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martedì 9 febbraio 2021

Coronavirus creato in laboratorio? Un genetista smonta lo Yan Report: «Più politico che scientifico»











Il genetista esperto di genomica comparata Marco Gerdol boccia lo “studio” pseudoscientifico sull’origine artificiale del virus



Recentemente abbiamo pubblicato una analisi del cosiddetto «Yan Report», lo «studio» della virologa Li-Meng Yan con il quale si vorrebbe dimostrare che il Sars-Cov-2 sia un virus «creato in laboratorio». Nell’articolo precedente di Open Fact-checking avevamo constatato diversi punti critici nella narrazione, dove non solo non veniva dimostrata la tesi, ma si evincevano anche elementi marcatamente ideologici – constatando, inoltre, i conflitti di interesse degli autori – per non parlare della scarsa qualità degli articoli scientifici riportati nelle references, ovvero la lista di fonti su cui si dovrebbe rifare un articolo degno di pubblicazione in una rivista che fa verificare le ricerche da degli esperti. Ci eravamo ad ogni modo riproposti di tornare sull’argomento, non appena avessimo ottenuto una analisi più approfondita da parte di esperti come il genetista Marco Gerdol.
Breve recap e introduzione

In breve, secondo quanto sostenuto nel report, che prende nome dalla virologa Li-Meng Yan, co-firmato assieme ad altri due colleghi, vi sarebbero «evidenze» di una ingegnerizzazione del nuovo Coronavirus. Eppure, nulla nel testo riesce a superare quanto appurato dalla letteratura scientifica; gli stessi autori ammettono che non esistono pubblicazioni autorevoli al riguardo, usando l’eufemismo della «censura peer review», anch’essa non meglio dimostrata. Inoltre la stessa Yan risulterebbe collegata a Steve Bannon, spin doctor della propaganda di Donald Trump, notoriamente anti-cinese.


Il report solleva effettivamente diversi dubbi, che solo un genetista potrebbe riconoscere come tali, o riscontrarne l’ingenuità o la pretestuosità, alla luce di conoscenze più approfondite della materia. Marco Gerdol è un ricercatore che si occupa di genomica comparata presso l’Università degli studi di Trieste. Recentemente ha pubblicato su Facebook due post tra il divulgativo e il tecnico, dove analizza le comparazioni tra diversi genomi di Coronavirus, che secondo lo Yan Report sarebbero stati alla base della creazione di SARS-CoV2.

Nel primo prende in considerazione le argomentazioni attorno al genoma di RaTG13, ovvero il Coronavirus più vicino a quello responsabile della Covid-19; nel secondo analizza le tesi riguardanti altri due genomi studiati in laboratori militari, ritenuti la vera origine di SARS-CoV2. Lo abbiamo intervistato per avere ulteriori chiarimenti, spiegandoci in maniera semplice anche le basi che lo hanno portato a smontare tutte queste narrazioni, in modo da fornire uno strumento in più al fine di permettere ai lettori di riconoscere le fallacie logiche e scientifiche su cui si reggono report di questo tipo, in attesa di un secondo Yan Report, dove Yan ha recentemente promesso che finalmente avrebbe dimostrato «tutta la verità».
La parola al genetista

Perché RaTG13 è importante nello studio di SARS-CoV2?

«È importante perché si tratta del Coronavirus geneticamente più vicino a SARS-CoV2 – spiega il Genetista – Per quel che ne sappiamo è il virus attualmente noto che ha un antenato comune più vicino. Quindi è fondamentale come punto di partenza per poi andare a ritroso nelle indagini sull’evoluzione virale. Non solo RaTG13, ma anche un secondo virus che non viene praticamente mai menzionato nel report, che è RmYN02, scoperto più di recente, ed è risultato ancor più vicino dal punto di vista evolutivo. Quasi certamente potrebbero essercene molti altri, che semplicemente non abbiamo mai campionato. Continuiamo a cercare di riempire i buchi in questo mosaico evolutivo, per capirci qualcosa di più».

Studiando le evoluzioni di un genoma si possono fare anche stime temporali? Come è possibile?

«Noi abbiamo a disposizione, per quanto riguarda questa pandemia, dei dati genomici che sono stati campionati a distanza di mesi l’uno dall’altro – continua Gerdol – Quindi sappiamo qual è la sequenza originaria da cui tutto è nato, e adesso abbiamo a disposizione altri genomi virali che sono leggermente diversi da quello di partenza. Possiamo andare esattamente a contare quanti sono i nucleotidi che sono cambiati nel genoma virale nell’arco di “tot mesi”. Tra i genomi attualmente circolanti ce ne sono alcuni un po’ diversi altri rimasti un po’ più simili, ma possiamo dire che nell’arco di un anno il tasso di evoluzione molecolare porta più o meno a 25 mutazioni su tutto un genoma da 30mila nucleotidi».

«La stessa cosa può essere portata anche dallo studio di altri virus. Per esempio, abbiamo coppie di virus da confrontare, come quello della Sars (2002-2003), con il parente più affine trovato nel pipistrello. Anche qui il confronto a coppie permette di individuare una divergenza che può essere riportata in una scala temporale. Ovviamente si usano dei set di calibrazione, perché in alcuni casi abbiamo anche dei dati temporali che ti permettono di sapere esattamente quando quei virus si sono differenziati a partire da un antenato comune».

«In uno di questi lavori di cui ho parlato in uno dei miei post, per delle stime temporali sono state utilizzate delle coppie di calibrazione, per esempio tra il virus della Mers e uno di quelli responsabili dei rafreddori, OC43. Ovviamente si tratta di stime, perché non abbiamo la possibilità di andare indietro nel tempo per identificare l’evento di speciazione originario, però si possono fare delle stime ragionevoli».

