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mercoledì 28 aprile 2021

Toscana degli anni 80: Il Mostro di Firenze è Zodiac.

 



Ecco l’inchiesta integrale dell’inviato di Tempi sul caso Mostro di Firenze. Tempi è in possesso delle soluzioni dei messaggi cifrati del Killer dello Zodiaco riguardanti la sua identità. La Procura di Firenze è informata.

Il guardone, i sardi e il contadino

Sant’Angelo è una frazione ai margini di Calenzano e Sesto Fiorentino: pochissime case circondate dai campi e dalle montagne. Non distante dalle abitazioni, in una traversa campestre dell’unica via che fa il giro della valle, un’iscrizione su una croce di pietra ricorda due nomi: Susanna Cambi e Stefano Baldi. Erano due ragazzi di Calenzano, soliti appartarsi la sera ai margini di un boschetto di olivi. La notte del 22 ottobre 1981 furono uccisi a colpi di pistola dall’uomo che è passato alla storia come il “Mostro di Firenze”, un brutale assassino che uccise a colpi di calibro 22 almeno sette coppie di giovani nelle campagne fiorentine fra il 1974 e il 1985.

Sono passati più di trent’anni da quei delitti, ma i fiori ai piedi della croce che ricorda Susanna e Stefano sono ancora freschi. «È bello che la gente non si sia dimenticata di Susanna e Stefano», commenta Edoardo Orlandi davanti al loro memoriale. Prima di diventare un criminologo dell’Università di Firenze, Orlandi era già uno studioso del caso “Mostro”. Come tutti i nati negli anni ’80, Orlandi è cresciuto in un ambiente in cui il serial killer è diventato parte integrante della storia della città attraverso i processi degli anni ’90. Nessuno dei quali arrivò ad alcuna verità definitiva sull’autore materiale dei delitti. «Pochissimi fiorentini credono che il Mostro sia mai stato realmente individuato», osserva Orlandi.

Pazzo e scaltro

Le forze dell’ordine non capiscono immediatamente di avere di fronte un serial killer. «Soltanto la mattina successiva al delitto di Calenzano – rammenta Orlandi – la gente fiorentina si rende conto che davvero c’è un maniaco omicida che va a caccia di coppiette appartate nelle notti senza luna. E stavolta l’assassino spaventa anche l’opinione pubblica toscana che, in maniera un po’ pittoresca, per sdrammatizzare, lo aveva battezzato “Cicci, il mostro di Scandicci”».

Dal 22 ottobre 1981, quello che pochi mesi prima sembrava essere stata l’opera di uno sbandato schizofrenico assume un nuovo significato. «Gli abitanti di Firenze si trovano di fronte a una persona socialmente organizzata, le cui turbe, per quanto gravi, gli permettono di agire in maniera fredda e lucida», spiega Orlandi. È un pazzo, ma non è uno schizofrenico. Gli inquirenti hanno ora di fronte qualcosa che in Italia, prima di allora, si era visto soltanto al cinema. Un serial killer “all’americana”. Una delle menti più scaltre che gli investigatori italiani si siano mai trovati a combattere e anche, sottolinea Orlandi, «uno dei pochissimi assassini seriali che abbiano avuto successo».


Dal giorno in cui compì il delitto di Calenzano e per cinque lunghi anni, il “maniaco” armato di torcia, pistola e coltello, che di familiare non aveva nulla né alle cronache fiorentine né a quelle italiane, diventò la notizia principale dei giornali locali.
Un killer “provinciale”

«Benché sia passato alla storia come il Mostro di Firenze – ricorda Orlandi – i delitti rivendicati dal maniaco omicida non avvennero mai in città, ma nei paesini che la circondano». Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano, Galluzzo, Vicchio, Baccaiano, Falciani. Questi i nomi dei luoghi del crimine scelti dal serial killer. «Si tratta di piccoli cortili, dove le chiacchiere sui delitti facevano velocemente il giro dei bar», racconta Orlandi. Creando non pochi problemi.

Il primo a pagare con la galera una parola di troppo fu Enzo Spalletti, guidatore di ambulanze. Spalletti praticava uno “sport” molto in voga nella provincia di Firenze degli anni ’80: spiare le coppiette appartate in auto. Durante la notte decine di persone si sparpagliavano nella campagna di Firenze, lungo i filari di cipressi, fra i boschi di acacia, armate di binocolo a infrarossi e microfoni, per osservare le coppiette che facevano l’amore in auto. Molti di loro, l’indomani, si ritrovavano nelle taverne del Chianti per scambiarsi fotografie e registrazioni audio.


«Spalletti la mattina del 7 giugno 1981 zappetta l’orto, poi va al bar, dove dice agli avventori di avere visto i corpi delle due vittime di Scandicci. Viene subito arrestato». Come va a finire? «Tre mesi dopo l’assassino colpisce di nuovo a Calenzano, portando alla liberazione di Spalletti e annunciando ai fiorentini: “Avete di fronte un vero serial killer, non un guardone”». Il Mostro continuerà a rivendicare la paternità dei crimini anche negli anni successivi, liberando con i suoi delitti, uno ad uno, tutti i sospettati. «Si fermerà soltanto nel 1985, quando in galera ormai non c’è più nessuno – osserva Orlandi – come a dire: “Non mi serve il vostro aiuto”».


La pistola

Nel 1989 si chiudono i conti con la cosiddetta “pista sarda”. Per sette anni i detective avevano seguito le tracce del Mostro a partire dai bossoli trovati nel 1982 in un faldone di un processo per un duplice omicidio maturato in ambiente sardo (Barbara Locci e Antonio Lo Bianco – 22 agosto 1968). I bossoli erano identici a quelli rinvenuti sulle scene del crimine del serial killer dal 1974 in poi. Ma per il delitto del 1968 esisteva già un colpevole, che era in carcere: il marito di Barbara Locci, Stefano Mele.


Si possono nutrire dubbi sulla paternità del crimine del 1968, «ma riguardo alla responsabilità di Mele – ricorda Orlandi – è un fatto che il marito della Locci fosse stato trovato con il grasso sulle mani, la mattina all’indomani del delitto. Mele – prosegue il criminologo – non ha mai saputo dare un motivo per quello che è apparso agli investigatori dell’epoca come un banale tentativo di ingannare il guanto di paraffina (test al quale Mele risultò comunque positivo)». Mele si addebitò il crimine, poi accusò i parenti. Alla fine fu condannato. Si pensò dunque che il serial killer potesse in qualche modo avere avuto accesso alla pistola usata nell’omicidio del 1968 e averla usata successivamente. Furono arrestati uno per uno tutte le persone che potevano avere partecipato al delitto del 1968: Francesco Vinci, Piero Mucciarini, Giovanni Mele. Fu arrestato con un’altra scusa anche Salvatore Vinci. Non si trovò nulla.
Dal vero Mostro a Pietro Pacciani

Chi è veramente il killer delle coppiette? Che personalità si nasconde dietro la maschera che veste con il suo pubblico? Il Mostro, secondo Orlandi, «molto probabilmente appare come una persona normale, altrimenti non si spiegherebbe perché non sia mai stato possibile individuarlo fino ad ora». «È una persona con due vite – chiarisce il criminologo -: in quella normale, è un cittadino come gli altri, in quella segreta è il maniaco delle notti senza luna». Forse questo è uno di quei rarissimi casi in cui i criminologi hanno realmente di fronte qualcuno che incarna il protagonista di Robert Louis Stevenson, il celebre “Dr Jekyll e Mr Hyde”. Nei suoi delitti, il Mostro sembra ostentare due facce: «Da una parte è la persona pratica, efficiente e scaltra, sicura di sé che non lascia tracce e indizi; dall’altra, è il maniaco che corre rischi altissimi, pur di rispettare i propri folli rituali e sfidare gli investigatori», dice Orlandi.


La perizia criminologica dell’equipe dell’Università di Modena stilata da Francesco De Fazio, Ivan Galliani, Salvatore Luberto nel 1984 descrive il Mostro come «metodico», «sistematico», «cauto», «astuto». I periti sottolineano però che il Mostro soffre di una patologia psichica grave, che raggiunge l’apice della fase acuta nel momento in cui uccide. «L’eccezionalità di questo serial killer – sottolinea Orlandi, parafrasando la perizia dell’Università di Modena – è che porta a termine i suoi agguati in una situazione di forte carica emotiva. Eppure, in questa fase di psicosi acuta, è capace di modulare la forza, avvicinarsi in silenzio alle vittime, mirare e colpirle, spostare i corpi e mutilarli. È riuscito anche a cambiare velocemente le armi e la torcia, al buio. Il tutto senza fare errori». «Il Mostro – conclude Orlandi – è un maniaco che si muove fra il Mugello e il Chianti con la stessa sicurezza di un sicario». Una persona distante anni luce dal risultato dello “screening” del “super-computer” con cui la Procura di Firenze guidata da Pier Luigi Vigna arriva al nome di Pietro Pacciani.


Dov’è finito il bottino del killer?

