli anni precedenti Amenofi III non era riuscito a mettere un figlio come reggente, è evidente che Tiye non gli aveva dato alcun figlio, un fatto peraltro normale nella storia della nobiltà. Sarebbe quindi logico pensare che il lignaggio reale sia arrivato attraverso le due principesse mitanne Gilu-Heba e Tadu-Heba e che quindi il nuovo faraone Amenofi IV fosse figlio di una di queste, presumibilmente Gilu-Heba.

(Sopra) La statua colossale, custodita al museo del Cairo, di Amenofi III e di sua moglie, la nubiana Tiye. Il faraone regnò per 38 anni, ma per buona metà del tempo fu vittima di una misteriosa malattia, forse la prima epidemia di Influenza della storia, lasciando così la reggenza a Tiye.

Ma mentre di questa si perdono le tracce, attraverso la corrispondenza col re Tushratta sappiamo che Tadu-Heba sposò a sua volta in seconde nozze il nuovo faraone e sappiamo dalla storia che la moglie di Amenofi IV fu la bellissima e misteriosa Nefertiti. Che la donna più bella di tutti i tempi fosse quindi la principessa mitanna? La probabilità è alta, perché non risultano altre spose di ceppo reale per questo faraone. Del resto l'analisi del celeberrimo Busto di Nefertiti custodito nel Museo di Berlino mostra lineamenti incredibilmente indoeuropei per la donna, e una carnagione leggermente abbronzata compatibile con una tipologia di pelle chiarissima. Potrebbe essere benissimo che Nefertiti sia stata data in moglie ad Amenofi III intorno ai 15 anni e al momento della salita al trono di Amenofi IV potrebbe aver avuto circa 25-30 anni. Amenofi IV comunque sia presentava caratteristiche decisamente inconsuete. Non presentava lineamenti nubiani e negroidi, come la regina Tiye, ma vantava un cranio allungato dolicocefalo tipico dei Mitanni e che anche la stessa Nefertiti possedeva. I caratteri fisici fin da subito si dimostrarono inquietanti, perché il faraone si fece ritrarre con uno stile naturalista che mostrava fattezze decisamente femminili. A fianco a statue un poco più virili, il sovrano si faceva ritrarre con il seno, con il ventre gonfio come se fosse una donna incinta, addirittura con l'inguine nudo che non mostrava traccia di genitali maschili! I fianchi larghi e la vita stretta, nonché un viso femmineo, sconcertarono gli egittologi e gli studiosi moderni, che non riuscirono a comprendere come fosse possibile che un uomo si potesse far ritrarre in una simile maniera. Ma la questione è in realtà semplicissima: se le ipotesi parlano di una possibile omosessualità, di un'andoginia, di una sindrome ermafroditica come quella di Frolich o di una mutazione ormonale dovuta a problemi di scarsità di macchie solari (tesi sostenuta da Maurice Cotterell), a nostro avviso la spiegazione è quella più ovvia e logica, in linea con il Rasoio di Occam.



(Sopra, da sinistra) Le statue che raffigurano Akhenaton a figura intera sono assolutamente sconcertanti, perché mostrano il faraone con un corpo, fianchi, vita e genitali femminili: è evidente il seno e il ventre tipico di una gravidanza, e le gambe e i glutei hanno la forma tipica di quelli delle donne. Tutto lascia presupporre che Akhenaton non fosse un uomo, ma proprio una donna: del resto i nomi egizi sono unisex e possono essere attribuiti indifferentemente a un maschio o a una femmina. Nulla esclude quindi questa ipotesi, che anzi trova conferme nella storia della sua dinastia. (Sotto, a sinistra) Akhenaton mostra, in molte statue, attributi maschili come la Barba di Osiride sopra il corpo femminile: se nota chiaramente, sotto lo scettro del Pastorale, la forma del seno sinistro. (Al centro) Notare le similitudini con un'altra celebre donna faraone, Hatshepsut, vissuta un secolo prima di Akhenaton. Anch'ella porta il copricapo nemes e mostra evidente le curve del seno. (A destra) Moglie di Akhenaton era la bellissima, divina Nefertiti (nome che significa "la bella è arrivata"), di origini Mitanne e anche sua probabile zia.




