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venerdì 16 febbraio 2018

Il faraone eretico Akhenaton, Mosè e la ‘vera storia’ dell’esodo biblico

Esiste un particolare momento della mitologia ebraica, noto come “esodo”, che, secondo la versione biblica, farebbe riferimento alla fuga delle popolazioni ebraiche dall’Egitto dei faraoni, alla ricerca, sotto la guida di Mosè, della “terra promessa”, ad essi garantita in virtù di un “patto” stipulato con il loro dio.

Si tratta di una storia puramente ipotetica, mancando in parte di oggettivi riscontri storicamente documentati, ma comunque decisamente verosimile – ed in ogni caso più verosimile della maggior parte dei racconti biblici ed evangelici, ai quali una quantità enorme di individui presta fede, pur in totale assenza di qualsiasi verifica storica, quando non addirittura in aperta contraddizione con la storia stessa.

Per motivi di spazio ci limiteremo ad enunciare alcuni fatti fondamentali.

Intorno al 1300 a.C. Akhenaton, passato alla storia come “il faraone ribelle o eretico”, contrappone un culto monoteista a quello politeista in vigore in tutto l’Egitto, forse continuando l’opera intrapresa da suo padre Amenophis III e fonda una nuova capitale ad Amarna, a circa 200 km a sud del Cairo. Il popolo resta però in maggioranza fedele agli antichi dei. Seguaci di Akhenaton e del nuovo ed unico dio Aton, saranno solo una esigua minoranza della popolazione egizia, alcune razze tipicamente africane e la quasi totalità degli hyksos, i discendenti delle tribù semite che intorno al XVII secolo a.C. avevano invaso il nord dell’Egitto dominandolo per due dinastie, prima di essere definitivamente sottomessi.
Dopo circa diciassette anni di governo, tuttavia, Akhenaton scompare nel nulla e la restaurazione politeista si accanisce contro di lui, con una accurata damnatio memoriae: quasi tutti i segni visibili del suo passaggio – iscrizioni, sculture, documenti – vengono così distrutti e la stessa città di Amarna rasa al suolo.

Secondo recenti ipotesi, un’insurrezione della popolazione, guidata dal clero tebano, costrinse il faraone eretico ad abbandonare l’Egitto, per stabilirsi presumibilmente in Palestina con tutti i suoi seguaci; a conferma di ciò esiste una lettera nella quale il governatore di Gerusalemme fa esplicito riferimento al divieto di abbandonare le terre dell’esilio.

L’identificazione del faraone ribelle ed esiliato Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Lo stesso nome di Mosè sembra di origine egiziana ed il mito della sua infanzia – salvato dalle acque ed educato alla corte dei faraoni, in perfetta analogia col precedente mito del sumero Sargon – appare come il tentativo di mascherare una realtà che “non deve” essere divulgata.

Facciamo ora un salto in avanti di più di tremila anni: Egitto 1923, apertura ufficiale della tomba di Tutankhamen. Contravvenendo – come del resto era la regola a quei tempi – alla più elementari regole deontologiche, gli scopritori del sito archeologico, Lord Carnarvon e Howard Carter, avevano, circa tre mesi prima dell’apertura ufficiale, già violato in segreto la tomba, trafugando una moltitudine di oggetti preziosi e suppellettili che avrebbero arricchito il mercato clandestino delle antichità egizie, nonché, supponiamo, i loro personali patrimoni.

Ad un primo sommario inventario, tra gli oggetti “ufficialmente” ritrovati nella tomba sono presenti anche alcuni papiri; di essi si fa cenno nella corrispondenza privata dei due, in lettere inviate ad amici e colleghi; ma poco tempo dopo i suddetti papiri risultano inesistenti, cancellati dai successivi inventari. Interrogato in proposito, Carter dichiarerà trattarsi di un clamoroso errore: alcuni rotoli di lino presenti nella tomba erano stati sprovvedutamente scambiati per papiri.

Tale versione appare poco credibile, trattandosi di egittologi esperti – Carter, in particolare, ha alle spalle una lunghissima carriera – ma nessuno solleva obiezioni. Accade però che in un secondo momento, a seguito di vicende che non ci dilunghiamo a narrare, le autorità egiziane prospettino la possibilità di togliere a Carter la concessione per continuare gli scavi.