Nel 1990, la Squadra anti-Mostro (Sam) della Questura di Firenze sta ancora cercando l’autore dei sette duplici omicidi a sfondo maniacale avvenuti nelle campagne fiorentine fra il 1974 e il 1985. Qualche anno prima, in una lettera anonima, un presunto Mostro aveva avvertito gli inquirenti: «Non mi prenderete se io non vorrò… Sono molto vicino a voi». Autentica o no, la lettera confermava l’impressione degli agenti della Sam. Il killer era sempre stato un passo avanti a loro. Come se conoscesse in anticipo le loro mosse. D’altronde perché non erano riusciti a fermarlo né le finte coppiette di agenti né i blocchi della polizia e dei Carabinieri né le indagini né gli arresti? Che cosa aveva dato al Mostro la sicurezza di poter sfidare la città e la polizia, agendo sempre nello stesso periodo, ogni anno, per cinque anni consecutivi? In quale modo era riuscito a pianificare i suoi delitti in un territorio in massima allerta, cosparso dal Chianti al Mugello di eufemistici avvertimenti “Occhio, ragazzi: pericolo di aggressioni”? Come era stato possibile che, nonostante le precauzioni e le risorse impiegate, nonostante la taglia di 300 milioni di lire – l’unica mai emessa dallo Stato italiano – il killer l’avesse scampata?


Sicché, quando i fiorentini scoprono che l’indagato principale della Procura di Firenze è Pierino Pacciani, mestiere contadino, il «giovanotto fello» del quale cantava il menestrello Giubba nelle fiere di paese, la gente scuote il capo. Ci vorrà tutto l’impegno dei mass-media per far accettare a una più ampia minoranza di fiorentini che il Vampa – come era soprannominato in paese – sia l’assassino che aveva terrorizzato la città per un lustro e dal quale i cittadini si sentono ancora minacciati. Ma la Procura della Repubblica guidata da Pier Luigi Vigna ne è certa: il Mostro è lui.

Quando iniziano le indagini su Pacciani, Ruggero Perugini, capo della Sam è appena tornato da Quantico, sede del Behavioral Science Unit dell’Fbi – gli specialisti mondiali della disciplina “omicidi seriali”. Roy Hazelwood, guru dell’unità, aveva avvertito il detective italiano: «Se trovi questi ninnoli, significa che hai trovato l’assassino». Hazelwood aveva mostrato a Perugini alcuni oggetti che i criminali come il Mostro di Firenze custodiscono gelosamente. I criminologi lo definiscono “bottino”. Sono gli effetti personali delle vittime che i serial killer rubano per ricordare e rivendicare i propri omicidi.


Ad oggi, non è mai stato trovato nulla del genere, nella casa di Pacciani e di ogni altro sospettato.
La selezione

Era toccato al guardone, poi ai sardi. L’imputato, stavolta, era figlio e nipote di mezzadri. In paese, a San Casciano, per tutti era il Vampa. La sua faccia paonazza testimoniava che del freddo e scaltro serial killer, il contadino non aveva nulla. Uno dei testimoni, al processo, dirà di averlo scambiato per il dio Bacco, mentre serviva vino a una Festa dell’Unità degli anni ’80. Eppure l’accusa si era messa d’impegno per scovare qualcuno che raccontasse qualcosa di compatibile con il quadro accusatorio (un assassino seriale, calmo, lucido e soprattutto sobrio). Forse Pacciani terrorizzava qualcuno a San Casciano? Nemmeno questo. Si scoprì che il Vampa non le aveva soltanto date (le botte) ma ne aveva anche prese, e tante: una bastonata nel 1951 da Giampiero Vigilanti, ex legionario francese di Prato; molte borsettate da “Cinzia”, prostituta che batteva tra la Via Scopeti e la Cassia; qualche schiaffone dal guardiacaccia Gino Bruni, che Pacciani aveva minacciato con un forcone. Storie di paese, queste, che però appaiono più autentiche delle analisi “scientifiche” sulla personalità “segreta” di Pacciani che giravano sui giornali in epoca processuale.


L’ex Procuratore generale di Firenze, Piero Tony – che rappresentava l’accusa al processo d’appello sul Mostro – chiese l’assoluzione di Pacciani e la ottenne. Sulla colpevolezza del Vampa, vent’anni dopo, ha ancora la stessa idea che avevano di lui gli avvocati Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti: «Pacciani era un uomo che commise molti crimini nella sua vita, ma non era il Mostro», dice Tony.

L’ex Pg di Firenze ha sempre criticato il metodo che la Procura della Repubblica decise di utilizzare per arrivare all’identità del Mostro: «Il meccanismo per il quale si era rivolta l’attenzione su Pacciani – racconta Tony – fu il seguente: fra le tante cose, si presumeva che il serial killer avesse attirato l’attenzione di qualcuno; poi, che avesse la fedina penale sporca e che fosse residente nella provincia di Firenze». «Pacciani – prosegue l’ex procuratore – era stato segnalato da una lettera anonima, aveva precedenti penali (aveva ammazzato un uomo nel 1951 e aveva abusato per anni delle proprie figlie), abitava a San Casciano e non era in galera quando il Mostro aveva ucciso. Si dedusse quindi che Pacciani potesse essere il serial killer». «In verità, questo meccanismo – spiega Tony – non è stato pienamente rispettato.


Stando ai parametri che gli inquirenti si erano dati il nome di Pacciani doveva essere fuori dalla lista dei sospetti. Per due motivi: non rispettava – per niente – il profilo stilato dai criminologi; al tempo dei delitti non era in salute (aveva subito un infarto)».
Il colpo gobbo

Per qualche oscura ragione, il detto «contadino: scarpe grosse e cervello fino» fu sbandierato dalla stampa schierata con la Procura della Repubblica come un indizio di colpevolezza in un caso di omicidi seriali. Si dimenticava così che il sillogismo rendeva sospette tutte le persone con gli scarponi da lavoro e un quoziente intellettivo sopra la media. Non soltanto i contadini. Ma anche – per esempio – quell’uomo da cui Pacciani si sentiva “perseguitato”. Era costui «l’intellettuale con i piedi lunghi» che gli aveva impedito l’accesso alla casa di una vecchia chiromante del paese. Oppure l’uomo misterioso che lo pedinava negli incubi, il “generale della morte”. E anche il personaggio in abiti soldateschi e con i scarponi militari alla “Mickey Mouse”, che compariva in un disegno dell’artista cileno Christian Olivares, un bozzetto di una scenografia teatrale che per qualche strano motivo fu trovato nella casa del Vampa invece che negli studi del committente, il cineasta Raphael Ruiz.


Pacciani aveva ribattezzato l’opera di Olivares: “Sogno di Fantascienza, un’estate a San Casciano”. Vi aveva apposto la propria firma in calce e l’aveva messa sopra il caminetto in salone. Gli psicologi sentiti dalla Procura non videro in esso una denuncia al regime di Pinochet – cosa che in effetti era – ma l’opera di uno squilibrato, un maniaco sessuale affetto da gravissime turbe. Il critico Vittorio Sgarbi, sentito che la Procura di Firenze attribuiva al Vampa la mano di un seguace di Salvador Dalì, colse ovviamente la palla al balzo per una delle sue intemerate. Il vero autore – in esilio alle Canarie – mandò un fax a Repubblica, illustrando il senso del disegno agli psicologi. Era furibondo. Il Vampa si limitò ad alzare le spalle: «L’ho sempre detto che l’ho colorato e basta».

Agli inizi del 1993, nemmeno Perugini sembrava essere certo della colpevolezza di Pacciani. Mentre indagava sul contadino di San Casciano, il capo della Sam si era appellato pubblicamente a un serial killer ancora senza volto. Perugini gli aveva offerto una mano per «uscire dall’incubo». Come reagì all’appello, il Mostro? Pochi mesi dopo, in aprile, i detective durante una perquisizione trovarono un proiettile calibro 22 nell’orto del contadino di Pacciani. «Un chiodo gobbo?», chiese il Vampa, mentre Perugini gli mostrava il reperto. Non è un “chiodo”, ma un “colpo” gobbo. Lo era a tutti gli effetti. Era una cartuccia curva, deforme e simile a quelle che il Mostro aveva lasciato sulle scene del crimine. Era infilato in un paletto della vigna del contadino. Proprio nel punto di rottura di un paletto spezzato da meno di una settimana.


Bisognò arrivare al processo d’appello, tre anni più tardi, perché la Corte e la Procura fossero avvertiti informalmente dal perito della difesa, Enrico Manieri, che quel proiettile era un “falso”: era stato caricato su un’arma diversa da quella del killer. La conclusione era ovvia: qualcuno aveva voluto incastrare Pacciani.
«Una colonna infame»

«Prima del processo, ci arrivò anche una lettera anonima con allegata un’asta guida e molla di una Beretta – racconta Tony –. L’autore della missiva diceva che l’aveva sotterrata il Vampa, “un diavolo che incanta i bischeri in Tv”. Ma anche quello era un indizio di scarso valore, oltreché di dubbia provenienza».

A proposito di questo “regalo”, il presidente della Corte che assolse Pacciani in Appello, Francesco Ferri – uno di quei magistrati che anche ai tempi di Tangentopoli continuarono a ispirarsi alle lezioni di Alessandro Manzoni e dei fratelli Verri – osservò che, se l’asta guida e molla fosse stata uno dei 48 reperti della Beretta che Pacciani aveva sotterrato in vari punti della campagna, il pm Paolo Canessa e la sua squadra di investigatori avrebbero dovuto disseppellirne altri 47 prima di ottenere una prova intera. «Avete almeno trovato la mappa?», ironizzò Ferri.