Amenofi IV era una donna: la linea di successione non vantava maschi di genesi regale e giocoforza fu che il regno passasse nelle mani della persona più vicina a questa condizione. Del resto in Egitto la condizione femminile era paritaria a quella maschile e ci furono casi eloquenti di faraoni-donna, il più celebre dei quali fu il regno durato quarant'anni della regina Hatshepsut. Questa fu una sovrana illuminata e regnò prima del figliastro Thutmosis III, portando l'Egitto a un benessere mai raggiunto prima. Il fatto che si presentasse in pubblico come i faraoni maschi, con tanto di Barba di Osiride posticcia, non toglie che non nascondesse la sua condizione femminile e le statue infatti mostrano chiaramente sia i lineamenti che il seno. Perché lo stesso non potrebbe essere avvenuto con Amenofi IV, andato al potere poco più di un secolo dopo? Per ragioni dinastiche Amenofi IV si fece definire faraone, esattamente come l'ava Hatshepsut, e presentava tratti regali di origine maschile derivato dall'iconografia di Osiride; altri simboli di fertilità come l'essere gravida invece si riferivano a divinità femminili come Iside ed Hathor. La sua condizione femminile, conosciuta ampiamente nell'antichità, potrebbe essere stata mascherata in tempi successivi anche per via dell'operato di Amenofi IV, che dopo alcuni anni dalla presa del potere cambiò il suo nome in Akhenaton. Il riferimento era al nuovo Dio Aton, identificato con il disco solare, che Amenofi IV prese direttamente dalla mitologia ittita-mitanna. In Aton Amenofi vedeva il creatore, l'origine del tutto, la genesi del creato, in un modo similare a quello con cui gli Egizi attribuivano al Dio Atum la creazione dell'Universo.
Atum era allo stesso tempo il Dio Sole Ra e il Dio universale Amon, e non sfugge l'assonanza Amon-Aton-Atum. Chiaro che Amenofi IV abbia voluto creare una divinità sincretica che mescolava aspetti egizi ancestrali con altri riferimenti ittiti-mitanni, a loro volta eredità della religione indo-vedica antica di millenni. Non è un caso infatti che la divinità primordiale degli Indoeuropei sia la Dea celeste Aditi, personificatrice del Cosmo e madre di tutta la materia che compone l'universo. Aditi veniva chiamata (e lo viene tuttora, in quanto fa ancora parte della mitologia indù) "Vacca Luce primigenia", "Madre Cosmica", "Vacca Nutrice": da lei hanno origine gli Aditya, i più antichi Dei indiani, tra cui spiccano nomi noti come Indra, Mitra, Varuna. Proprio Mitra veniva considerato Dio del Sole e aveva il compito di mantenere l'ordine dell'universo: assieme a Varuna sorreggeva il Dharma del cosmo. Il culto di Mitra era diffusissimo nelle aree indo-iraniche e ebbe poi in Persia grandissima espansione, fino ad arrivare in tempi recenti in Occidente: in Asia Minore Mitra veniva chiamato, dal nome della madre, Adoneo e Adon era la suo versione fenicia associata alla fertilità e alla vegetazione. Logico quindi dedurre che Mitra-Adoneo fu la base teologica con cui Amenofi IV costruì un nuovo culto. E' possibile che il motivo di questo cambio fosse dovuto a una grave situazione epidemiologica, in quanto in questo periodo l'Egitto fu colpito dalla prima epidemia di Influenza della storia e i virus di questa malattia vengono diffusi dal calore e dall'umidità. Aton, divinità benefica ma anche portarice di virus e di morte, divenne un contraltare del vitale Amon-Ra e questo aveva conseguenze incredibili a livello politico, in quanto il clero amonita manteneva da secoli il potere virtuale sulla terra egiziana.

(Sopra) Sigillo mitanno del re Saussatar, intorno al 1440 BCE, che mostra il simbolo del Dio Adoneo, versione mediorientale dell'indovedico Mitra. (Sotto) Simile, ma non uguale, il disco alato del Dio Ra: da questi due simboli Akhenaton trasse il suo Aton.


La regina Hatshepsut governò grazie al sostegno di questo clero e così tutti i faraoni successivi. E' evidente che la malattia (dovuta all'Influenza?) del padre di Akhenaton e la delega del governo verso la nubiana Tiye avesse fortemente indebolito il prestigio della famiglia reale. La sua nascita da Gila-Hebu, di stirpe mitanna, evidentemente mise la sovrana Akhenaton in condizioni precarie di autonomia agli occhi della popolazione egizia, orgogliosa delle sue origini, tantopiù che il suo possibile sesso femminile non ne faceva in ambito internazionale una figura potente e carismatica. Di fronte a questi fatti Akhenaton reagì colpendo i sacerdoti di Amon e delegando alla sposa regale Nefertiti/Tadu-Heba, più anziana di lei, il governo del paese. La situazione che si venne a creare fu quindi assolutamente paradossale e degna di una soap-opera, ma la logica conseguenza delle rigide regole dinastiche. Amenofi IV era una ragazza di circa 10-15 anni ed essendo l'unica discendente dalla doppia regalità, era destinata al trono. Pur essendo una donna, prese in moglie secondo le consuetudini la Sposa Reale Nefertiti, alias Tadu-Heba di stirpe reale mitanna, a sua volta Sposa Reale di suo padre, di circa 10-15 anni più vecchia di lei. Non dobbiamo pensare però a una vera coppia lesbica: per quanto l'omosessualità fosse praticata e legalizzata in Egitto, l'unione tra di loro almeno in teoria era solo formale ed entrambe le donne ebbero compagni maschi con cui concepirono i loro figli, ufficialmente discendenti reali. Per l'origine a metà mitanna, per la sua cultura materna indo-ario-vedica e per limitare il potere del clero di Amon in un momento il cui il calore del Sole propagava l'epidemia influenzale, la faraona Akhenaton ideò un culto sincretistico in cui agli attributi del Dio supremo egizio Atum-Amon-Ra sovrappose gli aspetti del Dio vedico Mitra-Adoneo. La nascita del "nuovo" Aton fu una manovra religiosa ma soprattutto politica, che mirava ad unire culturalmente il popolo egizio con quello mitanno. L'opposizione logica dei sacerdoti di Amon, ricchi e potenti, portò ad uno scontro incredibile e mai più avvenuto nella società egiziana. Dopo circa dieci anni di regno Akhenaton fece abbattere le statue di Amon e chiuse i suoi templi, anche se non toccò quelli delle altre divinità come Iside, Osiride, Horus e così via. In sostanza Akhenaton non fu l'inventore (anzi l'inventrice) del monoteismo, che in verità sarebbe venuto svariati secoli dopo.

(Sopra, a sinistra) Il motivo della celebrità nei secoli di Akhenaton fu senza dubbio Aton, il disco solare che adorava. Notare nel bassorilievo Akhenaton con le due figlie e Nefertiti, in atteggiamenti che non possiamo che definire materni. Su tutto domina Aton, il disco solare non più dispensatrice di vita ma anche di morte: in quel periodo storico l'Egitto fu colpito dalla prima Influenza della storia, che veniva propagata attraverso il caldo umido. Il Sole quindi cessò di essere una divinità solo benefica: fu anche questo il motivo forse dell'abbandono del culto di Amon-Ra. (Al centro) Altro bassorilievo che mostra scene di vita familiare. Notare ancora una volta il seno e il ventre di Akhenaton. (A destra) Akhenaton e alle sue spalle Nefertiti e Meritamon porgono offerte ad Aton. Notare le forme delineate e sostanzialmente uguali delle tre donne.