Questi allora si reca al consolato britannico e minaccia, nel caso in cui non gli fosse stata rinnovata la concessione, di svelare al mondo intero il contenuto dei papiri… fornendo, cioè, il vero resoconto dell’esodo degli ebrei dall’Egitto. Tale episodio è riportato da Lee Keedick (memorie, 1924 circa) con tale dovizia di particolari, da far ritenere improbabile che si tratti di una circostanza inventata, né risulterebbe intelligibile il motivo di una eventuale fantasiosa invenzione.

E’ pertanto perfettamente lecito, date tali premesse, supporre che la divulgazione del contenuto dei papiri avrebbe ottenuto effetti indesiderati a livello politico; ed è altrettanto lecito ipotizzare che i papiri narrassero la storia di Akhenaton e dell’esodo suo e dei suoi seguaci verso la Palestina.

Ricordando che era solo di pochi anni prima, la famigerata ‘Dichiarazione Balfour’ (ovvero il primo riconoscimento ufficiale delle aspirazioni sioniste in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano, costituito da una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rotschild – principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista – con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un focolare ebraico in Palestina), si comprende come un documento che nella sostanza minava alla base i miti fondatori del movimento sionista – in particolare relativamente ad una presunta omogeneità razziale ed alla volontà di far ritorno alle terre dei propri presunti avi – avrebbe avuto nell’opinione pubblica mondiale un impatto dirompente, delegittimando definitivamente il movimento sionista stesso, che aveva già intrapreso a tappe forzate e con tutti i mezzi disponibili, non escluso il terrorismo, la colonizzazione della Palestina.

La divulgazione di tale materiale avrebbe, inoltre, fornito argomentazioni irrefutabili agli arabi, che in quegli anni manifestavano a Gerusalemme e altrove, contro l’appoggio britannico alla creazione di uno stato ebraico in Palestina.

Per inciso, vogliamo qui puntualizzare che, quand’anche fosse provata la omogeneità razziale delle popolazioni di religione ebraica (pur sembrandoci inverosimile far discendere dal medesimo ceppo razziale un askenazita ed un falashà) o fosse provata la presenza dominante in Palestina, tre millenni fa, dei progenitori degli attuali ebrei, questo non sarebbe sufficiente a rivendicare alcunché. Inoltre, ci hanno sempre ripetuto che uno stato fondato sulla razza costituisce il Male Assoluto… ma forse l’entità sionista fa eccezione a tale regola generale.

Esistono, inoltre, altre notizie interessanti a completare il quadro: lady Almina, moglie di Lord Carnarvon, era la figlia di Alfred de Rothschild, finanziere e parente stretto di Edmond de Rothschild, il banchiere ebreo promotore del primo congresso sionista a Basilea del 1897. E’ presumibile, quindi, che questi sia stato tempestivamente informato del contenuto dei papiri ed abbia effettuato le opportune contromosse per impedirne la divulgazione.

Nei dieci anni successivi alla scoperta della tomba di Tutankhamen, infatti, circa una quindicina di personaggi che avevano avuto qualche ruolo nei lavori di scavo e nella documentazione dei materiali rinvenuti, o semplicemente di questi erano amici o parenti, perirono in circostanze a dir poco misteriose: improbabili suicidi, strane malattie dai sintomi inspiegabili, anomali arresti cardiaci ecc.

Inoltre, la stampa dell’epoca accolse, amplificandola a dovere, la leggenda passata alla storia come “la maledizione del faraone”, e nessuno avanzò l’ipotesi che potesse semplicemente trattarsi di testimoni pericolosi, scomodi, cui doveva essere drasticamente impedito di raccontare ciò che forse sapevano.

Del resto, la pratica degli “omicidi mirati” per l’eliminazione di chiunque ostacoli l’entità sionista, non era ancora nota a tutti o da quasi tutti passivamente accettata.

Per chi fosse desideroso di approfondire l’argomento trattato consigliamo: Andrew Collins, Chris Ogilvie-Herald “La cospirazione di Tutankhamen”, Newton Compton Editori; Marco Pizzuti “Scoperte archeologiche non autorizzate”, Edizioni Il Punto d’Incontro; il sito “Altra Informazione” a cura di Marco Pizzuti; la ricca bibliografia reperibile nelle opere citate.