Il quadro accusatorio che il pm Canessa aveva portato in Tribunale crollò pezzo dopo pezzo al processo d’appello. Fra i più importanti, c’era la testimonianza di Giuseppe Bevilacqua, un ex agente della «polizia criminale» e direttore del Cimitero Americano di Firenze, all’epoca dei delitti del Mostro.

Gli avvocati dell’Ambasciata degli Stati Uniti lo avevano messo in guardia sulla giustizia italiana. Joe, così si faceva chiamare, avrebbe potuto mettersi in un pasticcio. Godeva delle garanzie diplomatiche concesse per cortesia al personale tecnico della missione americana, perché rischiare? L’articolo di Repubblica “Pacciani era nel bosco” del 7 giugno 1994, a firma di Franca Selvatici, riporta oltretutto che il funzionario dell’American Battle Monuments Commission era molto indaffarato, il 6 giugno 1994. Nel giorno della sua deposizione, si sarebbe dovuto recare alla cerimonia del D-Day alla quale partecipava anche il presidente Bill Clinton.

Nonostante tutto, Bevilacqua decise di dare il suo contributo all’inchiesta sui delitti delle coppie.

“Joe” raccontò alla Corte con uno slang italo-americano ciò che aveva visto nei pressi della scena dell’ultimo crimine del serial killer, avvenuto fra il 6 e l’8 settembre 1985 in Via Scopeti, a San Casciano. Il luogo si trovava a 300 metri in linea d’aria dal cimitero, dove abitava.


Nella sua deposizione al processo Pacciani – la registrazione audio è disponibile su radioradicale.it – Bevilacqua sostiene di avere visto la vittima francese Nadine Mauriot con un «bikini nero» mentre prendeva il sole sotto i pini di Via Scopeti. La rivide di nuovo, il giorno successivo, nella piazzola dove sarebbe stata uccisa entro poche ore. Nello stesso lasso di tempo, poche centinaia di metri più in là avvistò un uomo che poi riconobbe in Pacciani. Camminava al limitare del bosco, vicino a un sentiero che conduceva alla scena del crimine. I cani, sostiene Bevilacqua, abbaiarono ferocemente, quella notte.

Il direttore del Cimitero Americano di Firenze dice di non conoscere Pacciani. Nasce così una diatriba sull’altezza del Vampa che porta a un confronto fra accusatore e accusato. I due vengono fatti accostare. Confabulano. La scena si conclude con le parole di stupore dell’avvocato Bevacqua: «Sono molto simili, signor presidente!». L’avvocato di Pacciani evidenzia quanto possa essere difficile distinguere sconosciuti che si assomigliano. Quando poi Bevilacqua insiste nel sostenere di aver saputo degli omicidi sin dalla mattina successiva del delitto (la notizia non era stata ancora diffusa) si ritiene che la memoria gli faccia difetto. La cosa finisce lì.


Dopo una prima condanna, il Vampa fu assolto: «Pacciani – scrive il giudice Ferri – vien condannato in primo grado senza le necessarie prove, sulla base di artifici dialettici, di palesi illogicità, di illazioni e di mere invettive».

Ferri si dimise da giudice in polemica con la magistratura, definendo l’intero processo Pacciani “una colonna infame”. L’assoluzione sarà annullata dalla Cassazione, ma il contadino morirà prima di un secondo processo d’appello, il 22 febbraio 1997.
PARTE II
I compagni di merende

Giancarlo Lotti, detto “Katanga”, non torna indietro, nemmeno quando sbaglia. Il fatto di non avere nemmeno la licenza elementare è uno dei motivi per cui deve elemosinare quotidianamente vitto e alloggio. Tuttavia a cinquant’anni dice ancora: «La scuola ‘un serve a niente». Lotti non tornerà ma indietro sulle sue decisioni, nemmeno sulla testimonianza sui presunti “mostri” di Firenze.

All’inizio del 1996, mente Pacciani sta per essere assolto, lo Stato – di solito assente – arriva a casa di Lotti (cioè dal prete che lo ospita) gli offre un vero alloggio e uno stipendio. In cambio, Katanga deve fare una sola cosa: diventare il famoso testimone che ha sconfitto il Mostro di Firenze. Lotti conosce Pacciani. Sa che è una persona violenta. E poi è avaro: non gli ha mai dato un quattrino in vita sua. È così che Lotti, il quale non ha un soldo né per la benzina né per il vino, accetta e inizia a “cantare”.


C’è una ragione per cui Katanga è il testimone Beta e non Alfa: la sua testimonianza è successiva a quella del suo amico di “girate”, Fernando Pucci. Il testimone Alfa, Pucci, è l’origine della teoria accusatoria dei “Compagni di merende”. Nel gennaio del 1996, Pucci aveva riferito alla squadra anti-Mostro guidata allora da Michele Giuttari che lui e il suo amico Lotti avevano visto Pacciani agli Scopeti, l’8 settembre 1985. Viaggiavano sull’auto (non assicurata) di Lotti. Si erano fermati alla piazzola dove erano i francesi per orinare, poi – racconta Pucci a processo – «si sentì uno, du spari, e s’andò a vedere che c’era». Nel video girato al processo, le immagini successive al momento in cui Pucci racconta questa storia, si soffermano sul suo amico Katanga, in Aula, che alza la mano e dice: «Quelle cose, le ho raccontate io a Fernando». La storia che Pucci ha appena raccontato è inventata: non era a Scopeti. E Pucci stesso conferma subito le parole dell’amico: «Sì, queste cose me le ha raccontate Lotti». Ormai è chiaro a tutta la Corte che il certificato di oligofrenia (ovvero demenza) della Regione Toscana che Pucci aveva esibito prima di testimoniare gli era stato dato per un motivo.


L’ex procuratore Tony commenta la decisione di portare a processo Alfa e Beta così: «Lasciamo perdere Pucci, che – poveretto – aveva una malattia mentale. Rammento però che quando venne fuori il nome di Lotti, il prete che lo aveva in carico chiamò in Procura per avvertirci di non ascoltarlo». Eppure sarà proprio lui, Beta, il pilastro (l’unico rimasto, dopo l’exploit di Alfa) della teoria dei cosiddetti “Compagni di merende”. Un gruppo composto dal contadino Pacciani, l’analfabeta Lotti e il postino Mario Vanni, detto Torsolo.

«Né Torsolo, né Katanga sapevano sparare», osserva Tony «e nessuno di loro aveva il fisico o la mente del serial killer. Nemmeno Pacciani». Nessuno di loro, il 9 settembre 1983, con una damigiana di vino rosso sullo stomaco e un cuore infartato, sarebbe mai riuscito con un solo caricatore a colpire a morte i due giovani tedeschi – Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch – al buio, e attraverso le lamiere di un pullmino Volkswagen.

«Lotti ha sbagliato più volte a ricostruire le dinamiche degli omicidi – conclude Tony –. Talvolta le sue menzogne sono odiosissime. Come quando sul delitto di Vicchio del 1984, nel quale persero la vita Pia Rontini e Claudio Stefanacci, racconta che la ragazza sia morta urlando e gemendo. Ma tutte le perizie dei medici legali dicono che Pia ha immediatamente perso conoscenza».

La prova scientifica delle menzogne di Lotti

«È un dato storico il fatto che nel processo ai “Compagni di merende” non ci fu una sola prova di colpevolezza che suffragasse le testimonianze di Lotti», racconta Nino Filastò, all’epoca avvocato di Mario Vanni. Anzi. Semmai ci sono le prove scientifiche del contrario. Una di queste, fu trovata da un certo “De Gothia”. Dietro a questo nickname si nascondeva un brillante “mostrologo” che per anni si è dedicato allo studio dei delitti del Mostro, divulgando le proprie indagini in pubblicazioni semi-clandestine sul web. De Gothia demolisce la testimonianza di Lotti partendo da un’immagine scattata da Ennio Macconi, fotografo de La Nazione, il 22 giugno 1982, all’indomani del delitto “numero 4” del Mostro. La fotografia immortala l’auto delle vittime, sotto sequestro nel parcheggio dei Carabinieri di Signa, e dimostra scientificamente che Lotti ha semplicemente “copiato” la versione degli inquirenti. Ma non ha visto nulla.

La Fiat 147 nella quale Paolo Mainardi e Antonella Migliorini furono uccisi nel 1982 era stata trovata dai soccorritori e dalle forze dell’ordine pochi minuti dopo il delitto, in un canaletto di scolo che fiancheggiava la strada, nella parte opposta a quella dove le vittime l’avevano parcheggiata. Lo sportello del guidatore era bloccato.


Gli inquirenti, la stampa e Lotti hanno sempre sostenuto che i “Compagni di merende” abbiano aggredito la coppia e, quindi, che Paolo, nel tentativo di fuggire, sia finito fuori strada in retromarcia con l’auto. Le cose non andarono così. De Gothia smonta puntualmente la ricostruzione ufficiale del delitto, sulla base della legge di gravità. Nella fotografia scattata da Macconi all’auto delle vittime appare nitidamente una colatura di sangue perpendicolare al terreno sulla parte inferiore dello sportello del guidatore, all’altezza della guarnizione. Il sangue è colato sulla carena mentre l’auto era in piano e lo sportello era aperto. L’auto però fu ritrovata in posizione obliqua e con lo sportello chiuso e bloccato. Siccome il sangue rapprende in sei lunghi minuti, le vittime non potevano che essere già ferite a morte quando il killer aveva richiuso la portiera dell’auto. Evidentemente, conclude De Gothia, era stato il Mostro, non Mainardi, a guidare l’auto fuori dalla piazzola, sbagliando manovra e finendo nel canaletto. Lanciare con rabbia le chiavi dell’auto e sprecare tre proiettili – come il Mostro fece – uno per fanale e uno sul parabrezza, dopo un simile scivolone, era sicuramente più logico che farlo prima di avere ammazzato i due ragazzi.