«È possibile stimare con degli intervalli di confidenza ragionevoli che un determinato evento di speciazione, in questo caso la divergenza evolutiva del virus, è avvenuto in una certa data. Nel report vengono citati due ceppi virali praticamente “identici” (ZXC21 e ZC45) come potenziali modelli, nell’ingegnerizzazione del SARS-CoV2, mentre in realtà sono virus naturali che semplicemente hanno un antenato comune, sia col nuovo Coronavirus che con RaTG13, e sono da posizionarsi molto più indietro nel tempo. C’è una divergenza sostanziale di quasi tremila nucleotidi (il 10%). Questo ci dice che l’antenato comune è da far risalire in tempi abbastanza remoti: parliamo di alcune centinaia di anni fa».

«Uno dei punti più assurdi del report – nel sostenere l’utilizzo di questi ceppi scoperti nei laboratori militari – è proprio il fatto che se tu avessi voluto creare un virus artificiale di questo tipo avresti dovuto inserire letteralmente centinaia di mutazioni puntiformi in altre parti del genoma per mimare una evoluzione naturale. Questa è la parte perversa del discorso».

Il contenuto pseudoscientifico si riflette anche nello stile complottista usato dagli autori?

«Un altro discorso è il tono con cui è stato preparato – spiega il Genetista – il suo aspetto complottistico, con un continuo riferimento a preprint [articoli non verificati] scritti da personaggi sospetti, l’affiliazione a queste fantomatiche società; uno stile che agli occhi di un esperto lo rende pseudoscienza e non un lavoro scientifico, ma una certa parte dei lettori magari non è in grado di distinguere cosa è scienza e cosa pseudoscienza. Si ritrova con un documento che ha la forma e la preparazione di un lavoro scientifico, ma che in realtà non lo è affatto. È un articolo di opinione, intriso di politica, e chiaramente questo tono si nota».

«Basta notare la lista delle referenze che sono state messe. Si tratta in larga parte di lavori preprint che non hanno la possibilità di essere accettati da nessuna rivista seria, perché sono scritti male, con errori veramente marchiani. Certi sono pezzi di opinione, scritti da gente che non ha nulla a che vedere col mondo scientifico. Uno di questi è una sorta di santone. Un altro è il CEO di una società che si occupa di analisi. In generale non si tratta di persone del mondo scientifico, in veste di accademici».

«Altre volte si tratta invece di referenze citate a sproposito, nel senso che l’articolo citato – magari pure sottoposto a peer review – è un paper che dice una cosa, e il significato del suo contenuto viene completamente stravolto nel report, per sostenere una tesi sostanzialmente precostituita».

Un parallelo con altre tesi di complotto: la tesi degli Antichi astronauti

Nella nostra più modesta analisi avevamo fatto un paragone tra il modo con cui viene prodotto il report, e le tesi sugli Antichi astronauti, dove alcuni teorizzano che gli alieni avrebbero ingegnerizzato gli Homo Erectus (nostri fratelli evolutivi), facendoli diventare Homo Sapiens per farli lavorare come schiavi. Similmente si prendono virus imparentati col SARS-CoV2 e quindi si può giocare a sostenere che siano stati modificati i primi per generare il secondo. Abbiamo anche un parallelo con il cosiddetto «anello mancante», usato spesso dai Creazionisti per negare la teoria dell’evoluzione: “è difficile ottenere sequenze complete, quindi RaTG13 è stato inventato“.

«Quelli importanti dal punto di vista evolutivo sono i Coronavirus identificati nei pangolini – precisa Gerdol – Si tratta di cugini un po’ più lontani. Stanno in mezzo tra RaTG13/RmYN02 (più vicini) e ZXC21/ZC45 (meno vicini). Anche questi sono stati esclusi dal report, in maniera piuttosto deliberata. Se li avessero inclusi avrebbero rovinato la narrativa del report stesso».

«Loro dicono addirittura che RaTG13 sia stato inventato di sana pianta. Parlano di base per l’ipotetica ingegnerizzazione riferendosi a ZXC21 e ZC45, ovvero due virus molto più divergenti, mentre RaTG13 ha una divergenza molto più bassa (è simile mediamente al 96%). Partono fin dall’introduzione nel dire che la sequenza genomica di RaTG13 è molto sospetta, quindi sostengono che non l’avrebbero presa in considerazione. Come mai? Perché essendo stato isolato in natura, avrebbe fatto cadere tutta la loro argomentazione».

«Molto meglio parlare di una ingegnerizzazione di ZXC21 e ZC45 nei laboratori militari, no? RaTG13 invece venendo resa nota dopo l’outbreak di Wuhan sarebbe sospetta, e si noterebbero tracce di manipolazione. Ma agli occhi di un esperto tutte queste cose non esistono. Qui mi ricollego al discorso dei miei post: si tratta di una sequenza genomica ottenuta da un campione di guano, quindi immaginati l’RNA (molecola molto soggetta a degradazione). Chi come me da molto tempo lavora in laboratorio con RNA anche umani, sa che si lavora sempre e costantemente in ghiaccio con estrema attenzione, perché anche lasciare delle molecole di RNA puro così estratto, a temperatura ambiente per poche decine di minuti, può portare a una sua frammentazione e degradazione».

«Posso immaginare come sia stato effettuato il campionamento in questo caso. Mi immagino qualche speleologo mandato in una grotta a raccogliere dei campioni in una provetta a temperatura ambiente; questo guano chissà da quanto tempo era lì, e va da sé che la qualità del RNA non poteva essere ottimale, quindi i dati di sequenziamento utilizzati per assemblare questo genoma non erano di qualità eccellente, ma è normale che sia così».

Yan ha annunciato un nuovo report più preciso dove «tutto sarà dimostrato»: cosa dovrebbe contenere per convincere i genetisti?

«Non vedo assolutamente nessuna possibilità a riguardo – afferma il Genetista -. L’unica cosa che potrebbe convincere qualcuno del contrario sarebbe portare delle prove materiali del fatto che quello a cui si allude costantemente in questo report è che ci sono state delle falsificazioni dei dati di sequenza, e che ci fossero degli studi attivi sull’ingegnerizzazione di queste sequenze genomiche nei laboratori cinesi. Tutto questo non credo sia possibile che venga fornito sotto forma di prove materiali».