Quindi sono false le tesi che associano Aton al Dio degli ebrei: non solo, ma sono assolutamente false tutte le congetture degli esoteristi, i quali pur essendo completamente a digiuno di nozioni di storia, millantano ad Akhenaton ascendenze ebraiche. Alcuni addirittura la associano alla figura di Mosé, fatto alquanto strano perché la vicenda biblica è palesemente una metafora ed è ambientata in tempi differenti (occorre anche dire che gli Egizi non hanno mai mantenuto in schiavitù gli Ebrei in quanto non si trattava di una popolazione imperialista che praticava la schiavitù, a differenza di Assiri, Greci e Romani). La realtà più logica e razionale è che Akhenaton non fosse troppo interessata al potere materiale e che abbia messo la moglie Nefertiti al posto suo. Akhenaton si ritirò ad Amarna, la capitale paterna ribattezzata Akhetaton ("l'orizzonte di Aton") che trasformò in un immenso santuario. Se la storia ufficiale attribuisce ad Akhenaton sei figli, è probabile che li abbia partoriti personalmente, generandoli come detto da un compagno sconosciuto; un'altra ipotesi vede i figli divisi tra lei e Nefertiti e potrebbe essere questo il segreto di Tutankhamon, il misterioso faraone dimenticato secondo alcuni figlio di Akhenaton ma in realtà geneticamente solo lontanamente imparentato. Tutankhamon potrebbe essere stato il nipote di Nefertiti, a sua volta zia di Akhenaton, non dimentichiamolo. Di sicuro però le figlie di Akhenaton possedevano caratteri fisici inquietanti, come una fortissima dolicocefalia evidente nelle raffigurazioni e nelle statue. Alcune di queste figlie potrebbero aver preso il potere alla morte di Akhenaton, avvenuta secondo recentissimi studi a causa di una sindrome genetica portata in Egitto proprio dalle principesse mitanne. La Sindrome di Marfan causava un accentuamento della dolicocefalia che appare così marcata in queste figlie, oltre ad una serie di sintomi che sembrano clamorosamente trovare conferma nel Busto di Nefertiti. Infatti, questa sindrome degenerativa causa, oltre ad un allungamento del viso, delle dita e degli arti, una fragilità dei tessuti e deformazioni ossee, anche un distacco della retina e una deformazione del cristallino che si riscontra nell'occhio sinistro di Nefertiti ritratta nel famoso busto. Lo stile iperealistico potrebbe spiegare la mancanza di un particolare importante come la pupilla dell'occhio sinistro? La scomparsa della pupilla potrebbe spiegarsi come una conseguenza di questa malattia e lo scultore nel realizzare il suo capolavoro assoluto potrebbe aver riprodotto questo particolare. Un difetto grave che non inficia la bellezza sovrumana della regina.


(Sopra, a sinistra) Nel corso del suo regno il volto di Akhenaton si deformò sempre più, assumendo un aspetto "alieno". Secondo recenti studi questa deformazione potrebbe essere dovuta alla Sindrome degenerativa di Marfan, caratterizzata tra i vari sintomi da una forte dolicocefalia, viso allungato e distacco della retina. Notare come il volto di Nefertiti (al centro) mostri l'occhio sinistro senza pupilla: una degenerazione dovuta alla malattia? Le coincidenze sono molte, forse troppe. (A destra) Nei bassorilievi caratterizzati da scene di divertimento, si vede chiaramente il cranio allungato di Nefertiti e le braccia lunghe con le mani ossute di Akhenaton, vestita in abiti maschili da faraone ma con le solite forme femminili in evidenza. Entrambe potrebbero essere affette dalla sindrome, che è stata trasmessa ai figli. (Sotto, a sinistra) La dolicocefalia appare in tutto il suo clamore in questo affresco che mostra una tenera scena d'amore tra Akhenaton e Nefertiti. (Al centro) Due statuine di Meritaton, primogenita di Akhenaton e per qualche tempo salita pure al trono dopo la morte della madre. Notare la testa allargata lateralmente e la prominenza posteriore della sua parrucca. (A destra) L'altra figlia di Akhenaton divenuta faraone è Neferneferuaton, che assomiglia però in modo impressionante a Nefertiti: potrebbe essere questa la sua vera madre.