FONTE:

Rivisto da www.fisicaquantistica.it

Fonte: http://www.infopal.it/mose-ed-akhenaton-forse-due-storie-in-una/

martedì 26 dicembre 2017

Chi è veramente Dio ?

Riportiamo alcune ricerche sul web dove viene discussa la figura di Dio:
CHI è IL DIO DELL'ANTICO TESTAMENTO?



IN UN INTERVISTA DI MAURO BIGLINO APPROFONDIAMO LA BIBBIA SENZA "VELI"!!!




Intervista a Mauro Biglino - Confronto a distanza con Rav Di Segni VIDEO SI PARLA DI BIBBIA










domenica 14 maggio 2017

"Antico e Nuovo Testamento: libri senza Dio"

Mauro Biglino

Biglino ha collaborato come traduttore di ebraico biblico ad un progetto editoriale delle Edizioni San Paolo curato da Piergiorgio Beretta eseguendo la traduzione interlineare[1] di diciassette libri del testo masoretico della Bibbia ovvero i 12 Profeti minori e le 5 Meghilot traduzioni raccolte nei due volumi I profeti minori e I cinque Meghillôt. Mauro Biglino è noto per lo più come autore di libri sulla Bibbia inseribili nel filone della paleoastronautica, è inoltre coautore di fumetti basati sui suoi libri.


Conferenza Mauro Biglino: "Antico e Nuovo Testamento: libri senza Dio"


venerdì 15 giugno 2012

LO SHAMIR, IL LASER DI MOSÈ




Molte opere architettoniche non possono essere state costruite solo con gli utensili dell’epoca e l’Antico Testamento è ricco di riferimenti a "divini attrezzi" da taglio, doni dei "Guardiani del Cielo".


Matest Agrest pubblicò nel 1995 un volumetto dal titolo "L’antico miracoloso meccanismo Shamir", indicando con tale nome uno strumento usato per tagliare e incidere pietre durissime. Lo Shamir viene descritto nel Talmud (Pesachim 54°) come un "verme tagliente" e nello Zoar (74 a,b) come un "tarlo metallico divisore". Nel Talmud (Mischna Avot 5/9) si parla di una creatura di origine minerale che gli Ebrei indicano come un "verme", un "tarlo capace di forare i minerali più duri". Nella Bibbia, Geremia 17/1, viene descritto come un "diamante": "il peccato di Giuda è scritto con uno stilo (la penna usata all’epoca per incidere sulle tavolette di cera), e con una punta di diamante". Quindi una penna di diamante; particolare importante poiché, come vedremo avanti, si prospetta l’uso di un raggio laser ricavato utilizzando proprio un diamante. Questo "verme di diamante" veniva adoperato per tagliare e forare; considerato un "attrezzo divino" veniva affidato raramente agli umani. Se ne conoscevano diverse grandezze, Salomone ne aveva scoperto uno piccolo come un chicco di grano, tutti conosciuti con il nome di "Shamir". Come specificato da Agrest, può essere stato descritto come un insetto a causa dell’errata traduzione della parola latina "insectator": tagliatore. Scambiato quindi con un "tarlo", dal momento che praticava fori come il noto animaletto.

