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mercoledì 12 ottobre 2011

Antilia, o Antillia

Antilia, o Antillia, è un'isola leggendaria localizzata nell'Oceano Atlantico occidentale. Questa mitica isola è conosciuta anche come Isola delle Sette Città e Isola di San Brendano. Fu identificata anche con le Isole dei Beati e le Isole Fortunate.

Nelle mappe del Quattrocento veniva spesso rappresentata nei pressi delle Azzorre. Di forma pressoché quadrangolare, appare per la prima volta nel 1424 in una carta nautica di Pizzigano e poi nel 1435 nella carta di Battista Becario. L'origine del nome non è chiara. Il nome "Antilia" sembra significare anti isola, ossia isola opposta, forse opposta al Portogallo oppure isola posta simmetricamente al di là delle Colonne d'Ercole. La parola in qualche modo può richiamare Atlantide e non è escluso che i due miti si siano parzialmente sovrapposti, o che Antilia sia una versione ridotta di Atlantide.[senza fonte] La più antica etimologia la ricollega direttamente ad Atlantide (1455). Scrittori posteriori hanno suggerito una derivazione dal latino anterior perché precede Zipangu o dall'arabo 'Jezirat al Tennyn ("Isola del Drago"). Nella Vita di Sertorio (capitolo Plutarco scrive che il comandante romano Sertorio, dopo una campagna in Mauretania (Marocco), incontrò dei marinai che affermavano di essere tornati dalle Isole dei Beati. Descrissero due isole distanti dall'Africa circa 10.000 stadi (circa 2000 km) con un clima tropicale e una vegetazione lussureggiante.
Ricerche
Nel corso dei secoli Antilia è stata oggetto di numerose ricerche, sia immaginarie (e fortunate) che reali (e andate a male). Nel 1447 vi sarebbe arrivato un vascello portoghese, trovandovi una popolazione che parlava la stessa lingua. Meno fortunate furono le spedizioni reali, dei due Fernão, Telles e Dulmo, che nel 1475 e nel 1486 cercarono invano l'isola favolosa.
Nel Cinquecento esploratori come Álvar Núñez Cabeza de Vaca e Francisco Vásquez de Coronado continuarono a cercare le Sette Città di Cibola, ma nel sud-ovest del Nord America. Alcuni, il primo dei quali fu Pietro Martire d'Anghiera nel 1493, credono che Antilia rappresenti una precedente scoperta delle Indie Occidentali (probabilmente Porto Rico o Trinidad). Di conseguenza le isole caraibiche presero il nome di Antille. La forma dell'isola sul mappamondo di Behaim è simile a quella di Trinidad. Una teoria meno popolare identifica Antilia con São Miguel nelle Azzorre, dove sette villaggi attorno a laghi gemelli sono note come Sete Cidades. Il progressivo studio dell'Atlantico fece perdere d'importanza Antilia fino a scomparire dalle mappe dopo il 1587.
Teorie attuali
Nel controverso libro L'Isola delle Sette Città dell'architetto canadese e archeologo dilettante Paul Chiasson affermò che l'Isola delle Sette Città era in realtà l'Isola del Capo Bretone, dove a Cape Dauphin dei marinai cinesi si stabilirono dopo aver circumnavigato l'Africa e risalito l'Atlantico. Alcuni di questi marinai potevano essere cristiani nestoriani. Questa ipotesi si basa su un presunto sito archeologico, identificati come un tagliafuoco del Novecento e una strada costruita negli anni 1980, oltre a presunte somiglianze tra la cultura nativa Mikmaq e quella cinese. Le sue dichiarazioni sono state sistematicamente respinte da un gruppo di cinque archeologi professionisti della Nova Scotia che visitarono il sito nell'estate del 2006. Alcuni pensano che Antilia sia stata chiamata anche Mayda o Asmaida. Questa storia è narrata in Orizzonti Invisibili di Vincent H. Gaddis.