Lotti ha mentito. Questa è una prova scientifica. Non opinabile come lo erano, a parere della Corte, le altre sei testimonianze di quella sera che contraddicono la versione del testimone Beta.
Il parco macchine dei “Compagni di merende”

Stando alle parole di Lotti, lui e i suoi conoscenti si spostavano per le stradine del Mugello e del Chianti con un intero parco macchine, per pianificare e portare a termine i loro delitti. «Secondo Lotti, la sera del 19 giugno del 1982 avrebbero parcheggiato due automobili lungo il rettilineo di Via Virginio Nuova», racconta Francesco Cappelletti, scrittore e specialista del caso Mostro, «ma nessuno le ha viste. Come è possibile?».

Via Virginio è una striscia d’asfalto che si snoda per chilometri nelle campagne del Chianti. Il punto dove fu ritrovata l’auto di Mainardi è al centro di un tratto lungo centinaia di metri e senza traverse, a parte una vicolo chiuso. «Eppure», commenta Cappelletti, «furono ben cinque i testimoni oculari che, quella sera, non videro né “Compagni di merende”». «I testimoni – prosegue lo scrittore – procedevano sulle loro automobili in direzione opposta lungo il rettilineo. Notarono la Fiat 147 delle vittime prima e dopo che fosse finita nel canaletto, ma non i due veicoli citati da Lotti. L’intervallo delle testimonianze è di pochi minuti. Se nessuno di loro ha visto uno dei Compagni di merende, né ha mai incrociato una delle loro automobili, è perché Lotti ha mentito».


A suffragare il fatto che Lotti abbia raccontato una grossa frottola, oltre alla forza di gravità e agli occhi dei cinque ragazzi che quella sera videro la scena del crimine prima e dopo lo “spostamento”, c’è un sesto testimone, Lorenzo Allegranti, il barelliere che quella notte soccorse le due vittime. Allegranti ha sempre sostenuto che il ragazzo agonizzante si trovasse sul sedile posteriore e non su quello anteriore dell’auto, dove invece avrebbe dovuto trovarsi, secondo il racconto di Lotti. La testimonianza di Allegranti fu ignorata dalla Corte. Contro il parere della Procura generale guidata da Piero Tony (cioè l’accusa), la sentenza definitiva del Tribunale di Firenze trasformò il serial killer delle coppie, solitario, freddo e calcolatore, che sfidava con successo la polizia, in una grottesca combinazione fra l’”anima nera”, colta e secolare di Firenze, e una combriccola di avventori della Taverna del Diavolo di Scandicci che uccideva su commissione di una corrente deviata di una loggia massonica.

Dal singolo assassino su cui tutta la scienza criminologica puntava (e punta) il dito, si era passati via via a una comunità di peccatori più grande, senza mai arrivare al colpevole. Non è un caso che l’unica verità processuale esistente – ad oggi – è che non esiste alcun colpevole materiale dei delitti addebitati al Mostro di Firenze. «Il serial killer, se è vivo, è ancora in libertà», commenta Cappelletti.

Il delitto degli Scopeti

Cappelletti elenca una serie di circostanze che portano a riflettere sugli errori di Carabinieri e polizia e sulla reale identità del serial killer. Non c’è alcuna verità processuale su tre dei suoi duplici omicidi. Soltanto Vanni e Lotti, complici di un sospetto Mostro, Pacciani, vennero condannati per i restanti. Per questa ragione, l’inchiesta non è mai stata chiusa. L’ultima notizia risale al luglio 2017, quando fu reso noto che un esposto in Procura avesse portato gli inquirenti guidati dal Sostituto Procuratore di Firenze Luca Turco a mettere sott’occhio l’ex legionario francese Giampiero Vigilanti e alcune sue amicizie.

Cappelletti elenca una serie di circostanze che portano a riflettere sugli errori di Carabinieri e Polizia e sulla reale identità del serial killer. Un esposto in Procura riguardo a quest’ultimo delitto è alla base della riapertura dell’inchiesta sul Mostro, dal giugno del 2017, che ha portato gli inquirenti guidati dal Sostituto Procuratore di Firenze Paolo Turco e la sua squadra di investigatori a mettere sott’occhio l’ex legionario francese Giampiero Vigilanti e alcune sue amicizie.

«L’ultimo delitto del Mostro – spiega Cappelletti – è importantissimo per le indagini. Oltre ad essere l’ultimo delitto “ufficiale” del serial killer, è anche l’unico duplice omicidio in cui l’assassino ha nascosto le vittime, invece di ostentarle. Perché?». Non è l’unica domanda che riguarda le anomalie del delitto degli Scopeti.


«Nadine Mauriot era una donna sulla trentina, benestante. Jean-Michel un ragazzo più giovane di lei, che amava l’avventura e suonare la batteria. Quando arrivarono a Scopeti il 6 settembre 1985, decisero di piantare la tenda lì. Per quale motivo? Avevano incontrato qualcuno? Cosa avrebbero potuto visitare, lì?»
Le uniche due attrazioni accessibili velocemente – usando l’automobile – dalla piazzola dove i francesi avevano piantato la tenda erano il Cimitero monumentale americano e la casa dove Machiavelli scrisse il Principe. Per visitarle sarebbe bastato loro un giorno.

«Senza alcun motivo apparente Nadine e Jean-Michel, sono rimasti per ben tre giorni in una piazzola sporca, di fianco a una strada trafficata e distante svariati chilometri da Firenze», commenta Cappelletti: «Perché?». La risposta a questo quesito potrebbe essere la chiave della soluzione del caso.
Mosche e scontrini

Cappelletti nota che non fu trovato nessuno degli oggetti per la toilette delle vittime, nella tenda e nell’auto. «Dai verbali non risultano repertate né bottiglie d’acqua né cibo. Nessun dentifricio o spazzolino. Non avevano né sapone né deodorante», commenta Cappelletti.

Che Nadine fosse una persona pulita lo dimostrano le sette mutandine che i Carabinieri elencano fra i suoi effetti personali. Più di una per ogni giorno del suo viaggio in Italia con Jean-Michel. Possibile che si fosse dimenticata il necessaire per lavarsi e non l’avesse comprato? A meno di una svista clamorosa dei Carabinieri (o di un segreto investigativo) il killer portò via ogni possibile elemento che potesse far risalire con certezza al giorno dell’omicidio «Collima con l’occultamento dei corpi delle vittime», spiega Cappelletti.


A conferma dell’astuzia del Mostro c’è il fatto che nonostante sulla scena del crimine del 1985 per la prima volta fosse intervenuto uno specialista, il professor Francesco De Fazio, l’assassino riuscì effettivamente nell’intento di ingannare gli inquirenti (e il “testimone” Lotti). «Una recente inchiesta del giornalista Paolo Cochi, basata sulle osservazioni di esperti entomologici, ha dimostrato tramite lo studio delle larve di mosca carnaria fotografate sui cadaveri delle vittime a pochi giorni dal ritrovamento che la data dell’omicidio di Scopeti è quasi sicuramente sbagliata. Nadine e Jean-Michel non furono uccisi l’8 settembre – come sostenevano l’accusa e Lotti nel processo ai “Compagni di merende” – ma uno o addirittura due giorni prima».

«L’ipotesi – conclude Cappelletti – è suffragata dagli scontrini ritrovati fra gli effetti personali dei francesi. Ne sono stati ritrovati molti, uno per ogni giorno del loro viaggio in Italia. I più recenti attestano la loro presenza la mattina del venerdì a Tirrenia, al ristorante La Terrazza, e poi a Pisa. Non è stato trovato alcuno scontrino risalente a sabato e a domenica». Forse perché, la mattina di sabato 7 settembre, Nadine e Jean-Michel erano già morti.

«Veniva dall’America»

30 giugno 2003. Di fole sul Mostro se ne sono sentite tante. Le bugie del testimone Beta sono arrivate a toccare il farmacista di San Casciano Francesco Calamandrei, che in quei giorni è sotto inchiesta come fantomatico “mandante” dei Compagni di merende. Cadranno tutte le accuse, ma l’assoluzione definitiva non farà molto rumore.

Vanni non ha mai parlato del Mostro, in un’aula di tribunale. Al processo, si era limitato a professare la propria innocenza e a mandare a quel paese i giudici e i Pm, appellandosi prima a Mussolini e poi a Gesù Cristo. Quando conversa con Nesi, l’ex impiegato delle Poste di San Casciano è già condannato in via definitiva. Non ha alcuna ragione per mentire. Parlando con il suo amico (il quale cerca di fargli ammettere che il Mostro è Pacciani) Vanni a un certo punto esplode con un: «Ma non è stato Pacciani!». Torsolo difende con decisione il Vampa. Nesi è sorpreso. Poi al postino sfugge un’informazione che non si era mai sentita prima di allora. Dice: «È stato nero, Ulisse, l’americano. È stato lui che li ha ammazzati tutti e 16, quella belva feroce». Nesi è sconcertato: «Storie da grand’hotel». Ma Vanni rincara: «È vero: veniva dall’America».