SPARÌ NEL TEMPIO DISTRUTTO
Leggendo i testi lo studioso realizzò che lo Shamir in pratica possedeva tutte le caratteristiche del laser. Il primo antenato del laser fu ideato da T.H. Maiman solo nel 1960. Chi costruì lo Shamir 3.000 anni fa? Da chi e dove Mosè ne entrò in possesso? Secondo le notizie storiche gli Israeliti si trovavano in Egitto dopo che le piramidi erano già state costruite. Agrest, in seguito agli studi condotti sulla Bibbia e su altri testi antichi, si è convinto che Mosè avesse uno strumento capace di generare raggi laser, andato distrutto insieme al secondo tempio di Gerusalemme. Come infatti testimonierebbe il capitolo 9 del trattato Mishnajot: "(...) quando il tempio fu distrutto, lo Shamir sparì". Sull’origine non terrestre dello strumento vi sono riferimenti chiari. Nel capitolo 5 del trattato Abot, che fa parte del Talmud babilonese, è scritto che lo Shamir fu creato nei sei giorni della creazione del mondo. Sempre nel Talmud, sotah 486, si dice che Mosè portò lo Shamir nel deserto per costruire l’Efod, il pettorale destinato ad Aaron, come stabilito nel patto col Signore cui si fa riferimento nella Bibbia - Esodo 28,9: "prenderai due pietre di onice (durissime) e inciderai su di esse i nomi degli israeliti, seguendo l’arte dell’intagliatore di pietre per l’incisione di un sigillo". Occorre precisare che era proibito scrivere e conservare i nomi degli Israeliti con l’inchiostro, nonché usare qualsiasi attrezzo di ferro per eseguire tali lavori. Ecco spuntare quindi lo Shamir: "In un primo tempo i nomi erano stati scritti con l’inchiostro, allora fu mostrato loro lo Shamir e furono incisi sulla pietra al posto di quelli scritti con l’inchiostro". (Talmud babilonese Sotah 48,b). Mosè per far ciò istruì due tagliatori di pietra, Bezaleel della tribù di Giuda e Ooliab, figlio di Achisamach, della tribù di Dan. La conferma si trova anche nella Bibbia, Esodo 36,2.

USATO SOLO DAGLI SPECIALISTI
L’Efod continuò a esistere per più di mille anni dopo il tempo di Mosè, milioni di Ebrei ebbero modo di vederlo; come videro certamente i Templi di Gerusalemme costruiti senza usare utensili di ferro. "Per la costruzione del tempio si usarono pietre già squadrate altrove, così, durante i lavori, nel tempio non si udì rumore di martelli, scalpelli, picconi o di altri utensili metallici" (Bibbia I° Re 6/7 - Talmud babilonese). Come consigliarono i rabbini, Salomone certamente usò lo Shamir, che ottenne da un "guardiano del cielo", Ashmedai, al quale si attribuisce il titolo di "principe dei demoni"; indicato dal lessico giudaico, vol. IV, 1982, come Asmodai. Sappiamo anche che l’uso di tale attrezzo non era facile, perché i testi ci raccontano che fu necessario istruire i preposti al suo impiego, come si farebbe oggi nell’esecuzione di un lavoro specializzato. Difatti il Signore dovette trasmettere "saggezza e conoscenza" negli uomini "perché fossero in grado di eseguire i lavori". È facile dedurre che si trattava di una tecnologia avanzata sconosciuta in quell’epoca. Lo Zoar 74 a,b, ci mette al corrente che lo Shamir fu in grado di spaccare e tagliare ogni cosa, tanto che non fu necessario impiegare altri attrezzi di metallo per eseguire il lavoro.

TRAPANI DIAMANTATI
Tutto questo porterebbe una valida spiegazione ai misteri che circondano le pietre di Tiahuanaco, Puma Punku, Sacsayhuaman, Giza, ecc. Nei miti egiziani il Dio Seth tagliò le rocce ad Abuzir (casa di Osiride) con qualcosa di simile. Intorno al tempio di Sahura, ad Abuzir, vi sono infatti molte pietre di diorite che presentano fori di trivellazione spiegabili solo facendo riferimento a moderni trapani diamantati. A Tula vi sono alcune statue con arnesi chiamati "Xiuhcoatl", "serpenti di fuoco", simili a quelli che impugnano gli idoli di Kalasasaya a Tiahuanaco. Si racconta che fossero strumenti che emettevano "raggi infuocati" capaci di perforare corpi umani. "Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul Sinai, gli diede due tavole della Testimonianza, due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio". (Esodo 31,18): lo Shamir? La Bibbia, citando Ooliab, lo indica come appartenente alla tribù di Dan. Dan è anche l’antico nome bretone del gaelico Dana e del gallese Don. Con Llys Don, la corte di Don, si usa indicare la costellazione Cassiopea. Quindi, menzionando la Corte di Don, Dan o Dana, si indica anche la costellazione e il suo maggior pianeta, appunto Dana, dal quale giunsero i Tuatha de Danann, 5.000 anni fa per rimettere ordine sulla Terra, come narrano le saghe irlandesi e celtiche. Il dottor John Kenny, del dipartimento di fisica e astronomia dell’università di Bradley (Peoria, U.S.A.), ha accertato che i Tuatha erano i figli di Anu, Dio sumero, assimilato al pianeta Nettuno, uno dei protagonisti principali dell’Epica della Creazione.