E' chiaro quindi che il volto allungato di Akhenaton potrebbe trovare spiegazione in questa sindrome, che peraltro consente di vivere una vita quasi normale non pregiudicando le capacità intellettive né quelle riproduttive. Akhenaton potrebbe aver avuto quindi un congruo numero di figli, come la futura faraona Meritaton. La sindrome di Marfan si sarebbe trasmessa ai figli e nipoti e sarebbe questa anche la causa della morte di Akhenaton, scomparsa improvvisamente intorno al 1336-1334 BCE. Gli egittologi sostengono che sia stata assassinata, gli esoteristi ipotizzano una sua fuga nel Sinai sulle tracce di Mosé. Noi pensiamo ad una morte improvvisa, causata da una rottura dell'aorta tanto probabile nei malati della Sindrome di Marfan. Il potere potrebbe essere passato per poco a un figlio di Akhenaton o di Nefertiti, Smenkara, morto a circa vent'anni di età. Quindi il regno passò nelle mani di Meritaton e poi di Neferneferuaton, secondo alcuni la stessa Nefertiti, secondo altri sua figlia, che regnò per due anni e un mese. Quindi fu la volta del piccolissimo Tutankhamon, la cui storia è conosciuta tramite all'eccezionale ritrovamento della sua tomba. Ma anche lui (o lei, in quanto anche per Tutankhamon potrebbero esseri dubbi sul sesso, dubbi che gli egittologi non aiutano a chiarire avendo sempre occultato il corpo) potrebbe essere stato affetto dalla stessa malattia degenerativa. Da notare come Tutankhamon si chiamasse in origine Tutankhaton e che abbia cambiato il nome nel secondo anno di regno, segno che il culto di Aton, avversato dai sacerdoti e da parte della popolazione, avesse perso di vigore dopo la scomparsa di Akhenaton. Dopo la morte di "Re Tut" il potere andò nelle mani del visir Ay, accusato oggi di essere l'assassino del giovane faraone, e finalmente con il faraone Horemheb si tornò in una linea dinastica completamente egiziana. Horemheb decise di cancellare questo passato recente tanto confuso e contraddittorio, facendo eliminare dagli archivi ufficiali tutti i nomi di questi faraoni egiziano-mitanni. Di Akhenaton si perse memoria, ma rimasero, eloquentissime, le statue. Parimenti avvene per la bellissima Nefertiti, che potrebbe essere sopravvissuta di qualche anno alla faraona-moglie.



(Sopra, a sinistra) Due raffigurazioni di Tutankhamon, discendente non diretto di Akhenaton e restauratore parziale dell'antico culto di Amon. Notare anche nel caso del famoso re morto in giovane età come la statuina d'oro massiccio lo mostri con un seno e fianchi femminili evidentissimi: a tale proposito il suo corpo mummificato non è stato mai mostrato per intero e quindi il dubbio sul suo reale sesso esiste. Anche il bassorilievo smaltato lo mostra con lineamenti molto delicati. (Al centro) Il gran visir Ay prese il potere dopo la morte di Tutankhamon ed è stato accusato dagli egittologi di aver assassinato il faraone, ma le prove in merito a questa teoria non sono convincenti. (A destra) Con Horemheb la linea dinastica tornò tutta egiziana e per nascondere la confusione di questa storia intricatissima il nuovo faraone decise di cancellare i nomi dei predecessori. Qui si vede Horemheb davanti a una gigantesca statua di Amon, restaurato nel suo culto.

Di lei potrebbe oggi essere stata rinvenuta la mummia: nel 1908 l'egittologo Victor Loret scoprì la tomba KV 35 nella Valle dei Re e in essa si trovò il sepolcro di tre mummie. Erano una donna giovane deceduta tra i 16 e i 20 anni, una donna anziana dai capelli rossi e un maschio adolescente. Nel 2003 un'equipe internazionale annunciò di aver identificato nella mummia della donna giovane il cadavere di Nefertiti, un fatto a nostro avviso completamente sbagliato in quanto abbiamo visto come Nefertiti non fosse morta in giovane età, avendo avuto un'età maggiore di Akhenaton ed essendo sopravvissuta per qualche tempo dopo la sua morte. Le analisi del Dna attribuiscono alle mummie della tomba KV 35 una parentela con Tutankhamon, e a nostro avviso è evidente che quelle tre persone parenti di Re Tut potevano esserlo per davvero. Ma in questo è decisamente più probabile che la mummia di Nefertiti sia quella della donna anziana, attribuita stoltamente e senza alcuna storicità a Tiye. Ma se Tiye era una nubiana, com'è possibile che avesse lineamenti indoeuropei? I ritratti mostrano un volto completamente diverso da quello della "Elder Woman", com'è stata ribattezzata la mummia di questa anziana deceduta intorno al sessantesimo anno di età, mentre sovrapponendo il ritratto di Nefertiti del Busto di Berlino e di altre statue, si vede come combaci alla perfezione. I capelli rossicci poi sono un segnale inequivocabile dell'origine indoeuropea-mitanna della regina, su cui si basa tutta la nostra teoria. Vedendo questa mummia, ancora bellissima e piena di grazia, si evince il potere e il fascino che promanava da questa donna straniera, bellissima, il cui destino si intrecciò con quello di Akhenaton. Che rimase del culto monoteistico di Aton? Praticamente nulla, Akhetaton fu abbandonata e persa nelle sabbie del Sahara, i documenti cancellati e dimenticati, le statue di Amenofi IV abbattute. Il Monoteismo ebraico e cristiano sarebbe nato altrove.

Lorena Bianchi




(Sopra, a sinistra) Il volto di Nefertiti è perfettamente sovrapponibile a quello della "Elder Woman" (a lato) rinvenuta agli inizi del XX Secolo nella Valle dei Re nella tomba KV 35. Anche ulteriori statue di Nefertiti (al centro) mostrano lineamenti sovrapponibili a quelli della mummia di una donna di mezza età. (Sotto, a sinistra) La "Elder Woman" fu inizialmente attribuita alla regina Tiye, moglie di Amenofi III e presunta madre di Akhenaton, ma questa era una donna di origine nubiana, non certo un'indoeuropea dai capelli rossi (al centro). La forma della mascella, la fronte e il lungo collo invece sono tipici di Nefertiti. Per questo riteniamo che la mummia della regina di origini mitanne sia proprio quella della "Elder Woman".