Come si potrebbe creare un virus del genere in segreto, facendolo sembrare naturale?

«Quando penso a queste cose mi vengono in mente le tesi sui complotti lunari» – continua Gerdol [Un complotto talmente complesso e ricco di testimoni da zittire, che sarebbe costato molto meno andare davvero sulla Luna] – Ma al di là del numero di persone coinvolte, si tratterebbe di mettere in atto tutta una serie di meccanismi perversi, per cui per mascherare il malfatto devi andare a spargere dei falsi indizi complicatissimi, andando a generare false sequenze genomiche di altri virus naturali che in realtà non esistono, e fare la stessa cosa con virus inesistenti trovati sui pangolini».

«Molto probabilmente nei prossimi mesi verranno isolati nuovi virus di questa famiglia, magari anche più vicini a SARS-CoV2 di RaTG13. Sappiamo benissimo infatti che i pipistrelli sono serbatoi naturali in cui probabilmente esistono centinaia di specie appartenenti al gruppo dei SarBeCoVirus – di questa stessa famiglia – che noi ancora non abbiamo visto, perché nessuno si è degnato di fare un campionamento serio prima di questa circostanza».

«Si sono messi a lavorare durante la crisi del virus della Sars, fermandosi quasi subito. Non ci sono state campagne di campionamento così fitte per andare a valutare la diversità virale in tutte le popolazioni di pipistrelli del Sud-Est asiatico, anche perché sono tra i mammiferi più diffusi e diversificati tra loro, quindi è quasi impossibile riuscire ad avere un campionamento coerente e costante».

«C’è da dire poi che noi pensiamo sempre ai pipistrelli come passaggio diretto del virus all’uomo per zoonosi, ma in realtà potrebbero esserci altre riserve naturali, i cosiddetti ospiti intermedi, del tutto ignoti». Non siamo molto sicuri riguardo al pangolino. «Uno studio più recente pubblicato su Nature Microbiology, in cui si è andati a studiare le regioni del genoma non ricombinante, analizza questi genomi, che sono dei mosaici di pezzi di origine diversa. Quando c’è co-infezione in uno stesso organismo, questi genomi possono letteralmente fare dei copia-incolla e sostanzialmente creare degli ibridi. Rischi quindi di avere dei segnali che sono confondenti nella tua analisi filogenetica. In quest’ultimo lavoro hanno prestato attenzione a questo aspetto, riuscendo a ottenere una stima molto più accurata dei tempi di divergenza, per cui si nota chiaramente che la particolarità dei virus trovati nel pangolino e che presentano una regione della glicoproteina Spike (S) [l’antigene del nuovo Coronavirus] molto più simile a quella di SARS-CoV2 di quanto non sia RaTG13».

«Quella parte è di fondamentale importanza per garantire l’interazione col recettore ACE2 umano [il bersaglio di SARS-CoV2 presente anche nelle cellule polmonari], quindi garantendo il salto di specie, però se andiamo a considerare tutto il resto della sequenza genomica, si vede chiaramente che i virus dei pangolini in realtà sono dei cugini più lontani. Quindi cosa potrebbe essere successo? Una ricombinazione tra la linea dei pangolini e un altro gruppo di BetaCoronaVirus imparentati col SARS-CoV2, di cui non sappiamo nulla perché non sono stati mai campionati. Diciamo che l’ipotesi del pangolino come ospite intermedio non è impossibile, ma al momento non è la più accreditata. Per quanto ne sappiamo probabilmente è più ragionevole pensare che tutto sia avvenuto nei pipistrelli».

I virus studiati nei laboratori vengono tutti categorizzati e il loro genoma registrato nei database pubblici?

«Sì, assolutamente – conferma il Genetista – Se un lavoro viene pubblicato, in qualsiasi rivista scientifica il dovere degli autori è quello di depositare tutte le sequenze di cui si parla, quindi i dati devono essere disponibili alla comunità scientifica. Altro discorso è se si comincia a pensare di attività di ricerca che non sono atte alla pubblicazione di dati scientifici, ma – secondo l’immaginario complottista – in laboratori segreti, militari; su un virus, ingegnerizzandolo per creare un’arma virologica: chiaramente di questo non ci sarebbe traccia».

Quanto è plausibile che oggi si possa lavorare segretamente a dei virus come armi biologiche? Non sarebbe controproducente?

«È abbastanza palese che un’arma del genere si ritorcerebbe contro chi l’ha prodotta – continua Gerdol – In questo caso particolare SARS-CoV2 non sarebbe comunque un virus dalle caratteristiche giuste per usi terroristici, perché non è controllabile». Torniamo al paradosso complottista dei cospiratori onnipotenti, ma anche stupidi. «Esatto. Se anche uno dovesse pensare a quali caratteristiche dovrebbe avere un virus da utilizzare in un attacco terroristico, una di queste è chiaramente quella di poterlo controllare. Oggi non sappiamo nulla in generale dei BetaCoronaVirus. L’esperienza della Sars alla fine avrebbe potuto portare a conoscenze molto forti, ma la ricerca si è sostanzialmente fermata perché il virus è scomparso nel 2003. La Mers non ha mai rappresentato un grosso problema per via della trasmissibilità molto ridotta, quindi chiaramente noi sappiamo pochissimo».

«Nel report si parla in modo esplocito di ingegnerizzazione a carico di determinate proteine virali, per esempio, quando non siamo nemmeno sicuri di cosa facciano nello sviluppo delle infezioni. Siamo veramente nell’assurdo. Anche del nostro genoma sappiamo relativamente poco; per quanto ormai sequenziato completamente da un bel po’ di tempo, le variazioni genetiche umane sono in larga parte imprevedibili, nel senso che non è possibile prevedere come determinerebbero il comportamento dell’Organismo a contatto con un virus».