FULMINANTI ORDIGNI DI LUCE
L’arrivo dei Tuatha corrisponde all’epoca del regno sumero Eanna. La saga celtica ci dice anche che questo popolo conosceva i laser, particolarmente per uso offensivo. Noto è "l’occhio di Balor", che il più vecchio dei Fomori (giganti) aveva sull’elmo, dal quale partiva un raggio mortale che falciava il nemico. Lugh, nipote di Balor, possedeva la "lancia solare", ossia un tubo dal quale usciva un raggio fulminante. Anche l’eroe celtico Cu-Chulain possedeva una lancia di luce conosciuta come "Gaebolg", che si allungava a volontà e non mancava mai il bersaglio. Quando non veniva utilizzata doveva essere tenuta con un’estremità dentro un "paiolo pieno d’acqua", un sistema che richiama quello attuale per il raffreddamento dei generatori dei raggi laser. La difesa contro tali armi consisteva in corazze isolanti e riflettenti in grado di respingere i raggi verso il punto di origine. Anche i Devas e gli Azuras conoscevano queste protezioni e quindi, presumibilmente, le armi radianti. E altri riferimenti all’uso di armi laser si ritrovano nei documenti che illustrano il passato dell’umanità. In Egitto gli dei disponevano del lanciatore di raggi mortali, delle fiamme dell’Ureus, dell’occhio solare Tefnut e di Horus che trafiggeva i nemici. Si narra che il primo re di Ma’in, tale Alya-Da-Yafis, alto più di due metri, possedesse un bastone di comando, al pari dei dignitari della sua corte, capace di divenire "luce senza suono" quando veniva adoperato per costruire o dividere i monti. Il Re, usando quel "bastone" innalzò una diga di "vetro" che si illuminava di notte.

venerdì 8 luglio 2011

Turchia, mistero sul ritrovamento dell’arca di Noè. I resti a 4000 metri sul monte Ararat




I resti trovati sul monte AraratI resti trovati sul monte Ararat
La scoperta è risuonata come un evento clamoroso: un gruppo di ricercatori turchi e cinesi avrebbe ritrovato la mitica Arca di Noè di biblica memoria. Il luogo in cui è affiorata l’Arca è il Monte Ararat, in Turchia vicino al confine con l’Iran.
La missione. La spedizione è composta da 15 cinesi e turchi, il budget alto, le motivazioni archeologiche ma anche religiose. Il gruppo principale, infatti, ha base a Hong Kong ed è formato da cristiani evangelici cinesi. Gli esploratori sono dunque saliti sul monte per trovare la nave. E’ lì che avrebbero scoperto una struttura in legno che avrebbe 4800 anni. «La struttura della barca – spiegano gli esperti – possiede molti scomparti e si può dire che si tratta degli spazi in cui si trovavano gli animali». Secondo la Bibbia, infatti, Noè costruì l’Arca per sfuggire insieme alla sua famiglia al Diluvio Universale. Contattato anche il governo, al quale è stata chiesta la protezione dell’area per avviare gli scavi. Anche l’Unesco verrà coinvolta per inserire questa regione nella sua lista del patrimonio dell’umanità.
La Bibbia e le “prove”. La Bibbia sulla descrizione dell’Arca è chiara. Dice Jahve a Noè: «Costruisci per te un’arca di legno resinoso, la farai a celle e la spalmerai di bitume di dentro e di fuori. Ecco come devi costruirla: avrà 300 cubiti di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza». Tradotte le misure in metri, pare che le dimensioni siano compatibili con quel che si è trovato. Il tutto, cioè i resti di una nave, a 4000 metri di altitudine. Bibbia alla mano niente di strano, perché lì evidentemente si arenò l’Arca quando le acque del diluvio cominciarono a calare. Tra le altre compatibilità tra il legno ritrovato e la Bibbia ci sarebbe poi il carbonio 14: in base alla prova il reperto ha 4800 anni, quindi l’epoca corrisponderebbe.
Il documentario. Secondo molti, però, lo scetticismo è d’obbligo: Yeung Wing-Cheung, di nazionalità cinese, che ha annunciato al mondo la scoperta non è un archeologo ma un documentarista che sull’Arca ha già girato un film: «The days of Noah».
Le precedenti scoperte. Gli esploratori cinesi, comunque, sono solo gli ultimi di una lunga lista di “Indiana Jones” ad aver “ri-scoperto” pezzi di Arca. I primi ritrovamenti importanti risalgono al 1955 e ‘69, quando il francese Navarra estrasse dei pezzi di legno dal ghiacciaio. Poi le scoperte dell’italiano Angelo Palego, un ingegnere di Trecate (Novara) che ha cominciato a cercare l’Arca nel 1985, nell’89 la trova e nel ‘90 ha scritto il libro «Ho camminato sopra l’Arca di Noè». Altri esploratori sono tuttora Tito De Luca e Roberto Tiso. Il primo ha scritto «Ararat, sulle tracce dell’arca di Noè». «In 20 anni di ricerche non so più quante volte sono andato lassù», racconta De Luca. «Ho trovato varie porzioni di legno a quote più basse di Palego», dice, «ma non ne ho mai dato notizia».
Sulla ri-scoperta dei colleghi cinesi è scettico: «Non ho ancora visto il video, ma so da ricercatori stranieri che non si tratta di studiosi molto attendibili». Yeung Wing-Cheung ha chiarito: «Non possiamo dire al 100% che si tratta dell’Arca di Noè, ma al 99,9% sì». Che sia una bufala solo all’1%? Resta il mistero.