Il pm Paolo Canessa dovrebbe fare un salto sulla sedia quando sente questa registrazione. La memoria degli inquirenti torna in un lampo al delitto di Calenzano del 22 ottobre 1981, a quei giorni in cui per la prima volta le cronache italiane sono contraddistinte dal vocabolo “serial killer”. Ricordano l’esclamazione di un anonimo detective: «Questa è un’americanata!». Canessa chiede a Nesi di approfondire. Il postino non aggiunge nulla di più. Se ha accusato Ulisse, lo ha fatto perché non sapeva di essere intercettato. Quando al processo a Calamandrei l’accusa gli domanderà del misterioso americano, Vanni ripeterà la stessa storia, senza dire altro. All’indomani delle intercettazioni, la squadra di polizia capitanata da Michele Giuttari aveva interrogato una conoscente di Lotti, la mondana Patrizia Ghiribelli, e aveva ritenuto che l’americano di cui parlava Vanni fosse Mario Parker, un fashion designer gay di colore residente in Via dei Giogoli a Villa “La Sfacciata”. «Lo chiamavano “Uly”», aveva raccontato la ben poco attendibile Ghiribelli.

All’indomani delle intercettazioni, la squadra di polizia capitanata da Michele Giuttari interroga una conoscente di Lotti, la mondana Patrizia Ghiribelli, e ritiene che l’americano di cui parla Vanni possa essere Mario Parker, un fashion designer gay di colore che soggiornò in Via dei Giogoli, nella depandance di Villa “La Sfacciata”. «Lo chiamavano “Uly”», racconta la ben poco attendibile Ghiribelli.


Passano gli anni, i presunti “mandanti” dei Compagni di merende vengono assolti, ma l’idea che il quadro accusatorio sia più o meno esatto resiste. Il giornalista Mario Spezi – cronista della Nazione che aveva seguito il caso del maniaco fiorentino sin dagli anni ‘80 – finisce addirittura in prigione, accusato di «depistaggio». Nelle librerie, in televisione, sui giornali italiani, la vulgata vuole che il Mostro e i Compagni di merende siano la stessa cosa. Solo alcuni cittadini ed esperti insistono nel rifiutare questa “verità” ufficiale.
PARTE III
Ulisse


Nel 2016 la Radford University ha calcolato che la maggior parte dei serial killer ha un’intelligenza sopra la media e che il 67,58 per cento di loro ha un passaporto statunitense. È un fatto che il Mostro sia uno dei pochi serial killer che abbia preso di mira le coppie appartate, un caso raro, se non unico, in un Paese mediterraneo. E fu proprio questo il principale problema posto agli investigatori dai delitti del serial killer. Un’anomalia enorme, sottolinearono all’unisono i criminologi che si occuparono per primi del caso. L’antropologo Tullio Seppilli, intervistato poco dopo il secondo duplice omicidio, ascrisse il delitto a una matrice «anglosassone». Notizie sui maniaci delle coppiette si incontrano scorrendo le cronache degli Stati Uniti e dei Paesi nordici europei. Non quelle italiane, a eccezione del Mostro. Che cosa c’entra un “lovers’ lane killer” con Firenze? Vanni aveva raccontato qualcosa di inedito, ma coerente con l’anomalia riscontrata. Chi poteva essere “l’uomo del bosco” che si presentò a Pacciani come Ulisse?


Il mito racconta che l’eroe dell’Odissea di Omero, re dell’isola di Itaca, abbia portato le truppe greche alla vittoria contro la città di Troia grazie a un trucco. Con l’aiuto della dea Atena, lo “scaltro Odisseo” aveva ideato e fatto costruire – racconta Omero – un enorme cavallo di legno in onore dei nemici troiani. I greci avevano simulato una resa. Gli abitanti della città rallegrandosi dell’apparente vittoria, portarono all’interno delle mura il cavallo, non sapendo che nascondesse all’interno i soldati greci. Troia fu distrutta. Vinta la guerra – nel secondo volume dedicato alle sue gesta – l’eroe di Itaca affronta insieme ai suoi uomini un lungo viaggio costellato di disavventure per tornare in patria, perseguitato dall’ira di Poseidone, fratello di Zeus e dio degli abissi marini. Giunto a casa, Ulisse massacra i “proci” che insidiavano l’amata moglie Penelope. Finalmente la famiglia è riunita.

Non è spiegabile come l’opera di Omero possa essere entrata a far parte delle cronache dei “Compagni di merende”, se non perché l’episodio narrato da Vanni è vero. Quello che sconcerta del suo racconto, oltre al fatto che sia congruo con le prime impressioni degli investigatori e con le deduzioni dei criminologi, è che fra i nomignoli dei semi-analfabeti che componevano il gruppetto dei compagni di “girate” (e non solo di “merende”) di San Casciano – Vampa, Torsolo e Katanga – il nome di Ulisse spicca come un cuculo in un nido di passeri. Non può essere una loro invenzione.


Nella storia apparentemente sconclusionata di Vanni, Ulisse, dopo avere incontrato Pacciani nel bosco e avergli confessato di essere l’autentico serial killer di Firenze, avrebbe consegnato la pistola – la famosa Beretta – al «Procuratore che conta» e poi si sarebbe suicidato. Riascoltando le intercettazioni, le domande che negli anni si sono fatti gli inquirenti sono pressapoco le seguenti: perché Pacciani non aveva mai parlato di questa storia? Per paura? Di cosa? Se Ulisse era morto, perché nessuno aveva mai raccontato nulla agli inquirenti?

La verità è che in quel bosco di San Casciano, alla periferia di Firenze, il Vampa doveva essersi reso conto di avere fatto la conoscenza con l’uomo più terribile, folle e astuto che avesse mai incontrato nella sua esistenza. Un uomo che incarnava il “Male” con la maiuscola, secondo il contadino. Nessuno avrebbe mai creduto al Vampa, se avesse raccontato quella storia, a parte il suo amico Torsolo, a cui forse non disse tutta la verità. Quale poteva essere l’obiettivo di Pacciani? Se si pensa che per scagionare Pacciani sarebbe bastato un bossolo firmato dalla pistola del Mostro spedito alla Procura, è possibile ipotizzare che questo fosse l’obiettivo del contadino, chiedere aiuto a Ulisse in cambio del suo silenzio.


Sarebbe tutto filato liscio, per Ulisse, se alla fine il postino di San Casciano non avesse cantato e se non fosse stato individuato. Ma nemmeno l’americano – con la sua intelligenza – avrebbe potuto sapere quarant’anni fa che una legge del suo Governo avrebbe obbligato l’Fbi e gli uffici di polizia americani a rendere pubblici migliaia di documenti, pagine e pagine di investigazioni che risalivano fino ai suoi primi anni di attività negli anni Sessanta. Non poteva prevedere nemmeno l’avvento di internet, grazie al quale quelle informazioni sarebbero state rese immediatamente disponibili a milioni di persone. Ulisse non poteva sapere che dagli inizi degli anni 2000, decine di siti web avrebbero iniziato a condividere documenti, a pubblicare verbali e atti processuali, come, per esempio, da anni fa il sito insufficienzadiprove.blogspot.com sul caso Mostro.

Ulisse se lo augurava, ma non poteva saperlo, che la sua fama sarebbe diventata mondiale e che il libro che nel 1986 rese celebre un quasi anonimo vignettista del San Francisco Chronicle, Robert Graysmith, sarebbe diventato vent’anni più tardi un film mondiale di successo. Una pellicola diretta dal Golden Globe David Fincher che avrebbe portato migliaia di persone ad appassionarsi ai suoi enigmi e a mettersi sulle sue tracce.


Ulisse, nero, l’americano, Zodiac tutto questo non poteva saperlo. E non poteva prevedere che, ironia della sorte, sarebbe stato un postino a incastrarlo.
Una maschera dietro a una maschera

«Signed your truley: he plunged himself into the billowy wave and an echo arose from the suicides grave: titwillo, titwillo, tiwillo». “Si tuffò nell’onda ondosa e un’eco emerse dalla tomba del suicida” è una strofa su un annegamento tratta dall’opera“Mikado”di W.S. Gilbert e Arthur Sullivan. Si trova in una lettera che il serial killer noto al mondo come “Zodiac” ha inviato al direttore del San Francisco Chronicle, il 24 gennaio 1974. Il brano del “Mikado” segue la dicitura “il sinceramente vostro”. Che cosa avrà voluto dire? Né al Chronicle né al Department of Justice sanno che l’uomo che da sei anni rivendica i propri omicidi via lettera sta per dire addio alle “scene” americane.

Del Killer dello Zodiaco – come è impropriamente chiamato in Italia – si possono dire molte cose, tranne che non avesse fatto l’inimmaginabile per la fama. A partire dal 1969, l’assassino seriale che aveva copiato la sua firma comprensiva di croce celtica da una marca di orologi per subacquei, la Zodiac, inviò un diluvio di lettere cupe e sarcastiche, terrorizzando gli abitanti della Bay Area di San Francisco con minacce e indovinelli sinistri pubblicati sulle gazzette locali. «This is the Zodiac speaking» , “Qui è Zodiac che parla” si annuncia in tutte le sue lettere ufficiali, ad esclusione della prima e dell’ultima. Misspelling ed errori grammaticali facevano parte del suo stile letterario, sarcastico e cupo. «L’ho sempre detto che sono crack-proof» ironizzava il criminale nel 1971, quando nessuno era ancora riuscito a decifrare la sua identità. All’epoca, sosteneva di avere già ucciso 17 persone. Sicuramente aveva aggredito tre coppie di giovani, una ragazza e un tassista. Sei erano i morti accertati.