Lei ha definito questo documento «un report intriso di politica, più di quanto non si possa immaginare». Pensa che sia una narrazione affetta da bias anti-cinesi?

«Io credo di sì – conferma il Genetista – Penso anche all’immagine di questa Yan, che si era già fatta conoscere in qualche modo per le sue posizioni anti-cinesi, attirando simpatie da diverse parti. Non è semplice dare a un documento di questo tipo una veste scientifica se non hai un volto che nell’immaginario collettivo è visto come autorevole. In questo caso abbiamo la figura della scienziata cinese, che sarebbe stata perseguitata dalle autorità cinesi, per aver fatto cose scomode, che continua la sua battaglia contro “il Sistema”. Questo chiaramente ha creato la situazione ideale per diffondere il suo report. Ho la sensazione che continueranno a venire pubblicati documenti di questo tipo, per proseguire a battere sulla presunta censura della peer review, o della ricerca corrotta nei laboratori militari».

Oltre lo Yan Report, due tesi di complotto parallele segnalateci di recente: Il primer per la PCR col genoma di Homo Sapiens; e i presunti test che trovano Coronavirus a caso. Ci spiega perché non hanno senso?

«Su questa storia è stata fatta molta confusione – continua Gerdol – Come per il discorso di Luc Montagnier, che parlava delle famigerate inserzioni di HIV nel genoma di SARS-CoV2. Il riconoscimento specifico di una sequenza di DNA o RNA bersaglio, avviene attraverso l’utilizzo di due piccole sequenze di una ventina di lettere, a essa complementari, ovvero i cosiddetti primer. Avviene grazie al riconoscimento di due piccole sequenze specifiche – una ventina di “lettere” sostanzialmente – che sono i cosiddetti “primer”. Queste due sequenze sono localizzate alle estremità di un frammento che permette il rilevamento mediante fluorescenza con apposite macchine PCR».Un post complottista sulla PCR tarata con una sequenza genetica di Homo Sapiens, per trovare sempre falsi positivi.

«Questa analisi deve sfruttare delle regioni di RNA che sono presenti solo in SARS-CoV2 e non in altri virus. In questo caso – per puro caso – una parte di uno dei possibili primer che si possono utilizzare (ce ne sono tantissimi), ha una similarità con una regione di genoma umano. Questo però non significa nulla». In un precedente articolo spiegavamo (in risposta ai presunti innesti di HIV, rivelatisi piccole porzioni casualmente simili trovate nel SARS-CoV2) che leggere “lago di Como” non significa che il libro è “I promessi sposi” di Manzoni.

«Usiamo pure questo esempio: è come se tu volessi riconoscere una frase di un libro prendendo come punti di partenza la parola all’inizio e alla fine della frase. Immagina di avere uno strumento che ti permette di leggere tutte quelle frasi che iniziano e finiscono con quelle parole. Riconoscendo poi nello specifico la frase, andando a leggere quel che c’è in mezzo. Se scrivi “sono andato in vacanza in Grecia”, parto con un primer che riconosce “sono” e uno che riconosce “Grecia”». «Chiedete per quale virus vi fanno i test»: il post Facebook ingannevole che inculca il dubbio.

«Ma uno potrebbe dire “sono stato investito mentre ero in Grecia”; dovrò utilizzare una parola chiave che in questo caso potrebbe essere “vacanza”, quindi avremo il segnale di amplicifazione solo quando tutte queste tre situazioni saranno soddisfatte». Potremmo aggiungere – restando in metafora – che abbiamo anche strumenti per capire se quella frase è più o meno lunga di quella che cerchiamo, anche così l’amplificazione della PCR non potrebbe avvenire».

Ricordiamo infatti, che la ragione per cui si ripete la PCR a distanza di un certo tempo accertando anche la presenza di anticorpi, sta nel fatto che accertare la presenza di genoma virale, non ci dice che il virus sia ancora attivo. Anche questi dettagli possono alimentare le ansie dei lettori, e ispirare nuove tesi di complotto. Non ci resta che attendere il secondo Yan Report.

fonte :.https://www.open.online/2020/09/28/coronavirus-laboratorio-genetista-yan-report/

martedì 10 novembre 2020

Mons. Carlo Maria Viganò: “Elezioni Usa per La Verità” “Covid e Biden due ologrammi”



l Covid e Biden sono due ologrammi, due creazioni artificiali: la surreale situazione in Usa nella quale l’evidenza di una colossale “Truffa elettorale” viene impunemente censurata dai media, dando per acquisita la vittoria di Biden

di Mons. Carlo Maria Viganò

Il mondo nel quale ci troviamo a vivere è, per usare un’espressione evangelica, «in se divisum» (Mt 12, 25). Questa spaccatura, a mio parere, consiste nella realtà e nella finzione: la realtà oggettiva da una parte, la finzione mediatica dall’altra. Questo vale per la pandemia, che il filosofo Giorgio Agamben ha analizzato nella raccolta di interventi A che punto siamo recentemente pubblicata per i tipi di Quodlibet; ma vale ancora di più per la surreale situazione politica americana, nella quale l’evidenza di una colossale truffa elettorale viene impunemente censurata dai media, dando per acquisita la vittoria di Joe Biden.

La realtà del Covid contrasta palesemente con quello che vogliono farci credere i media mainstream, ma questo non basta per smontare il grottesco castello di falsità al quale la maggior parte della popolazione si adegua con rassegnazione. La realtà dei brogli elettorali, delle palesi violazioni dei regolamenti e la falsificazione sistematica dei risultati contrasta a sua volta con la narrazione dei colossi dell’informazione, per i quali Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti, punto. E così deve essere: non ci sono alternative né alla presunta furia devastatrice di un’influenza stagionale che ha causato lo stesso numero di decessi dello scorso anno, né all’ineluttabilità dell’elezione di un candidato corrotto e asservito al deep state. Tant’è vero che Biden ha già promesso di ripristinare i lockdown anche in America.