29 aprile 2010 | 13:08

mercoledì 6 luglio 2011

La torre di Babele

LUOGO: Sennaar , Mesopotamia

LEGGENDA: La torre (in mattoni) fu costruita nel Sennaar (in Mesopotamia) dagli uomini con l'intenzione di arrivare al cielo e dunque a Dio. Secondo il racconto biblico, all'epoca gli uomini parlavano tutti la medesima lingua. La torre era anche un simbolo di unità degli uomini gli uni con gli altri e tutti insieme con Dio. Ma Dio creò scompiglio nelle genti e, facendo sì che le persone parlassero lingue diverse e non si capissero più, impedì che la costruzione della torre venisse portata a termine.

Genesi 11,1-9

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
I TESTI SUMERI: Secondo i testi sumeri dopo il Diluvio, quando la Terra venne ridivisa, si ebberodispute per i territori che sfociarono in una feroce guerra tra gli dèi.
L'esito di quel conflitto consegnò la supremazia tra gli dèi a Enlil e in modo particolare al suo primogenito Ninurta. Col tempo, quando gli effetti del Diluvio si alleviarono sufficientemente nelle pianure tra il Tigri e l'Eufrate, soltanto a Enki, come concordato, venne permesso di ricostruire la sua città antidiluviana (Eridu). Le richieste di Marduk di ricostruire la sua città antidiluviana (Babilonia) non incontrarono reazioni favorevoli.
Parrebbe che la storia biblica della Torre di Babele abbia le sue radici in questo conflitto. Marduk, in quanto dio più importante di Babilonia in tempi successivi, è il probabile ideatore; ma qual era la natura della "torre"? I sostenitori di Marduk, "Venite, fabbrichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, facciamo così uno shem...". Zecharia Sitchin segnala l'esistenza di un testo accadico che ripropone i resoconti biblici di come poi andarono le cose.

Diverse indicazioni nel testo confermano che Marduk era il ribelle, mentre un versetto individua il "Dio" biblico come Enlil, il quale:

Nella loro fortificata torre, nella notte, una totale fine egli fece.
Nella sua ira, un ordine anche emise:
di sparpagliare lontano era la sua decisione:
lanciò un ordine per confondere i loro consiglieri.
...il loro corso dunque arrestò.