sabato 17 dicembre 2011

Il segreto di Marcahuasi

Marcahuasi è un luogo mitico: per alcuni è il centro magnetico e gravitazionale del pianeta e fu abitato, 85 secoli fa, da una prodigiosa civiltà; per altri è solo uno spettacolare altipiano a ben 4000 metri d’altezza, dove ci sono resti di una cultura pre-incaica e gli agenti atmosferici hanno modellato molti massi, rendendoli simili a facce umane e corpi di animali.
Il mio viaggio a Marcahuasi ha avuto inizio da Lima, da dove con una buseta si raggiunge Chosica, città situata a un’ora di distanza dalla capitale del Perú. Mi ha accompagnato il ricercatore peruviano Paul Mazzei.
Da Chosica ci s’imbarca su un autobus diretto a San Pedro de Casta, paesello situato a circa 3200 metri d’altezza, base per le escursioni a Marcahuasi.
Il pueblito di San Pedro de Casta fu fondato negli anni successivi alla conquista del Perù in un luogo già abitato da nativi, che veniva chiamato Orcohuasi (casa en el cerro, casa nella montagna). Le leggende popolari del villaggio narrano di etnie mitiche che vissero nella valle fin dalla notte dei tempi. Secondo questi racconti i primi abitatori dell’altipiano furono i Carashatos, cannibali primitivi che mangiavano carne cruda e basavano la loro vita su strane superstizioni. Quindi vennero gli Huaris, giganti intelligenti che usavano il fuoco e dominavano l’arte di modellare le pietre; infine vennero i Varayoq, popoli pre-incaici che successivamente vennero inglobati nel Tahuantisuyo.
Al nostro arrivo a San Pedro de Casta Paul Mazzei mi ha presentato l’ultra-ottuagenario Manuel Olivares, un simpatico vecchietto che ha lavorato otto anni della sua vita con l’esoterico Daniel Ruzo, uno dei più grandi studiosi di Marcahuasi.
Manuel Olivares è l’uomo al mondo che conosce meglio la meseta sagrada, come viene chiamata, ma non ci ha potuto accompagnare perché gli è purtroppo calata la vista, anche se il fisico gli consentirebbe ancora di camminare fino ai 4000 metri, cosa che faceva solo due anni fa. Comunque ci ha fornito interessanti informazioni sulle zone da visitare e soprattutto sull’ora ideale (per sfruttare l’illuminazione solare), per osservare determinate rocce e interpretarne il giusto significato.
Il giorno dopo siamo partiti verso le 6.30 e in sole due ore di facile camminata, abbiamo raggiunto la meseta di Marcahuasi. Il sole brillava su un cielo azzurro e terso, condizioni ideali per apprezzare le enormi pietre di Marcahuasi e la cittadella pre-incaica, situata non lontano da esse.  
In effetti questa foresta di pietre colpisce molto l’attenzione. Alcune di esse sembrano l’insieme di volti e profili umani (il cosiddetto monumento all’umanità), altre sono antropomorfe (El Rey politico, el profeta), altre ancora sono zoomorfe (el sapo, el leon africano, la llama). Procedendo nella visita si possono osservare delle urne funerarie (o chullpas), e poco più lontano vi sono i sorprendenti resti di una cittadella pre-incaica, chiamata appunto Marcahuasi (in quechua: casa del sovrano, ma gli abitanti di San Pedro de Casta lo traducono: casa nell’altopiano).
Con l’amico Paul Mazzei ci siamo inoltrati nella cittadella in rovine e abbiamo filmato alcune urne funerarie. Si stima che la popolazione dell’altipiano potesse raggiungere le 500-1000 unità, in un epoca compresa tra l’ottavo e il quattordicesimo secolo d.C.
Ma chi erano questi antichi abitatori dell’altopiano? E soprattutto quali sono le teorie che spiegano il sistema di vita di queste remote culture?
Il primo studioso che esplorò Marcahuasi e lo analizzò da un punto di vista scientifico fu il più grande archeologo peruviano, Julio C. Tello. Nel 1923 percorse la meseta di Marcahuasi e, dopo attente analisi delle urne funerarie, delle mummie incontrate e anche della ceramica rinvenuta in situ, stabilì che i costruttori della cittadella pre-incaica dovevano appartenere alla cultura Yunga o a quella Huanca (attive dall’800 d.C. fino alla conquista di Pachacutec, nel 1476 d.C.). Secondo Tello il luogo chiamato la fortaleza (la fortezza), un insieme di enormi massi disposti uno sull’altro, situati molto più lontani del cosiddetto anfiteatro, non era altro che un luogo sacro dove gli Yunga facevano i loro riti sacri e adoravano la loro Divinità, chiamata Wallallo.
Negli anni 50’ del secolo scorso il ricercatore esoterico peruviano Daniel Ruzo (1900-1991), rimase a Marcahuasi per vari anni studiando le rocce e cercando d’interpretare quelle che secondo lui erano enigmatiche statue scolpite da una antichissima cultura megalitica che lui denominò Masma. Bisogna accennare che Daniel Ruzo fu affascinato dall’esoterico peruviano Pedro Astete (1871-1940). Il nome Masma deriva infatti da un sogno di Astete che fu riferito a Ruzo.
Ecco un frammento del libro La Historia fantastica de un descubrimiento, di Daniel Ruzo, pubblicato nel 1973: 
La più imponente delle montagne sacre della Terra, quella dove vi sono le sculture litiche più belle, sta alle porte di Lima, a ottanta chilometri dall’Oceano Pacifico, nelle Ande. Un popolo grandioso, fondatore di una cultura completa, costruì nell’altipiano di Marcahuasi, 85 secoli fa, un complesso sistema per imbrigliare le acque, e poterle utilizzare per l’agricoltura durante i mesi secchi. Convertì la meseta in una fortezza inespugnabile e in un centro religioso con quattro enormi altari. Consegnò i suoi morti ai condor e scolpì centinaia di massi convertendoli in meravigliose opere d’arte che nessuno può negare. Per tutto ciò ci vollero così tante ore di duro lavoro che possiamo concludere che questa civiltà mantenne per secoli un economia fiorente.
Anche il famoso scrittore italiano Peter Kolosimo descrisse Marcahuasi nel suo libro Non è terrestre, dando a intendere che gli artefici delle strane sculture furono degli “Dei venuti dal cielo”, in un periodo remotissimo, di poco successivo al diluvio.
A mio parere solo poche pietre sono state realmente scolpite dall’uomo, mentre la maggioranza sono solo il prodotto dell’erosione del vento e della pioggia durante milioni di anni. Sarebbe però auspicabile che si potessero condurre degli studi più approfonditi sulla cittadella pre-incaica, per far luce sulla cultura Yunga (o la Huanca), che la costruì, circa dodici secoli or sono.
Le intuizioni di Ruzo e di Kolosimo però, anche se non sono supportate dalla prova scientifica delle datazioni, né dal metodo archeologico stratigrafico, devono essere prese in considerazione e rispettate, se non altro perché possono aprire la strada a nuove e importanti ricerche che potrebbero portare a risultati stupefacenti.  
In effetti nella meseta di Marcahuasi non tutto è stato esplorato: nella zona chiamata Infiernillo vi sono dei passaggi sotterranei dove Ruzo aveva tentato d’inoltrarsi, ma aveva dovuto desistere a causa della rarefazione d’ossigeno (ricordiamoci che in alcuni punti della meseta si raggiungono i 4200 metri e Ruzo aveva già 60 anni). Per esplorarli ci vorrebbe un equipaggiamento sofisticato che dovrebbe includere bombole d’ossigeno e tute termiche.
Inoltre, a solo nove chilometri da Marcahuasi c’è uno stranissimo volto scolpito nella roccia di grandi dimensioni. Per certi aspetti ricorda la faccia di Marte che fece scalpore qualche tempo fa. Potrebbe essere solo uno strano gioco di luce, ma in ogni caso sarebbe interessante organizzare un esplorazione nella zona per verificare sul campo se vi siano evidenze archeologiche.
Come si vede Marcahuasi racchiude in sé ancora molti misteri, ai quali solo poche persone, dalla mente aperta e libera possono accedervi. Forse il segreto di Marcahuasi, come quello dell' antica cultura megalitica che dominò il Sud America subito dopo il diluvio, è nascosto in qualche caverna nelle Ande. La nostra civiltà, non troppo interessata agli enigmi del passato, distratta e occupata a consumare le risorse senza preoccuparsi dell’ambiente, ha perso di vista gli antichi insegnamenti dei nostri antenati, ma sono certo che recuperarli potrebbe migliorare la nostra vita sulla Terra sul piano del rispetto reciproco verso gli umani e gli animali e su quello della spiritualità.
YURI LEVERATTO
Copyrights 2009