mercoledì 24 agosto 2011

Atlantide: Platone, I Dialoghi Timeo e Crizia



tempio
Il Timeo, scritto intorno al 360 a.C. da Platone, è il dialogo platonico che maggiormente ha influito sulla filosofia e sulla scienza posteriori. In esso vengono approfonditi essenzialmente tre problemi: quello cosmologico dell’origine dell’universo, quello fisico della sua struttura materiale, ed infine quello, anche escatologico, della natura umana. Ai tre argomenti corrispondono altrettante parti in cui è possibile suddividere l’opera, alle quali va aggiunto il prologo.
Platone presenta questo dialogo come tenuto il giorno dopo di quello de La Repubblica. Alla conversazione partecipano Socrate, il pitagorico Timeo di Locri, Ermocrate e Crizia; Socrate esprime il desiderio che la città ideale che si era teorizzata il giorno precedente venga ora presentata in azione, come vivente. Allora Crizia inizia il suo racconto, appreso da suo nonno, dell’antica Atene di 9000 anni prima, che nella sua magnificenza era riuscita ad opporsi all’espansionismo di Atlantide. In seguito si stabilisce su cosa verterà il dialogo di quel giorno, delineando i temi fondamentali di questo scritto.
A 2500 anni dalla stesura del Timeo, la ricerca di Atlantide non si è ancora spenta. Atlantide si sarebbe trovata nell’oceano Atlantico centro-settentrionale, al di fuori delle Colonne d’Ercole (quindi tra l’Europa e l’America) e sarebbe stata sommersa da un cataclisma almeno 9000 anni prima di Cristo, forse per la caduta di un asteroide nell’oceano. I miti tradizionali su Atlantide la definiscono una avanzatissima civiltà antidiluviana, la favolosa civiltà delle “Sette isole del Mare di Occidente”, retta da una “Schiatta Divina” nella “Età dell’Oro”, e sarebbe riferibile ad una colonia extraterrestre, gli antenati dell’odierna umanità, successivamente imbarbaritisi e dispersi da catastrofi naturali a carattere planetario.
Non solo Platone o gli egiziani si riferivano ad Atlantide; gli Aztechi dicevano di provenire da Aztlan, un luogo posto ad oriente, nell’Oceano Atlantico; gli Olmechi parlavano di Atlaintika, i Vichinghi di Atli, i Celti di Avalon (sostituite la v con la t), i Fenici e i Cartaginesi, di Antilla; i Berberi di Atarantes e gli Irlandesi di Atalland. Nel testo epico Bhagavata Purana, in cui si narra della lotta del re Salva contro il dio Krishna. Salva si era procurato un Vimana, grazie all’aiuto di un certo Maya Danava, qualificato come “abitante di un sistema planetario chiamato Talatala”.
discoNelle leggende del nord Europa vi è un riferimento alle quattro isole a Nord del mondo, da cui provennero i Tùatha Dé Danaan.
Dhyani Ywahoo, una Cherokee della ventisettesima generazione, che condivide la saggezza ancestrale tramandatale dai suoi avi, racconta che, molto tempo addietro, esseri provenienti dalle Pleiadi giunsero nelle cinque isole di Atlantide e vi si insediarono.
Nell’ultimo periodo di Atlantide gli abitanti abusarono dei loro poteri e divennero corrotti. A causa di tali cattive azioni l’isola sprofondò e gli antenati dei Cherokee orientarono la prua ad occidente, verso il continente americano. Nella mitologia greca, le Pleiadi erano le sette figlie di Atlante.
Deve essere menzionata, anche se la storia non è verificabile, la “Storia delle Sette Isole del Mar d’Occidente” degli Eleusini Madre, una tradizione esoterica arcaico erudita, che secondo gli Eleusini, gli antichi progenitori di Atlantide sarebbero provenienti da un pianeta del sistema stellare Tau Ceti, il cui nome è Phikkesh Tau, che verso il  centosedicesimo millennio a.C., avrebbero scoperto il volo spaziale ed iniziato l’esplorazione del Cosmo, ed intorno al 92.000 a.C. una spedizione di Phikkesh Tau penetra nel sistema solare e ne colonizza alcuni pianeti, tra cui la Terra. Manipolando geneticamente una scimmia e attraverso una fusione del suo DNA con quello extraterrestre, i coloni crearono l’homo sapiens che avrebbe popolato in seguito l’intero pianeta.
Tutte fantasie? Probabile. Ma, a prescindere dai testi esoterici, la possibilità che Atlantide sia veramente esistita è sempre più verosimile e l’umanità dovrebbe riappropriarsi di quella fetta scomparsa e dimenticata del suo passato.
Ora analizziamo il mito con un ottica più calzante
Il mito di Atlantide narrato nei Dialoghi (Timeo e Crizia) di Platone ci racconta non solo dell’Isola che posta oltre le “Colonne d’Ercole” (l’attuale stretto di Gibilterra) ma sostenie che gli atlantidei governarono o meglio erano conosciti e si spinsero per tutto il Mediterraneo estendendo i domini fino all’Egitto e alla Grecia, non solo ma viene offerto sempre da Platoneo uno spunto interessante anche nella descrizione topografica della citta’ capitale.
“La citta’ era divisa in dieci zone divise tra i figli di Poseidone, cinque coppie di gemelli maschi sui quali dominava Atlante il primogenito.”
E la sua struttura era basata sul cerchio. Anelli circolari di acqua e terra si alternavano per tre circonferenze ciascuna, e le terre erano protette da alti muri di metallo e collegate con dei ponti mentre un lungo canale congiungeva il porto con il mare aperto consentendo l’ingresso alle navi.
un disco di terra con una triplice cinta, una immagine questa piena di significati simbolici e filosofico-esoterici.
La triplice cinta in forma circolare (di solito ha una forma quadrangolare) rappresenta il punto di partenza della dottrina e il suo centro, un punto messo ben in evidenza, rappresenta la sorgente della dottrina stessa.
Questa immagine richiama alla memoria i labirinti antichi e i graffiti celtici dell’eta’ del bronzo ed e’ immediatamente ricollegabile alla immagine della ruota del sole, o dei dischi solari che fin dall’antichita’ determinavano mediante la loro ciclicita’ lo scorrere della vita sociale, agricola e spirituale.
Non si ha idea se le iscrizioni di Solone, o delle pietre Messicane che parlano di una isola nell’Atlantico su cui viveva una civilta’ avanzatissima e poi scomparsa siano il frutto di visoni, racconti orali o fatti realmente accaduti, solo rimane il fascino intatto di una storia leggendaria che ancora una volta ci mette in relazione con una immagine: il cerchio.
E ancora una volta il mandala prende forma interpretando nel mito l’immagine principe dell’immaginario collettivo dell’umanita’, il ricordo atavico di una civilta’ dell’oro e della perfezione.
atlantide41
Elab-g.m.s. umsoi.org