La realtà non conta, non è assolutamente rilevante, nel momento in cui essa si frappone tra il piano concepito e la sua realizzazione. Il Covid e Biden sono due ologrammi, due creazioni artificiali, pronte ad essere adattate di volta in volta alle esigenze contingenti o sostituite rispettivamente con il Covid-21 o con Kamala Harris. Le accuse di irresponsabilità per gli assembramenti dei sostenitori di Trump svaniscono se a riunirsi nelle piazze sono i sostenitori di Biden, come già avvenne per le manifestazioni dei BLM in America e per le celebrazioni partigiane del 25 Aprile in Italia. Quello che è criminale per alcuni, è consentito ad altri: senza spiegazioni, senza logica, senza razionalità. Perché il semplice fatto di essere di sinistra, di votare per Biden, di mettersi la mascherina è un lasciapassare assoluto, mentre il solo essere di destra, di votare per Trump o mettere in discussione l’efficacia dei tamponi è un motivo di condanna e di esecrazione che non necessita di prove né di processo. Si è ipso facto fascisti, sovranisti, populisti, negazionisti. Lo stigma sociale dinanzi al quale si dovrebbero ritirare in silenzio quanti ne sono colpiti.

Ritorniamo così a quella divisione tra buoni e cattivi che viene ridicolizzata quando è usata da una parte – la nostra – e viceversa eretta a postulato incontestabile quando vi ricorrono i nostri avversari. Lo abbiamo visto con i commenti sprezzanti alle mie parole sui «figli della Luce» e «i figli delle tenebre», come se i miei «toni apocalittici» fossero il frutto di una mente farneticante e non la semplice constatazione della realtà. Ma nel respingere con sdegno questa divisione biblica dell’umanità, costoro l’hanno confermata, limitandosi a rivendicare a sé il diritto di dare patenti di legittimità sociale, politica e religiosa.

Loro sono i buoni anche se teorizzano l’uccisione degli innocenti e noi dovremmo farcene una ragione. Loro sono i democratici, anche se per vincere le elezioni devono sempre ricorrere a brogli e frodi anche platealmente evidenti. Loro sono i difensori della libertà, anche se ce ne privano giorno dopo giorno. Loro sono obbiettivi e onesti, anche se la loro corruzione e i loro delitti sono ormai evidenti anche ai ciechi. Il dogma che essi disprezzano e deridono negli altri è indiscutibile e inoppugnabile quando sono loro a promulgarlo.

Ma come ho avuto modo di dire in precedenza, costoro dimenticano un piccolo dettaglio, un particolare che non riescono a comprendere: la Verità è in sé, esiste a prescindere dal fatto che vi sia chi le presta fede, perché possiede in se stessa, ontologicamente, la propria ragione di validità. La Verità non può essere negata perché essa è attributo di Dio, è Dio stesso. E tutto ciò che è vero partecipa di questo primato sulla menzogna. Possiamo quindi essere teologicamente e filosoficamente certi che questi inganni hanno le ore contate, perché basterà far luce su di essi per farli crollare. Luce e tenebre, appunto. Lasciamo allora che si faccia luce sulle imposture di Biden e dei Democratici, senza indietreggiare di un passo. La frode che essi hanno ordito contro Trump e contro l’America non potrà rimanere in piedi a lungo, così come non rimarranno in piedi la frode mondiale del Covid, le responsabilità della dittatura cinese, le complicità di corrotti e traditori, l’asservimento della deep church.

In questo panorama di menzogne erette a sistema, propagandate dai media con un’impudenza sconcertante, l’elezione di Joe Biden non è solo desiderata, ma considerata ineluttabile e quindi vera e quindi definitiva. Anche se i conteggi non sono conclusi; anche se i controlli sui voti e le denunce sui brogli sono appena all’inizio; anche se le denunce sono appena state depositate. Biden deve essere Presidente, perché così è stato deciso da loro: il voto degli Americani è valido solo se ratifica questa narrazione, altrimenti si muta in deriva plebiscitaria, populismo, fascismo.

Non stupisce quindi né l’entusiasmo, sguaiato e violento, con cui i Democratici esultano per il proprio candidato in pectore, né l’incontenibile soddisfazione dei media e dei commentatori ufficiali, né l’attestazione di complice e cortigiana sudditanza al deep state da parte dei leader politici di mezzo mondo. Assistiamo a una gara a chi arriva prima, sgomitando scompostamente per mettersi in mostra, per far vedere di aver sempre creduto nella vittoria schiacciante del fantoccio democratico.

Ma se la cortigianeria di capi di Stato e segretari di partito fa parte del trito copione della Sinistra mondiale, lasciano francamente sconcertati le dichiarazioni della Conferenza Episcopale Americana, immediatamente rilanciate da VaticanNews, che con inquietante strabismo si ascrive il merito di aver sostenuto «il secondo Presidente cattolico della storia degli Stati Uniti», dimenticando il non trascurabile dettaglio che Biden è un accanito abortista, un sostenitore dell’ideologia LGBT e del globalismo anticattolico. L’Arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, profanando la memoria dei martiri Cristeros del suo paese natale, sentenzia lapidario: «The American people have spoken», il popolo americano ha parlato. Poco importano i brogli denunciati e ampiamente provati: la fastidiosa formalità del voto popolare, ancorché adulterata in mille modi, va considerata conclusa a favore del portabandiera del pensiero unico. Abbiamo letto, non senza conati di vomito, i post di James Martin s.j. e di tutta quella schiera di cortigiani che scalpitano per salire sul carro di Biden per condividerne l’effimero trionfo. Chi dissente, chi chiede chiarezza, chi ricorre alla legge per vedere tutelati i propri diritti non ha alcuna legittimazione e deve tacere, rassegnarsi, scomparire. Anzi: deve unirsi al coro d’esultanza, applaudire, sorridere. Chi non accetta, attenta alla democrazia e va ostracizzato. Ancora due schieramenti, come si vede, ma questa volta legittimi e indiscutibili, perché sono loro a imporli.