E' possibile riprodurre l'articolo citando chiaramente l'autore e la fonte www.yurileveratto.com

Per approfondire leggi:

La cronologia esoterica di Daniel Ruzo, il grande studioso dell'altopiano di Marcahuasi, e la data limite del 2137 d.C.

La Porta degli Dei: La Leggenda di Aramu Muru





Una enorme misteriosa struttura simile ad una porta nella regione montana di Hayu Marca nel sud del Perù nei pressi del lago Titicaca, a 35 chilometri dalla città di Puno, è stata a lungo venerata dagli indiani locali come la "Città degli Dei". Anche se non appartenente a nessun complesso urbano, la porta degli dei è parte di una zona conosciuta come Valle degli Spiriti, o Stone Forest , zona colma di strane formazioni rocciose che assomigliano ad animali, esseri, edifici, dinosauri e strutture artificiali. La porta o la "Puerta de Hayu Marca" (Porta degli Dei) è stata, in qualche momento, nel lontano passato, scavata in una parete di roccia naturale andando a creare una struttura megalitica impressionante di rara imponenza.

Gli indiani nativi della regione avevano una leggenda che narrava di "un portale per le terre degli Dei": in tempi lontani i grandi eroi del passato oltrepassavano il cancello degli Dei alla fine della loro vita terrena per andare ad unirsi ai loro Dei, iniziando una nuova gloriosa ed immortale vita al loro fianco.

In rare occasioni quegli uomini tornano per un breve periodo con i loro Dei per "ispezionare tutte le terre del regno" oltre il cancello.

Un'altra leggenda racconta del tempo in cui i conquistadores spagnoli arrivarono in Perù e saccheggiarono l'oro e le pietre preziose dalle tribù Inca. Secondo la leggenda presentata nel libro Segreto delle Ande, un potente sacerdote Inca del Tempio dei Sette Raggi denominato Amaru Meru(Aramu Muru) fuggì, a causa del violento saccheggio spagnolo, dal suo tempio con un sacro Disco d'oro, conosciuto come "la chiave degli dei dei sette raggi", e si nascose tra le montagne del Hayu Marca. Arrivato alla porta che era sorvegliata dagli sciamani, Amaru Meru mostrò loro la chiave degli Dei e, dopo un lungo rituale, questa aprì il Cancello dal quale uscì violentemente una luce vlu molto intensa. Il sacerdote Amaru Meru consegnò il disco d'oro al capo sciamano e quindi passò attraverso il portale. Gli archeologi hanno osservato una piccola depressione nella roccia grande quanto una mano, di forma discoidale dove, forse, un tempo era possibile inserire la Chiave per aprire il Portale. Probabilmente, questo sacerdote volle partire per avvertire gli Dei che i loro regni terrestri erano stati attaccati da forze soverchianti (gli spagnoli) e che occorreva il loro intervento divino per salvare la popolazione inca.