lunedì 23 maggio 2011

L'isola di Atlantide? Esiste, è la Sardegna

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L'isola di Atlantide? Esiste, è la Sardegna
Sono secoli che studiosi, filosofi, scienziati e letterati tentano inutilmente di ricollocare il mitico continente di Atlantide nella geografia interpretando ora Platone ora tutte le leggende mediterranee che ne hanno fatto il proprio fulcro, e sono secoli che ogni tentativo viene frustrato da mancanza di prove concrete, ma anche solo di indizi, testimonianze, idee. Sembra che oggi si sia sul punto di arrivare a uno stravolgimento delle convinzioni tradizionali e che una nuova luce possa essere gettata sulla madre di tutti i miti e sulla nostra stessa genesi come popolo italico. In questa, che è soprattutto un'operazione culturale, giocano un ruolo da protagoniste l'archeologia e la geologia (oltre alla rivisitazione storica e filologica) in un recupero del metodo scientifico come approccio risolutivo anche per le questioni apparentemente solo umanistiche o sociali.
Di volta in volta l'isola di Santorini, le isole britanniche, le Azzorre e le Canarie (e recentemente anche l'arcipelago nipponico o le coste turche) sono stati i luoghi maggiormente indiziati come gli ultimi retaggi del contineente perduto narrato da Platone nel Crizia e nel Timeo. Protetta da mura circolari di metallo e dotata di grande disponibilità di beni naturali, beneficiata da raccolti tre volte all'anno e da minerali preziosi del sottosuolo, Atlantide era una terra promessa situata al di là delle Colonne d'Ercole.
Già, ma dov'erano quelle mitiche colonne 2000 anni fa? Oggi tutti le collocano a Gibilterra, ma le analisi dei testi precedenti la nuova geografia di Eratostene (il primo a destinarle fra Spagna e Marocco) dimostrano che c'era molta confusione su dove piazzare i limiti del mondo quando la geografia non la facevano ancora i greci, ma i fenici e i cartaginesi, eredi di quegli antichi popoli del mare di cui si erano perdute le tracce dopo un avvenimento catastrofico (Atlantide non si è a un certo punto clamorosamente inabissata?).
La geologia dei fondali del Mediterraneo a questo proposito parla tanto chiaro che anche un non geologo, ma giornalista e archeologo come Sergio Frau (commentatore di Repubblica e novello scrittore di Le colonne d'Ercole, un'inchiesta, pubblicato da NUR-Neon di Roma) ha potuto notare che c'è una sola zona che poteva fungere da confine del mondo conosciuto prima che i commerci si spingessero più a Occidente, la sola che possedesse quei fondali insidiosi, e soprattutto limacciosi e costellati di secche, che gli antichi indicavano come Colonne d'Ercole, il Canale di Sicilia. Lo stretto di Gibilterra ha fondali profondi più di 300 metri e non c'è mai stato fango laggiù, come potevano sbagliarsi i tanti che avevano chiaramente descritto il canale di mare fra Sicilia e Tunisia?