È indicativo che la Conferenza Episcopale Americana e Planned Parenthood esprimano la propria soddisfazione per la presunta vittoria elettorale della stessa persona. Questa unanimità di consensi ricorda l’appoggio entusiastico delle Logge massoniche in occasione dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, anch’essa significativamente non scevra dall’ombra di brogli in seno al Conclave e parimenti voluta dal deep state, come ben sappiamo dalle mail di John Podesta e dai legami di McCarrick e dei suoi colleghi con i Dem e con lo stesso Biden. Una bella compagnia, non c’è che dire.

Con queste parole è confermato e suggellato il pactum sceleris tra deep state e deep church, l’asservimento dei vertici della Gerarchia cattolica al Nuovo Ordine Mondiale, rinnegando l’insegnamento di Cristo e la dottrina della Chiesa. Prenderne atto è il primo, impreteribile passo per comprendere la complessità degli avvenimenti presenti e per considerarli in un’ottica soprannaturale, escatologica. Noi sappiamo, anzi crediamo fermamente che Cristo, unica vera Luce del mondo, ha già vinto le tenebre che lo oscurano.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

8 Novembre 2020, Dominica XXIII Post Pentecosten

US Election November 2020

The world in which we find ourselves living is, to use an expression from the Gospel, “in se divisum” (Mt 12:25). This division, it seems to me, consists of a split between reality and fiction: objective reality on one side, and the fiction of the media on the other. This certainly applies to the pandemic, which has been used as a tool of social engineering that is instrumental to the Great Reset, but it applies even more to the surreal American political situation, in which the evidence of a colossal electoral fraud is being censored by the media, which now proclaims Joe Biden’s victory as an accomplished fact.

The reality of Covid is blatantly in contrast with what the mainstream media wants us to believe, but this is not enough to dismantle the grotesque castle of falsehoods to which the majority of the population conforms with resignation. In a similar way, the reality of electoral fraud, of blatant violations of the rules and the systematic falsification of the results contrasts with the narrative given to us by the information giants, who say that Joe Biden is the new President of the United States, period. And so it must be: there are no alternatives, either to the supposed devastating fury of a seasonal flu that caused the same number of deaths as last year, or to the inevitability of the election of a candidate who is corrupt and subservient to the deep state. In fact, Biden has already promised to restore the lockdown.

Reality no longer matters: it is absolutely irrelevant when it stands between the conceived plan and its realization. Covid and Biden are two holograms, two artificial creations, ready to be adapted time and time again to contingent needs or respectively replaced when necessary with Covid-21 and Kamala Harris. The accusations of irresponsibility thrown at Trump supporters for holding rallies vanish as soon as Biden’s supporters gather in the streets, as has already happened for BLM demonstrations. What is criminal for some people is permitted for others: without explanations, without logic, without rationality. The mere fact of being on the left, of voting for Biden, of putting on the mask is a pass to do anything, while simply being on the right, voting for Trump or questioning the effectiveness of masks is sufficient reason for condemnation and an execution that does not require any evidence or a trial: they are ipso facto labeled as fascists, sovereignists, populists, deniers – and those labeled with these social stigmas are supposed to simply silently withdraw.

We thus return to that division between good people and evil people, that is ridiculed when it is used by one side – ours – and conversely held up as an incontestable postulate when used by our adversaries. We have seen this with the contemptuous comments responding to my words about the “children of Light” and the “children of darkness,” as if my “apocalyptic tones” were the fruit of a ravingly mad mind and not the simple observation of reality. But by disdainfully rejecting this Biblical division of humanity, they have actually confirmed it, restricting to themselves alone the right to give the stamp of social, political, and religious legitimacy.

They are the good ones, even if they support the killing of the innocent – and we are supposed to get over it. They are the ones supporting democracy, even if in order to win elections they must always resort to deception and fraud – even fraud that is blatantly evident. They are the defenders of freedom, even if they deprive us of it day after day. They are objective and honest, even if their corruption and their crimes are now obvious even to the blind. The dogma that they despise and deride in others is indisputable and incontrovertible when it is they who promote it.

But as I have said previously, they are forgetting a small detail, a particular that they cannot understand: the Truth exists in itself; it exists regardless of whether there is someone who believes it, because the Truth possesses in itself, ontologically, its own reason for validity. The Truth cannot be denied because it is an attribute of God; it is God Himself. And everything that is true participates in this primacy over lies. We can thus be theologically and philosophically certain that these deceptions’ hours are numbered, because it will be enough to shine light on them to make them collapse. Light and darkness, precisely. So let us allow light to be shed on the deceptions of Biden and the Democrats, without taking even one step back: the fraud that they have plotted against President Trump and against America will not remain standing for long, nor will the worldwide fraud of Covid, the responsibility of the Chinese dictatorship, the complicity of the corrupt and traitors, and the enslavement of the deep church. Tout se tient [Everything fits togetherhttps://catholicism.org/how-many-abortions-is-joe-biden-responsible-for.html“>Biden is avidly pro-abortion, a supporter of LGBT ideology and of anti-Catholic globalism. The Archbishop of Los Angeles, José H. Gomez, profaning the memory of the Cristeros martyrs of his native country, says bluntly: “The American people have spoken.” The frauds that have been denounced and widely proven matter little: the annoying formality of the vote of the people, albeit adulterated in a thousand ways, must now be considered to be concluded in favor of the standard-bearer of aligned, mainstream thought. We have read, not without retching, the posts of James Martin, S.J., and all those courtiers who are pawing to get on Biden’s chariot in order to share in his ephemeral triumph. Those who disagree, those who ask for clarity, those who have recourse to the law to see their rights protected do not have any legitimacy and must be silent, resign themselves, and disappear. Or rather: they must be “united” with the exultant choir, applaud and smile. Those who do not accept are threatening democracy and must be ostracized. As may be seen, there are still two sides, but this time they are legitimate and indisputable because it is they who impose them.