Il racconto accadico conferma che la gente di Marduk venne effettivamente sparpagliata. Ma diversamente dal concetto generale contenuto nella Bibbia, la Torre di Babele va qui inquadrata come un episodio circoscritto, che ebbe effetto su un gruppo di individui relativamente piccolo.
Qual è la datazione dell'episodio della Torre di Babele? Zecharia Sitchin lo colloca in un momento di poco antecedente il ritorno di Marduk nelle sue terre egiziane, dov'era conosciuto con il nome di Rà: ciò avvenne intorno al 3450 a.C., quando l'Egitto entro nei 350 anni di caos prima dell'avvio della sua civiltà intorno al 3100 a.c.? L'episodio babilonese non dev'essere accaduto prima di quello delle città sumere di Eridu e di Nippur.
Si puo' quindi collocare tra il 3800 e il 3450 a.c.
I FATTI: Il racconto dà conto del progetto di Dio che gli uomini si dividano e popolino tutta la terra e nel contempo spiega mitologicamente l'origine delle differenze di linguaggio tra gli uomini. Un altro significato del racconto sovente impiegato allegoricamente nei secoli successivi è quello di punizione per un atto di superbia: il tentativo di alzarsi al cielo; anche se questo può far pensare ad un Dio fantoccio il quale, dopo aver intrappolato l'umanità sulla Terra, gli impedisce di compiere l'atto di ricongiungimento (re-ligio) con il Dio Altissimo; la punizione sarebbe un gesto improprio per Dio nei confronti dell'uomo, che secondo ogni religione deve cercare con tutte le proprie forze di tornare a Dio elevandosi dalla miserevole condizione in cui giace sulla Terra. A proposito della tendenza divina ad agire impropriamente nei confronti dell'uomo, cfr. peccato originale al subparagrafo "interpretazione non religiosa". Nella simbologia cristiana, pare significativo che durante la Pentecoste gli apostoli, tornando ad essere comprensibili da popoli parlanti lingue diverse, vincono la spaccatura originata a Babele da Dio stesso.

È interessante notare che il fatto che durante la costruzione della torre di Babele tutti gli uomini parlassero la medesima lingua è in contraddizione con Genesi 10: qui si legge che i figli di Noè avevano ciascuno un proprio territorio e una propria lingua. In questo racconto la differenziazione linguistico-culturale non avviene per punizione divina ma come processo naturale.

Lascia perplessi anche un altro confronto: gli uomini dicono di voler costruire la Torre per non essere dispersi sulla faccia della Terra; all'istante, Dio scende e li disperde sulla faccia della Terra, proprio perché gli uomini hanno cercato di evitarlo.

È interessante anche notare l'uso, in questo capitolo biblico, del termine ebraico שם (Shem): nel versetto 4, gli uomini si accingono a costruire la Torre per farsi un nome, acquisire fama (שם); al termine del racconto della Torre, al versetto 10, comincia la genealogia di Sem (שם) che significa proprio nome o fama, come se il personaggio di Sem rappresentasse simbolicamente il nome che gli uomini hanno appena acquisito; le parole pronunciate da Dio durante il suo intervento, infatti, non hanno un tono punitivo, e l'intero episodio della Torre può essere letto non in chiave punitiva ma come la realizzazione di un piano di Dio stesso. Nel versetto 9, si legge che «il Signore ... disperse coloro di là sopra la faccia di tutta la terra». Anche qui compare il termine ebraico שם, che può significare anche là. Questo versetto può quindi anche essere letto come: il Signore ... diffuse coloro dal Nome sopra la faccia di tutta la terra, dando al racconto un carattere decisamente positivo e costruttivo: immediatamente dopo viene data, infatti, la genealogia del Nome... ed essendoci una certa corrispondenza, nelle Scritture, tra nomi e luoghi, la genealogia di Sem può venir identificata proprio con la diffusione degli uomini (costruttori della Torre) sulla Terra.
TESI ARCHEOLOGICHE: Dal punto di vista archeologico,si fa corrispondere la biblica Torre di Babele alla gigantesca ziqqurat iniziata dal sovrano babilonese Nabucodonosor I (XII secolo a.C.). L'opera rimase incompiuta fino a qualche secolo dopo, con i sovrani della dinastia caldea Nabopolossar e soprattutto Nabucodonosor II (VII secolo a.C.). La ziqqurat Etemenanki, dedicata al dio Marduk, nel periodo di Nabopolassar era alta 30 cubiti (circa 15,30 o 22,90 m),come si deduce dalle descrizioni del figlio Nabucodonosor II. Fu visitata anche da Erodoto, che, nonostante le distruzioni causate dal re persiano Serse I, la descrive come un monumento ancora imponente. Proprio per questa sua mole straordinaria, essa fu considerata dagli Ebrei simbolo dell'arroganza umana.
BIBLIOGRAFIA:
 * Arno Borst, Der Turmbau von Babel. Geschichte der Meinungen ūber den Ursprung und Vielfalt der Sprachen und Vōlker
* Paolo Matthiae, "La storia dell'arte dell'Oriente Antico. I grandi Imperi"