E se le Colonne d'Ercole erano davvero a largo della Sicilia quando Platone scriveva, perché Atlantide avrebbe dovuto essere alle Canarie o, tantomeno, a Sanotrini? I geologi avevano già escluso da tempo l'isola cicladica per via delle prove paleomagnetiche: i manufatti in terracotta dell'antica Thira (Akrothiri) si comportano come argille naturali in cui i granuli magnetici normalmente presenti si riorientano parallelamente al campo magnetico terrestre se riscaldati al di sopra di una certa temperatura (come quella dei forni in cui venivano cotti o di incendi). Confrontando quei dati con quelli provenienti dell'eruzione spaventosa di Santorini (XVI secolo prima di Cristo) si è escluso che la distruzione della civiltà minoica potesse essere contemporanea ai maremoti conseguenti a quella catastrofe, dunque, che Atlantide potesse coincidere con la Creta dei palazzi di Cnosso.
Ma al di là di quelle Colonne ora ricollocate c'è un'isola che ha un clima straordinario (capace di dare più raccolti in un anno), che è ricchissima di metalli e che è stata abitata per lungo tempo da un popolo che costruiva torri (i nuraghes dei Tirreni) e che forse è fortemente imparentato con gli Etruschi e con i Fenici e i Cartaginesi. Un'isola che poteva costituire un forziere naturale molto più vicino della lontana Spagna cui, chissà perché, dovevano preferire arrivare i naviganti del Libano e della Libya. Un'isola da tenere tanto segreta da farla quasi sparire dalle rotte, una specie di riserva naturale da oscurare nella notte del mito, un'idea di terra promessa che avrebbe potuto chiamarsi Atlantide. Quell'isola si chiama Sardegna e numerosi riscontri archeologici mostrano come sia stata repentinamente abbandonata attorno al 1178-1175. I nuraghes della costa sarda meridionale e occidentale, quelli a quote basse, sono tutti distrutti, capitozzati, con le grandi pietre gettate a terra, mentre quelli contemporanei della Sardegna settentrionale sono ancora oggi in piedi: sono possibili terremoti o maremoti in un'isola da sempre ritenuta tranquilla da un punto di vista tettonico?
La geologia potrebbe tentare di dare una risposta decisiva attraverso sondaggi opportunamente collocati nella valle del Campidano, vicini ai nuraghes ricoperti da una melma fangosa che ha tutta l'aria di essere un residuo di un'inodazione, o, addirittura, di un maremoto. In tutto il mondo le rocce di maremoto (tsunamiti) permettono di riconoscere le catastrofi del passato: l'ipotesi dell'asteroide che avrebbe causato la scomparsa dei dinosauri riposa in parte su prove come queste. Ma se tutto trovasse ulteriori conferme molte idee andrebbero cambiate: la storia e l'archeologia dell'intero Mediterraneo rischiano di essere stravolte in una nuova visione del mondo antico la cui origine sarebbe più vicina di quanto pensassimo.


Mario Tozzi (da La Stampa, TuttoScienze del 17/07/2002)