Secondo alcuni individui che hanno disteso le loro mani sulla piccola porta, una sensazione di energia che scorre è stato commentato così come strane esperienze come visioni di stelle, colonne di fuoco e suoni di musica ritmica insolita. Altri hanno detto che hanno percepito tunnel sul lato interno della struttura, anche se nessuno ancora ha trovato una lacuna che potrebbe illustrare l'apertura della porta.Al contrario l'opinione professionale è che non c'è nessuna porta reale, per il telaio e il viale di accesso e il retro della nicchia sono tutti scolpiti nella roccia stessa.

E' interessante notare che la struttura assomiglia innegabilmente alla Porta del Sole a Tiwanaku (Tiahuanaco) e ad altre cinque strutture osservabili in altri siti archeologici della zona, i quali vanno sono posti nel territorio in modo da formare linee rette precise in torno al Lago Titicaca. Gli abitanti del posto vivono molto spesso fenomeni ufologici: l'osservazione di incandescenti sfere blu ed oggetti bianchi brillanti e dai colori dell'arcobaleno sono assai comuni nei pressi del lago. La leggenda di cui sopra si conclude con una profezia che la porta degli Dèi si aprirà divenendo un Portale colossale dal quale le Navi degli dei potranno giungere nuovamente sulla terra per salvare il popolo inca.

Tutte i popoli dell'America del Sud precolombiana erano strettamente legati gli uni con gli altri. Il Sacerdote Amaru Meru, aveva nel suo nome il Futuro nome della sua terra madre: Amaru-ca-ca o Ameru, Ameri-ca, che significa "Terra del Serpente", durante un periodo in cui il serpente era il simbolo universale della saggezza mistica e potere spirituale. La leggenda narra che Nord e Sud America sono stati nominati dopo la venuta di un portatore di cultura storicamente conosciuto come Aramu Muru o Amaru (serpente / saggezza), il "Serpente (master saggezza) Meru", con collegamenti con il mitico Monte Meru , dimora dei Semi Dei.

Aramu Muru è un sacerdote che durante l'invasione spagnola risiedeva nei pressi del lago Tticaca. La sua terra natale però va ricercata oltre lo sconfinato oceano Pacifico, nella terra che le civiltà precolombiane chiamavano Mu. Egli venne in America del Sud dopo la distruzione di Mu (Lemuria) e la Old Red Land (Atlantis). Egli portò con se potenti oggetti che servirono a lui per poter insegnare tecniche superiori alle popolazioni indigene precolombiane ed a riunificarle sotto un unica grande cultura. La costruzione di colossali strutture megalitiche, erette in onore di Dei ultraterreni è stata effettuata su tutto il territorio ed è la prova che questo sacerdote fu un ottimo discepolo portatore della parola degli Dei e dalla loro tecnologia.Il Disco Solare, la chiave del Cancello degli Dei, è oggi custodito all'interno del Tempio dell'Illuminazione all'interno del lago Titicaca. Lo spirito di Aramu Muru lo protegge, come protegge le sue terre, in attesa di tornare insieme agli Dei.


Dal 1992, quando il Pachacuti o "la trasformazione del Mondo" profetizzata anticamente dagli Inca ha avuto inizio, Aramu Muru e il Tempio di Illuminazione hanno reso nota la loro presenza. Il disco solare ha iniziato una potente emanazione di flussi di luce spirituale che finirà per unire le Americhe.

lunedì 31 ottobre 2011

L'uomo Falena

(Estratto da WIKIPEDIA)




Uomo falena o Mothman, dall'inglese, è il nome con cui viene chiamata una misteriosa creatura che sarebbe stata ripetutamente avvistata nella Virginia OccidentaleCharlestonPoint Pleasant e nella regione dell'Ohio fra il novembre 1966 e il dicembre 1967. I testimoni hanno descritto l'entità come un essere delle dimensioni di un uomo, con le ali e grandi occhi rossi rifrangenti o luminosi, è dotato inoltre di una velocità innaturale.

Il primo avvistamento della creatura sarebbe avvenuto il 12 novembre 1966. Un gruppo di cinque uomini che stava preparando una tomba in un cimitero vicino a Clendenin vide "una figura umana di colore marrone e dotata di ali" sollevarsi in aria dagli alberi vicini. Questo avvistamento non venne riportato subito, ma solo alcuni giorni dopo, successivamente ad altre segnalazioni.
L'avvistamento successivo, relativo al 15 novembre, coinvolse due coppie sposate di Point Pleasant, Roger e Linda Scarberry e Steve e Mary Mallette. Secondo il racconto di una di loro (Linda Scarberry, l'unica che ne volle parlare), stavano passando in automobile nei pressi di una fabbrica di TNT, in disuso dalla Seconda guerra mondiale, quando videro due strane luci rosse all'ombra di un vecchio generatore accanto al cancello. Avvicinatisi, realizzarono che le luci erano gli occhi luccicanti di un grosso animale "dalla forma di un uomo, ma più grosso, fra i sei e mezzo e sette di piedi di altezza (circa due metri ), con grandi ali ripiegate sulla schiena". Terrorizzati, fuggirono verso la città, seguiti per un certo tratto dalla creatura in volo (che, stranamente, non sembrava sbattere affatto le ali). Giunti a Mason County, raccontarono l'accaduto al vicesceriffo Millard Halstead, che in seguito ebbe a dichiarare:
« Conosco questi ragazzi da quando erano nati. Non si sono mai messi nei guai e quella notte erano davvero spaventati. Li ho presi sul serio. »
Fu un cronista della stampa locale che, riportando l'episodio, battezzò la misteriosa creatura "Mothman", per analogia con Batman (di cui all'epoca stava andando in onda negli Stati Uniti la serie televisiva).
Nei giorni e nei mesi successivi l'uomo falena sarebbe apparso a molti altri abitanti della zona, e in genere sempre nei pressi della fabbrica. Le descrizioni dell'aspetto della creatura erano tutte sostanzialmente simili.
A Point Pleasant si trova una scultura che rappresenta la creatura (opera di Robert Roach) e un museo dedicato (il Mothman Museum).