It is indicative that the U.S. Conference of Catholic Bishops and Planned Parenthood are both expressing their satisfaction for the presumed electoral victory of the same person. This unanimity of consensus recalls the enthusiastic support of the Masonic Lodges on the occasion of the election of Jorge Mario Bergoglio, which was also not free from the shadow of fraud within the Conclave and was equally desired by the deep state, as we know clearly from the emails of John Podesta and the ties of Theodore McCarrick and his colleagues with the Democrats and with Biden himself. A very nice little group of cronies, no doubt about it.

With these words of the USCCB the pactum sceleris [plot to commit a crime] between the deep state and the deep church is confirmed and sealed, the enslavement of the highest levels of the Catholic hierarchy to the New World Order, denying the teaching of Christ and the doctrine of the Church. Taking note of this is the first, imperative step in order to understand the complexity of the present events and consider them in a supernatural, eschatological perspective. We know, indeed we firmly believe, that Christ, the one true Light of the world, has already conquered the darkness that obscures it.

American Catholics must multiply their prayers and beg the Lord for a special protection for the President of the United States. I ask priests, especially during these days, to recite the Exorcism against Satan and the apostate angels, and to celebrate the Votive Mass Pro Defensione ab hostibus. Let us confidently ask for the intervention of the Blessed Virgin Mary, to whose Immaculate Heart we consecrate the United States of America and the entire world.

+ Carlo Maria Viganò, Archbishop

martedì 27 ottobre 2020

La storia segreta del SEALs Team Six

 




Il New York Times ha pubblicato un'inchiesta sull'unità d'élite della Marina americana che ha ucciso Osama bin Laden e di cui non si sa praticamente niente






Poco dopo la mezzanotte del 27 dicembre 2009 alcune decine di militari americani e soldati afghani addestrati dalla CIA scesero da un gruppo di elicotteri a pochi chilometri da Ghazi Khan, un paese sulle montagne sopra la valle del fiume Kunar, a poca distanza dal confine tra Afghanistan e Pakistan. Il gruppo era a caccia di un comandante anziano dei talebani, i ribelli islamisti che da anni combattono contro il governo afghano e contro gli Stati Uniti. Il gruppo arrivò a Ghazi Khan mentre era ancora buio e quando se ne andò dieci persone erano state uccise. Dopo la missione si scoprì che quella notte nessun comandante talebano si trovava nel villaggio e che otto delle persone uccise erano studenti iscritti alle scuole locali.

La storia di Ghazi Khan è solo una delle molte che riguardano il SEALs Team Six, un’unità segreta della Marina americana a cui il New York Times ha dedicato un lungo e dettagliato articolo. Racconta anche molti problemi a cui deve far fronte questo gruppo di uomini scelti: le missioni segrete insieme agli uomini della CIA, la caccia ai terroristi ricercati, gli incidenti, gli errori, l’uccisione di civili e infine la copertura che viene garantita ai membri dell’unità. Nessun militare americano è stato indagato o processato per le uccisioni di Ghazi Khan. Degli uomini che hanno preso parte all’operazione non si conoscono nemmeno i nomi.


In realtà non si conosce il nome di quasi nessuno degli uomini appartenenti al Team Six, esclusi quei pochi che hanno detto di averne fatto parte dopo esserne usciti. L’unità è diventata famosa nel mondo quando nel 2011 entrò segretamente in Pakistan e uccise Osama bin Laden nella sua residenza di Abbottabad. Oggi è probabilmente una delle unità militari più celebri al mondo. È un fatto bizzarro, considerato che la sua esistenza non è ufficialmente riconosciuta dall’amministrazione americana. Il Team Six è identificato soltanto con la sigla DEVGRU, un acronimo che indica il distaccamento della Marina militare degli Stati Uniti che opera agli ordini del JSCOM, il comando delle operazioni speciali incaricato di eliminare le cellule terroristiche in tutto il mondo. Ma l’esistenza del Team Six non è relegata a Hollywood o alle speculazioni dei teorici del complotto. Nel corso degli anni molti “operatori” – il termine con cui si identificano i soldati che partecipano alle missioni di combattimento – ufficiali e altro personale militare ne hanno ammesso l’esistenza e hanno parlato delle loro esperienze dentro l’unità. Di recente due ex membri hanno pubblicato libri sulle loro esperienze e in particolare sulla missione che ha portato all’uccisione di bin Laden. Altri hanno partecipato alla promozione di film o videogiochi, spesso procurandosi accuse ufficiali di aver rivelato informazioni sensibili. Molti sono stati intervistati dal New York Times per realizzare l’inchiesta pubblicata lo scorso 6 giugno.

Che cos’è il Team Six
Il Team Six riunisce alcuni dei migliori membri di un altro corpo speciale, i Navy SEALs. I “normali” SEALs – che in gergo militare vengono chiamati “white” o “vanilla” – sono il corpo speciale della Marina degli Stati Uniti, una formazione addestrata a compiere particolari operazioni, come infiltrarsi sulle spiagge nemiche prima dello sbarco delle forze principali o distruggere obiettivi sensibili dietro le linee nemiche. Dopo diversi anni passati nei SEALs, un operatore può chiedere di essere trasferito nell’élite dell’élite: il Team Six. Non esistono documenti ufficiali pubblici sull’unità, ma secondo il New York Times il Team Six è composto da circa 300 operatori e 1.500 uomini del personale di supporto (ufficiali, armieri, esperti di logistica o di esplosivi).