Quando tutto ebbe inizio, il 31 luglio 1969, ai giornalisti del San Francisco Chronicle, del San Francisco Examiner e del Vallejo Times Herald appariva poco credibile quell’assassino che nelle sue lettere minacciava di uccidere qualcuno se non gli avessero dato la prima pagina. Per provare di avere ucciso «la coppia di ragazzi al Lake Herman il 20 dicembre scorso e la ragazza al Golf Club a Vallejo il 4 luglio», l’autore della lettera aveva riportato «alcune cose che solo io e la polizia sappiamo…». Il killer pretendeva che i quotidiani pubblicassero anche un suo testo cifrato, altrimenti sarebbe andato «in giro a togliere di mezzo i vagabondi o le coppie appartate, poi proseguirò ammazzando altri, sino a quando non avrò ucciso una dozzina di persone».

Alla fine, si dimostrò che l’autore delle lettere non mentiva sulle rivendicazioni. Era veramente l’autore dei due agguati alle coppie di teenager a Vallejo. Nelle tre parti di codice inviate ai tre quotidiani – decifrate da due insegnanti, i coniugi Donald e Bettye Harden – il killer sosteneva che fosse «molto divertente» uccidere essere umani e sosteneva che le sue vittime lo avrebbero servito in «paradiso». Gli ultimi 18 caratteri del testo non furono decifrati.


Alla fine del 1969, per impedire che imitatori cercassero di rubargli la gloria, Zodiac allegò alcune prove del suo ultimo delitto.
La sfida

L’apice del confronto fra Zodiac e chi gli dava la caccia fu raggiunto l’11 ottobre del 1969, quando in una ricca zona residenziale in pieno centro di San Francisco, dopo avere ucciso con un colpo di pistola alla nuca il tassista Paul Stine, il killer si prese del tempo per tagliare la camicia della vittima e allontanarsi lentamente dalla scena del crimine, in Washington Street. Non passarono nemmeno due minuti. Un uomo con la corporatura robusta, lo stomaco prominente e una faccia sulla quale spiccavano occhiali a montatura spessa – una faccia che, in seguito, fu definita “normale” dai testimoni – venne fermato da una volante della polizia a sirene spiegate.

Un agente dell’Sfpd gli chiese se avesse visto una persona dall’apparenza sospetta, armata, correre da qualche parte negli ultimi cinque minuti. L’uomo rispose qualcosa come: «Certo, è andato di là». Accadde quello che di norma si vede nei film: i poliziotti ringraziarono il serial killer per le indicazioni e si lanciarono all’inseguimento di un fantasma. L’uomo “normale” continuò a camminare lentamente, scomparendo nel parco della base militare del Presidio, «per non essere più visto».


Quando Zodiac, si tolse la parrucca castano-rossiccia, portava ancora con sé il brandello di camicia insanguinata di Paul Stine, che poi avrebbe inviato al Chronicle. L’aneddoto è Zodiac stesso a riportarlo. La polizia conferma l’episodio. Gli agenti si giustificano dicendo che «la descrizione diramata alla radio era quella di un uomo nero». Da allora è un inseguimento che non ha ancora concluso.

Per guadagnare la prima pagina, Zodiac si spinge ancora più in là, minacciando di far saltare uno scuolabus con una bomba. Poi, attorno al 20 dicembre, qualcuno che dice di essere Zodiac telefona a casa dell’avvocato Melvin Belli chiedendo di lui, ma non lo trova. «Non posso aspettare – spiega l’assassino alla segretaria di Belli – oggi è il mio compleanno». Alza il livello della sfida sino a invitare i «maiali» dell’Sfpd a decifrare i 13 simboli con cui era composto il suo nome. Le sue uniche “impronte digitali” lasciate sulla corrispondenza sono il suo sarcasmo, la sua perfidia, gli errori ortografici strani, come “cid” al posto di “kid” (bambino), e le parole in cui è contestuale la presenza del trattino e di una doppia consonante mancante (disap-eared, dif-icult, discon-ect).


Per trovare Zodiac, molte agenzie sono chiamate a collaborare al caso, vengono scandagliate le vite di centinaia di persone. Di concreto i detective hanno i suoi identikit, le sue lettere e, forse, alcune impronte parziali di palmi di mano. È molto probabile che Zodiac abbia trascorsi militari. I suoi messaggi cifrati? Eccetto il primo, non hanno trovato alcuna soluzione. Il killer non ha lasciato tracce o indizi sulle scene del crimine che possano portare alla sua identificazione, a parte le impronte parziali di una mano, di uno scarpone militare con suola lunga 30 cm. A Vallejo, San Francisco, sul Lake Berryessa, è stato visto. I testimoni oculari divergono solo sul colore dei capelli: castano quasi biondi, castano scuri, rossi. Viene descritto come un uomo sul metro e 72 centimetri, con un grosso stomaco. A San Francisco e soprattutto sul Lake Berryessa, dove ha agito in pieno giorno, però ci sono le testimonianze oculari. In entrambi gli identikit corrispondono, fatta eccezione per i capelli. A Napa lo descrivevano come una persona robusta, alto circa 1 metro e 80 centimetri, con un grosso stomaco e con i capelli scuri, con una riga sul lato sinistro.


Nel 1974, sulle tracce di Zodiac ci sono gli sceriffi di tre contee e i dipartimenti di polizia di due città, il Dipartimento di Giustizia, il giornalista del Chronicle Paul Avery e il vignettista Robert Graysmith. Zodiac ha ottenuto quello che vuole: la fama.

Nel 1971 il killer della Bay Area era già diventato “Scorpio”, in un film dell’ispettore Callaghan, Dirty Harry. Hollywood già lo aveva ad archetipo del serial killer enigmatico. Scaltrezza, intelligenza e sangue freddo facevano in lui da contraltare alla vigliaccheria e alla malvagità dei suoi crimini. Era il “malvagio” perfetto.

Una personalità fitta di aculei velenosi, quella di Zodiac, che aveva mostrato poche sfumature di umanità: la passione per le sfide e per i libri, per esempio. Il suo ultimo “conteggio dei morti” si attesta a 37 vittime rivendicate. Nella primavera del 1974, manda ancora due lettere sarcastiche, firmate come anonimo “cittadino” e “amico”. È un super-ricercato. Sparisce. Non è morto. Non è in galera. Non si è pentito. Ha cambiato nazione.
Due killer, una persona sola

Quando la mattina del 15 settembre 1974, alle Fontanine di Rabatta, una piazzola a migliaia di chilometri di distanza dalla west coast americana, i Carabinieri si trovano di fronte ai corpi di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, nessuno sa ancora che l’autore del delitto è un serial killer. I fori della calibro 22 che l’uomo ha usato per esplodere i colpi sui teenager sono così piccoli da far pensare a un punteruolo. La ragazza, sopravvissuta ai proiettili, è stata uccisa con quattro coltellate. Il suo corpo, poi, è stato martoriato novanta volte con la punta della lama. La violenza usata nei suoi confronti è tale da far pensare in un primo momento a un delitto passionale. Poi però si scopre che, di quelle coltellate, la maggior parte sono superficiali. Non è ira. È in uno stato di psicosi acuta che il killer, dopo avere ucciso Stefania, l’ha spogliata, ha trafitto più volte il suo corpo con la lama e lo ha lasciato nudo sul prato, con le gambe divaricate e un tralcio di vite nella vagina. Il maniaco ha ripiegato i suoi vestiti, come se fossero gli abiti apparentemente ritirati in lavanderia quel giorno da Pasquale, e li ha lasciati a qualche metro di distanza dal corpo di Stefania.


Quel killer sette anni più tardi diventerà il “Mostro di Firenze”.

«I spray them like it was a water hose». “Li ho innaffiati come se impugnassi il manicotto di una canna” scriveva Zodiac il 4 agosto 1969 al San Francisco Chronicle. Come Zodiac, anche il Mostro spara alle vittime prendendo di mira prima l’uomo. Se le cose andarono come gli inquirenti hanno ricostruito, il serial killer italiano avrebbe avuto anche l’occasione, nel 1985, di dimostrare che non sparava “a caso” ma che “voleva” sparare in quel modo. Centrò infatti al buio e da vari metri di distanza Jean-Michel Kraveichvili, la giovane vittima francese, mentre stava scappando.

Non è solo il metodo di sparo ad accomunare i due serial killer. Aprendo il libro Zodiac di Robert Graysmith, nelle pagine finali dedicate al modus operandi del killer californiano, si può verificare quanto sia difficile distinguerli. Si legge infatti – in inglese, perché il libro non è mai stato tradotto in italiano – che l’assassino seriale americano uccideva preferibilmente coppie appartate, nei weekend o nei giorni festivi, prima di mezzanotte, nelle sere di novilunio, con pistole calibro 9 mm e .22.. Nel kit aveva un coltello e una torcia. Il Mostro che fa? Usa un kit identico a quello di Zodiac e fa le stesse cose, prende di mira le stesse vittime, allo stesso modo. L’unica eccezione sono le mutilazioni ai genitali delle vittime femminili da parte del Mostro. Ma non è propriamente un’eccezione, si scoprirà.