martedì 5 luglio 2011

SODOMA E GOMORRA DISTRUTTE DA UNA ASTEROIDe



Una tavoletta svela il segreto: "Sulla mitica città una palla di fuoco potente come quattro atomiche"E’ stato un asteroide a distruggere Sodoma e Gomorra, o almeno a dare origine alla storia biblica che riguarda le due città punite per i comportamenti sessuali piuttosto disinibiti degli abitanti. Com’è noto, alcuni di loro fecero minacciose profferte agli angeli del Signore mandati ad ammonirli, e per passare a vie di fatto fracassarono l’ingresso della casa di Lot, l’unico giusto che aveva accolti i messaggeri. L’impresa com’è ovvio non riuscì, e la punizione celeste si abbatté come un maglio, spianando col fuoco non solo le due città ma anche altri tre centri che insieme ad esse costituivano la Pentapoli. Non sapremo mai se questa sia la vera storia, ma ora la spaventosa scena è stata estratta dal tempo immemoriale del racconto biblico e ha una data precisa nel nostro calendario: il 29 giugno 3123 a. C., poco prima dell’alba.L’hanno calcolata due scienziati inglesi, Alan Bond (membro di un centro ricerche di Abingdon) e Mark Hempsell, dell’Università di Bristol, partendo da una tavoletta sumera conservata al British Museum. I risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati nel libro [/CL213_5B] A sumerian observation of the Köfels's impact event (Un’osservazione sumera dell’impatto di Köfels). Che sarà mai Köfels? I geologi lo sanno bene. E’ una località dell’Austria, dove è noto che un’intera montagna venne spianata dall’impatto di un asteroide, evento apocalittico e non tramandato. Köfels ha però uno stretto rapporto con Sodoma e Gomorra. Proprio decrittando la tavoletta, che è una copia risalente al 700 a. C. della descrizione del cielo fatta da un astronomo sumero, i due scienziati hanno ricostruito i cieli del mondo come li aveva visti il loro antico predecessore nella notte fatale quando assistette a qualcosa di immenso: un grande oggetto luminoso che attraversava l’atmosfera a folle velocità da est a ovest.Andava a Köfels, e stava per innescare un apocalittico bigliardo. Secondo questa ricostruzione (che pure non è accettata in blocco dalla comunità scientifica) l’asteroide si disintegrò sull’Austria, e una palla di fuoco da 800 milioni di tonnellate si abbattè sulla montagna, distruggendola. L’enorme potenza liberata fece rimbalzare un pennacchio di fuoco che risalì a 900 chilometri di altezza e rifece il cammino al contrario, rientrando nell’atmosfera sull’Egitto e scaricando sulla Pentapoli qualcosa come l’equivalente di quattro bombe atomiche ad altissimo potenziale. Così finirono Sodoma e Gomorra, e iniziò il mito dei peccatori sfrontati. Quanto agli abitanti della zona di Köfels non se ne sa nulla. Forse non ce n’erano. Forse erano pochissimi. In tal caso sarebbero nella nostra lunga storia le prime vittime di un danno collaterale. Proprio come le figlie di Lot, offerte agli assalitori pur di salvare gli angeli. Per loro fortuna i sodomiti non erano interessati.
Fonte:http://sottovoce360.blogspot.com/2011/03/sodoma-e-gomorra-distrutte-da-un.html