Descrizione in base alle testimonianze rilasciate [3]:
  • Altezza: circa 2 metri.
  • Occhi: dotati di luminosità propria, rosso-vivi, distanziati tra loro, di un diametro approssimativo di 5–8 cm.
  • Gambe: di tipo umano; l'essere fu visto in posture erette, mentre la deambulazione avvenne con passo strascicato.
  • Ali: di aspetto simile a quelle di un pipistrello, vennero viste ripiegate contro il dorso quando non utilizzate e sembrarono vantare un'apertura di circa 3 metri quando adoperate in volo. Venne riferito da più testimoni come il volo avvenisse mantenendole rigide, senza cioè che venissero battute.
  • Velocità: avrebbe seguito, senza alcun problema, l'andatura di automobili che si muovevano a 120-160 km/h.
  • Verso: alcuni testimoni affermarono che la creatura sembrò emettere in volo dei ronzii metallici.

Avvistamenti [modifica]

Ecco i principali avvistamenti, accreditati da rilevamenti effettuati sui luoghi interessati:[1]
  • 1 settembre 1966 - Scott Missouri - Diverse persone adulte osservano un oggetto a forma d'uomo che manovra a bassa quota
  • 1 novembre 1966 - Camp Conley Road - Una Guardia Nazionale osserva una grande figura umana bruna posta su un ramo d'albero
  • 12 novembre 1966 - Cimitero di Clendenin - Cinque maschi adulti osservano un oggetto volante bruno a forma d'uomo
  • 15 novembre 1966 - Area TNT vecchia centrale elettrica Point Pleasant - Due coppie di Sposi avvistano un essere grigiastro dotato di 2 occhi rossi luminosi
  • 16 novembre 1966 - Area TNT presso Igloo - Tre adulti, osservano un essere grigio, alto e dotato di 2 occhi rossi luminosi
  • 17 novembre 1966 - Statale 7 Cheschire Ohio - Un ragazzo osserva un essere grigio di forma umana dotato di occhi rossi luminosi e con una apertura alare di 3 metri
  • 18 novembre 1966 - Area TNT - Due Pompieri osservano un essere molto alto e gigantesco dotato di occhi rossi luminosi
  • 20 novembre 1966 - Campbells Creek - Sei adolescenti avvistano un essere grigio, alto dotato di occhi rossi luminosi
  • 24 novembre 1966 - Point Pleasant - Due adulti e due bambini, notano un essere gigantesco che vola dotato di occhi rossi luminosi
  • 25 novembre 1966 - Autostrada nei pressi di AREA TNT - un uomo in macchina incontra un essere alto, grigio con occhi rossi luminosi che l'insegue
  • 26 novembre 1966 - Lowell Ohio - Due adulti e due bambini osservano 4 uccelli giganteschi di colore bruno alti 1,5 metri con un'apertura alare di 3 metri
  • 27 novembre 1966 - Statale Albans - Una casalinga osserva un essere grigio con occhi rossi luminosi più alto di un uomo, fermo sul prato
  • 27 novembre 1966 - Manson - Una ragazza avvista un essere alto e grigio a forma d'uomo con 3 metri di apertura alare con occhi rossi luminosi. Insegue l'auto
  • 27 novembre 1966 - Statale Albans - Due ragazze osservano alcuni esseri grigi alti 2,10 metri che le inseguono a piedi
  • 4 dicembre 1966 - Aeroporto di Gallipolis Ohio - Cinque piloti osservano un uccello gigantesco dal collo lungo per un primo tempo scambiato per un aereo che poi si avvicina a loro ad una velocità di 110 km/h costante senza sbattere ali
  • 6 dicembre 1966 - Maysville Kentucky - Un postino osserva un essere gigantesco simile ad un uccello in volo
  • 6 dicembre 1966 - Area TNT - Due adulti osservano una figura grigia dagli occhi rossi e luminosi che li assale
  • 7 dicembre 1966 - Statale 33 Ohio - Quattro donne osservano un essere volante la cui forma ricorda un uomo, di colore bruno-argenteo e dagli occhi rossi luminosi
  • 8 dicembre 1966 - Statale 35 - Due donne osservano su di una collina una figura indistinta che ha occhi rossi luminosi
  • 11 dicembre 1966 - Area TNT - Un ragazzo e un uomo, osservano una figura dall'aspetto umano di colore grigio in volo a grande velocità
  • 11 dicembre 1966 - Statale 35 - Una donna osserva un enorme essere grigio con occhi rossi luminosi che sorvola la sua auto
  • 11 gennaio 1967 - Point Pleasant - Una casalinga osserva un essere alato delle dimensioni di un piccolo aereo che vola a bassa quota
  • 12 marzo 1967 - Letert Falls Ohio - Una donna osserva un grande essere volante dal pelo bianco dalla lunga apertura alare (3 metri) che passa davanti alla sua auto
  • 19 maggio 1967 - Area TNT - Una donna osserva un essere volante dagli occhi rossi luminosi che si avvicina ad un oggetto rosso librato in aria e scompare
  • 2 novembre 1967 - Area TNT - Una donna osserva una figura grigia gigantesca simile ad un uomo che sorvola un campo sfiorando il suolo
  • 7 novembre 1967 - Chief Cornstalk Park - Quattro uomini mentre erano a caccia, osservano una figura gigantesca con gli occhi rossi luminosi. Uno di loro dirà che non ebbe la forza di sparare all'essere perché in preda al terrore.