Alle Fontanine nel Mugello, così come a Lake Berryessa e a Riverside in California, anche le ferite d’arma bianca raccontano la stessa storia: i due killer hanno inflitto sulle vittime femminili numerose ferite d’arma bianca di pochi centimetri di profondità. Le tre perizie – che sinora non sono mai stata comparate – su Chery Jo Bates, Cecilia Ann Sheppard e Stefania Pettini parlano tutte di numerosi tagli “superficiali”. Molte delle ferite sulle vittime americane hanno una profondità di non più di uno o due centimetri. Riguardo alla Pettini, De Fazio si spinge a paragonare le decine di coltellate superficiali inflitte dall’assassino come a un tentativo di «saggiare la resistenza della carne».

Dal 1981 il Mostro inizierà a mutilare il corpo delle ragazze. Non si sa se Zodiac, in quanto tale, abbia mai mutilato una vittima. Non si sa. È vero semmai che il Mostro abbia portato a compimento la minaccia che fece Zodiac, a Riverside, in una lettera del 29 novembre 1966 inviata al giornale locale e al capo della Polizia: «Taglierò le sue parti femminili e le lascerò per tutta la città».


Infine Zodiac e il Mostro prediligono usare nei propri delitti scarponi militari. Niente di che, ma quando si scopre che la taglia delle impronte degli scarponi Wing Walker repertate sul Lake Beryessa, il 27 settembre 1969, e quella degli anonimi scarponi tecnici trovata a Calenzano, in Italia, dodici anni più tardi è quasi la stessa (44), si va ben oltre le analogie. Forse però nessuno avrebbe mai sospettato che il Mostro fosse qualcosa di più di un perfetto imitatore di un serial killer americano, se Ulisse fosse riuscito a resistere alla tentazione di comunicare a tutti che il Mostro è davvero lui, Zodiac.
La teoria dell’acqua

Fu una delle prime stranezza che gli investigatori notarono nei delitti e nelle missive di Zodiac. Nel libro di Graysmith viene citata come la “teoria dell’acqua”. L’ex vignettista del Chronicle osserva che il serial killer era ossessionato dall’acqua. Per esempio, uccise o potrebbe avere ucciso sempre nei pressi di località che la richiamano: Lake Herman Road, Lake Berryessa, Wash-ington street vicino a Lake Street, Lake Tahoe, Riverside.

Graysmith non si spinge oltre, ma analizzando le lettere si scopre che in tutte c’è un importante riferimento all’acqua; la marca di orologi Zodiac, celebre all’epoca negli Stati Uniti per i suoi prodotti da sub come il Sea Wolf; i suoi auto-elogi («l’ho sempre detto che sono “crack-proof”», dice facendo un’allusione con alla parola “water-proof”); il sarcasmo sulla sua salute mentale («aiutami, sto annegando»); i temporali che gli hanno rovinato i piani per la bomba contro lo scuolabus («sono stato sommerso dalla pioggia»); il bicchiere d’acqua che negherà ai suoi schiavi nell’aldilà («li ascolterò implorare per l’acqua»); i nemici poliziotti soprannominati come i cattivi del film “Yellow submarine” dei Beatles («blue meannies»); il suo metodo di sparo («tutto ciò che dovevo fare era innaffiarli come se fosse la canna dell’acqua»); la sua firma finale, la citazione di un annegamento nel “Mikado” di Gilbert e Sullivan con cui conclude la sua corrispondenza ufficiale con il Chronicle («S’immerse nell’onda ondosa…»).


Il fatto che nel 1974 l’uomo soprannominato Ulisse – fonte d’ispirazione di tutti i lupi di mare – da poco arrivato dagli Stati Uniti abbia compiuto un duplice delitto in una lovers’ lane vicino al fiume Sieve, in una località chiamata Le Fontanine, è indicativo. Persino il termine “nero” usato da Vanni (che sembra averlo confuso con il colore della pelle), in greco, significa “acqua”.
La firma di Zodiac

Con una dozzina di agenti alle calcagna, l’ultima cosa che Ulisse poteva avere in mente di fare a Firenze, nel 1974, era sbandierare il fatto che fosse appena arrivato un serial killer dall’America. La firma l’aveva lasciata, nel 1974. Smettere di rivendicare i propri delitti per qualche tempo era soltanto un segno di accortezza, non di salute mentale. Forse, dieci anni più tardi decise che il duplice delitto del 1985 fosse l’ultimo per la stessa ragione. O magari era cambiato qualcosa nella sua vita. Negli Stati Uniti era appena uscito il libro di Graysmith che aveva portato le sue “gesta” degli anni ‘60 a rinnovata fama. Nel 1986, Ulisse sapeva che gli investigatori italiani avevano chiesto la consulenza dell’Fbi. Era ricercato per troppi delitti, da troppi investigatori ed era sin troppo famoso. Se a qualcuno fosse saltato in mente di mettere insieme i due casi – come alla fine è successo – per lui sarebbe stato un guaio.


Forse Ulisse si fermò e smise di uccidere. O forse smise di farsi riconoscere. Sicuramente continuò a giocare con i suoi “nemici”, così come aveva fatto nella sua unica lettera ufficiale, quella del 9 settembre 1985, indirizzata all’allora sostituto procuratore Silvia Della Monica.

L’8 settembre 1985, Ulisse si era sentito costretto a rivendicare i propri crimini per lettera anche in Italia. Sebbene sia l’unica missiva attribuita al Mostro, è palese che la mano sia quella di Zodiac. L’obiettivo che si prefigge l’autore della missiva è lasciare la firma di Zodiac sotto gli occhi di tutti. Questa è la sua sfida. Ciò che sull’unica lettera attribuita al serial killer “italiano” scoprirebbero gli scienziati dell’Università di Modena così come il Behavorial Science Unit dell’Fbi, se studiassero a fondo il caso Zodiac, sarebbe il sarcasmo inconfondibile del serial killer “californiano”. Sulla busta ci sono il francobollo (Castello di Serravalle, 1980), il nome del destinatario e l’indirizzo. Sono tre righe composte da ritagli di lettere maiuscole di un settimanale. Il testo recita: “Dr. Della Monica Silvia, Procura della Repub-lica…”. All’interno del plico vi è un frammento di tessuto sottocutaneo di Nadine Mauriot. In quelle tre righe e in quel lembo di carne di 2 centimetri quadrati, ci sono tutte le caratteristiche principali della corrispondenza di Zodiac: un errore in una doppia consonante, un trattino a capo e una prova del crimine allegata. Anzi, quattro. Perché nella lettera all’avvocato Melvin Belli del 20 dicembre 1969 c’è anche il titolo di “Mr”, che manca a tutte quelle spedite alla polizia e alla stampa. Se l’impronta digitale di Zodiac è l’acqua, e la sua firma è il modus operandi, questo è il suo stile letterario: inimitabile.


«There is more glory in killing a cop than a cid because a cop can shot back», scrive Zodiac, il 20 aprile 1970. “C’è maggiore gloria nell’uccidere un poliziotto di un cid, perché può spararmi”. Forse il killer intendeva dire “kid”, bambino. O forse proprio “cid”, cioè “agente della Criminal Investigation Division” dell’Esercito statunitense, magari appartenente al 5° distaccamento, l’unità investigativa di polizia militare che fino al 9 giugno 1969 era acquartierata a Camp Darby (Pisa). La seconda soluzione potrebbe suggerire che Ulisse fosse proprio un “cid”, cioè «una persona interinale rispetto al meccanismo poliziesco e dunque sempre perfettamente a conoscenza di tutto quel che si muoveva in quell’ambiente», come ha sempre sostenuto l’avvocato Filastò.

Se fosse vera, la teoria dell’”uomo in divisa” con una doppia personalità giustificherebbe in parte come Ulisse sia stato in grado di raggirare per mezzo secolo due intere nazioni. Da solo è riuscito a beffare gli sceriffi e i dipartimenti di polizia di mezza California, i Carabinieri, la polizia, la Procura di Firenze, i servizi segreti, la Cia, l’Nsa, l’Fbi, e – naturalmente – i suoi colleghi di lavoro e la sua famiglia. Gioverebbe però a questo punto che qualcuno dei suoi “compaesani” lo prendesse per mano e gli chiedesse di ammettere che la “partita” è finita.

fonte:https://www.tempi.it/eutanasia-olanda-record-dati-2020-covid/



    martedì 9 febbraio 2021

    Coronavirus creato in laboratorio? Un genetista smonta lo Yan Report: «Più politico che scientifico»











    Il genetista esperto di genomica comparata Marco Gerdol boccia lo “studio” pseudoscientifico sull’origine artificiale del virus



    Recentemente abbiamo pubblicato una analisi del cosiddetto «Yan Report», lo «studio» della virologa Li-Meng Yan con il quale si vorrebbe dimostrare che il Sars-Cov-2 sia un virus «creato in laboratorio». Nell’articolo precedente di Open Fact-checking avevamo constatato diversi punti critici nella narrazione, dove non solo non veniva dimostrata la tesi, ma si evincevano anche elementi marcatamente ideologici – constatando, inoltre, i conflitti di interesse degli autori – per non parlare della scarsa qualità degli articoli scientifici riportati nelle references, ovvero la lista di fonti su cui si dovrebbe rifare un articolo degno di pubblicazione in una rivista che fa verificare le ricerche da degli esperti. Ci eravamo ad ogni modo riproposti di tornare sull’argomento, non appena avessimo ottenuto una analisi più approfondita da parte di esperti come il genetista Marco Gerdol.
    Breve recap e introduzione

    In breve, secondo quanto sostenuto nel report, che prende nome dalla virologa Li-Meng Yan, co-firmato assieme ad altri due colleghi, vi sarebbero «evidenze» di una ingegnerizzazione del nuovo Coronavirus. Eppure, nulla nel testo riesce a superare quanto appurato dalla letteratura scientifica; gli stessi autori ammettono che non esistono pubblicazioni autorevoli al riguardo, usando l’eufemismo della «censura peer review», anch’essa non meglio dimostrata. Inoltre la stessa Yan risulterebbe collegata a Steve Bannon, spin doctor della propaganda di Donald Trump, notoriamente anti-cinese.