I SEALs hanno una fama di “teste calde” indisciplinate che risale quasi alla loro formazione, negli anni Sessanta. Il New York Times racconta di quando un ammiraglio venne portato a visitare un gruppo di SEALs che si stavano addestrando a bordo di una nave da crociera. L’ammiraglio venne accompagnato in un bar della nave e quando gli fu aperta le porta fu come se di colpo si fosse travato nel film “I pirati dei Caraibi”. I SEALs avevano capelli e barbe lunghe e incolte, orecchini e un aspetto decisamente poco militare. «E questi tizi dovrebbero far parte della mia Marina?», disse l’ammiraglio scandalizzato. I SEALs hanno una lunga storia di risse, incidenti d’auto ed episodi di ubriachezza durante i loro periodi di addestramento e riposo negli Stati Uniti, tutti episodi in genere insabbiati dalle autorità militari, scrive il New York Times. Negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate e oggi gli operatori SEALs sono in genere più anziani, maturi e disciplinati. Ma gli uomini dell’unità hanno mantenuto la fama di spacconi e teste calde, soprattutto a confronto del loro corrispettivo dell’esercito: la Delta Force, famosa per la sua disciplina e per seguire più scrupolosamente i regolamenti militari (è stata questa unità ad aver compiuto i recenti raid in Siria, come il fallito tentativo di liberare il giornalista Steven Sotloff).

Gli incidenti
Gran parte dell’articolo del New York Times è dedicato a raccontare una serie di episodi in cui, come durante la strage di Ghazi Khan, l’atteggiamento spericolato del Team Six ha portato a compiere azioni ai limiti della legalità. Un ex ufficiale di alto rango che ha preferito rimanere anonimo ha detto: «Se credo che cose spiacevoli siano accadute? Di sicuro. Se credo che siano state uccise più persone di quante avrebbero dovuto essere uccise? Di sicuro».

L’unità è stata impiegata soprattutto in Afghanistan dove cominciò a combattere nel 2001, quando dopo l’11 settembre gli Stati Uniti si impegnarono a rimuove il regime dei talebani con l’aiuto dell’Alleanza del Nord, un gruppo di milizie locali. All’inizio i SEALs furono schierati in maniera militarmente “tradizionale” per affrontare e sconfiggere le truppe dei talebani in una serie di scontri diretti. Il regime crollò in fretta e i talebani fuggirono in Pakistan o si mescolarono alla popolazione locale. Da allora l’unità ha cambiato il suo ruolo e la sua missione, fino a trasformarsi in quella che il New York Times ha definito una «macchina per la caccia all’uomo globale». Armati di fucili d’assalto e pistole silenziate, coltelli e persino tomahawk indiani realizzati dallo stesso armiere che ha lavorato al film “L’Ultimo dei Mohicani” – alcune di queste armi, scrive il New York Times, sono state usate in almeno un caso per uccidere un bersaglio – il Team Six ha portato avanti decine di operazioni di assassinii mirati in tutto il paese.

Il New York Times ha scritto che molto presto cominciarono a esserci più operatori disponibili che obiettivi da colpire. Così dai bersagli di alto livello appartenenti ad al Qaida e agli alti comandanti talebani, il Team Six passò a dare la caccia miliziani di livello intermedio, a quelli di basso livello fino al punto in cui, come ha raccontato un ex operatore: «Davamo la caccia ai banditi di strada». Più operazioni significavano anche più errori e più morti tra i civili. Fin dal 2002 l’ex presidente afghano Amid Karzai era scortato dagli uomini del Team Six, ma mano a mano che le operazioni speciali aumentavano così come gli incidenti e la rabbia della popolazione nei confronti dell’unità, Karzai decise di rinunciare alla loro protezione e divenne uno dei critici più duri dell’unità.

Le altre operazioni
Il Team Six ha spesso condotto le sue operazioni in Afghanistan e Pakistan insieme alla CIA in quello che il New York Times ha definito il “Programma Omega”, un piano studiato per portare avanti operazioni “negabili” dal governo, cioè che avrebbero potuto imbarazzare l’amministrazione se fosse stato scoperto che vi avevano preso parte unità militari americane. Ma l’unità ha anche compiuto operazioni di spionaggio, spesso senza sparare. In Yemen e Somalia, ad esempio, gli uomini dell’unità sono incaricati di sorvegliare bersagli di alto profilo, installare apparecchi di sorveglianza e non sono autorizzati a sparare se non per colpire bersagli estremamente importanti.

Un’altra attività centrale dell’unità è il recupero degli ostaggi che, scrive il New York Times, ha procurato al Team Six i suoi migliori successi e i suoi più umilianti fallimenti. Nel 2009 gli operatori del Team Six si lanciarono nel mezzo dell’Oceano indiano per salvare Richard Phillips, un capitano di nave sequestrato da alcuni pirati somali. I tre rapitori, chiusi insieme a Phillips in una piccola imbarcazione di salvataggio, furono tutti eliminati nel giro di una frazione di secondo dal fuoco coordinato di tre tiratori scelti dell’unità: è l’episodio raccontato dal film “Captain Phillips”.

Nel 2010 l’unità tentò di salvare Linda Norgrove, una cooperante internazionale di 36 anni ostaggio dei talebani. Durante l’operazione uno dei membri più giovani del gruppo si ritrovò con l’arma inceppata e, preso dal panico, lanciò una granata verso quelli che credeva essere due talebani nascosti in un fosso. Dopo l’operazione si scoprì che in quel fosso era nascosta Norgrove. Inizialmente i SEALs cercarono di coprire l’incidente sostenendo che Norgrove era stata uccisa dai talebani, ma un’inchiesta dimostrò come l’operatore aveva violato i protocolli da utilizzare durante i salvataggi di ostaggi. Il militare fu rimosso dall’unità ma gli venne permesso di rimanere all’interno dei SEALs. Il New York Times non cita alcun caso di operatori del Team Six processati per fatti compiuti in azione.

Fonte:https://www.ilpost.it/2015/06/07/seals-team-six/