    Il report solleva effettivamente diversi dubbi, che solo un genetista potrebbe riconoscere come tali, o riscontrarne l’ingenuità o la pretestuosità, alla luce di conoscenze più approfondite della materia. Marco Gerdol è un ricercatore che si occupa di genomica comparata presso l’Università degli studi di Trieste. Recentemente ha pubblicato su Facebook due post tra il divulgativo e il tecnico, dove analizza le comparazioni tra diversi genomi di Coronavirus, che secondo lo Yan Report sarebbero stati alla base della creazione di SARS-CoV2.

    Nel primo prende in considerazione le argomentazioni attorno al genoma di RaTG13, ovvero il Coronavirus più vicino a quello responsabile della Covid-19; nel secondo analizza le tesi riguardanti altri due genomi studiati in laboratori militari, ritenuti la vera origine di SARS-CoV2. Lo abbiamo intervistato per avere ulteriori chiarimenti, spiegandoci in maniera semplice anche le basi che lo hanno portato a smontare tutte queste narrazioni, in modo da fornire uno strumento in più al fine di permettere ai lettori di riconoscere le fallacie logiche e scientifiche su cui si reggono report di questo tipo, in attesa di un secondo Yan Report, dove Yan ha recentemente promesso che finalmente avrebbe dimostrato «tutta la verità».
    La parola al genetista

    Perché RaTG13 è importante nello studio di SARS-CoV2?

    «È importante perché si tratta del Coronavirus geneticamente più vicino a SARS-CoV2 – spiega il Genetista – Per quel che ne sappiamo è il virus attualmente noto che ha un antenato comune più vicino. Quindi è fondamentale come punto di partenza per poi andare a ritroso nelle indagini sull’evoluzione virale. Non solo RaTG13, ma anche un secondo virus che non viene praticamente mai menzionato nel report, che è RmYN02, scoperto più di recente, ed è risultato ancor più vicino dal punto di vista evolutivo. Quasi certamente potrebbero essercene molti altri, che semplicemente non abbiamo mai campionato. Continuiamo a cercare di riempire i buchi in questo mosaico evolutivo, per capirci qualcosa di più».

    Studiando le evoluzioni di un genoma si possono fare anche stime temporali? Come è possibile?

    «Noi abbiamo a disposizione, per quanto riguarda questa pandemia, dei dati genomici che sono stati campionati a distanza di mesi l’uno dall’altro – continua Gerdol – Quindi sappiamo qual è la sequenza originaria da cui tutto è nato, e adesso abbiamo a disposizione altri genomi virali che sono leggermente diversi da quello di partenza. Possiamo andare esattamente a contare quanti sono i nucleotidi che sono cambiati nel genoma virale nell’arco di “tot mesi”. Tra i genomi attualmente circolanti ce ne sono alcuni un po’ diversi altri rimasti un po’ più simili, ma possiamo dire che nell’arco di un anno il tasso di evoluzione molecolare porta più o meno a 25 mutazioni su tutto un genoma da 30mila nucleotidi».

    «La stessa cosa può essere portata anche dallo studio di altri virus. Per esempio, abbiamo coppie di virus da confrontare, come quello della Sars (2002-2003), con il parente più affine trovato nel pipistrello. Anche qui il confronto a coppie permette di individuare una divergenza che può essere riportata in una scala temporale. Ovviamente si usano dei set di calibrazione, perché in alcuni casi abbiamo anche dei dati temporali che ti permettono di sapere esattamente quando quei virus si sono differenziati a partire da un antenato comune».

    «In uno di questi lavori di cui ho parlato in uno dei miei post, per delle stime temporali sono state utilizzate delle coppie di calibrazione, per esempio tra il virus della Mers e uno di quelli responsabili dei rafreddori, OC43. Ovviamente si tratta di stime, perché non abbiamo la possibilità di andare indietro nel tempo per identificare l’evento di speciazione originario, però si possono fare delle stime ragionevoli».

    «È possibile stimare con degli intervalli di confidenza ragionevoli che un determinato evento di speciazione, in questo caso la divergenza evolutiva del virus, è avvenuto in una certa data. Nel report vengono citati due ceppi virali praticamente “identici” (ZXC21 e ZC45) come potenziali modelli, nell’ingegnerizzazione del SARS-CoV2, mentre in realtà sono virus naturali che semplicemente hanno un antenato comune, sia col nuovo Coronavirus che con RaTG13, e sono da posizionarsi molto più indietro nel tempo. C’è una divergenza sostanziale di quasi tremila nucleotidi (il 10%). Questo ci dice che l’antenato comune è da far risalire in tempi abbastanza remoti: parliamo di alcune centinaia di anni fa».

    «Uno dei punti più assurdi del report – nel sostenere l’utilizzo di questi ceppi scoperti nei laboratori militari – è proprio il fatto che se tu avessi voluto creare un virus artificiale di questo tipo avresti dovuto inserire letteralmente centinaia di mutazioni puntiformi in altre parti del genoma per mimare una evoluzione naturale. Questa è la parte perversa del discorso».

    Il contenuto pseudoscientifico si riflette anche nello stile complottista usato dagli autori?

    «Un altro discorso è il tono con cui è stato preparato – spiega il Genetista – il suo aspetto complottistico, con un continuo riferimento a preprint [articoli non verificati] scritti da personaggi sospetti, l’affiliazione a queste fantomatiche società; uno stile che agli occhi di un esperto lo rende pseudoscienza e non un lavoro scientifico, ma una certa parte dei lettori magari non è in grado di distinguere cosa è scienza e cosa pseudoscienza. Si ritrova con un documento che ha la forma e la preparazione di un lavoro scientifico, ma che in realtà non lo è affatto. È un articolo di opinione, intriso di politica, e chiaramente questo tono si nota».

    «Basta notare la lista delle referenze che sono state messe. Si tratta in larga parte di lavori preprint che non hanno la possibilità di essere accettati da nessuna rivista seria, perché sono scritti male, con errori veramente marchiani. Certi sono pezzi di opinione, scritti da gente che non ha nulla a che vedere col mondo scientifico. Uno di questi è una sorta di santone. Un altro è il CEO di una società che si occupa di analisi. In generale non si tratta di persone del mondo scientifico, in veste di accademici».

    «Altre volte si tratta invece di referenze citate a sproposito, nel senso che l’articolo citato – magari pure sottoposto a peer review – è un paper che dice una cosa, e il significato del suo contenuto viene completamente stravolto nel report, per sostenere una tesi sostanzialmente precostituita».

    Un parallelo con altre tesi di complotto: la tesi degli Antichi astronauti

    Nella nostra più modesta analisi avevamo fatto un paragone tra il modo con cui viene prodotto il report, e le tesi sugli Antichi astronauti, dove alcuni teorizzano che gli alieni avrebbero ingegnerizzato gli Homo Erectus (nostri fratelli evolutivi), facendoli diventare Homo Sapiens per farli lavorare come schiavi. Similmente si prendono virus imparentati col SARS-CoV2 e quindi si può giocare a sostenere che siano stati modificati i primi per generare il secondo. Abbiamo anche un parallelo con il cosiddetto «anello mancante», usato spesso dai Creazionisti per negare la teoria dell’evoluzione: “è difficile ottenere sequenze complete, quindi RaTG13 è stato inventato“.

    «Quelli importanti dal punto di vista evolutivo sono i Coronavirus identificati nei pangolini – precisa Gerdol – Si tratta di cugini un po’ più lontani. Stanno in mezzo tra RaTG13/RmYN02 (più vicini) e ZXC21/ZC45 (meno vicini). Anche questi sono stati esclusi dal report, in maniera piuttosto deliberata. Se li avessero inclusi avrebbero rovinato la narrativa del report stesso».

    «Loro dicono addirittura che RaTG13 sia stato inventato di sana pianta. Parlano di base per l’ipotetica ingegnerizzazione riferendosi a ZXC21 e ZC45, ovvero due virus molto più divergenti, mentre RaTG13 ha una divergenza molto più bassa (è simile mediamente al 96%). Partono fin dall’introduzione nel dire che la sequenza genomica di RaTG13 è molto sospetta, quindi sostengono che non l’avrebbero presa in considerazione. Come mai? Perché essendo stato isolato in natura, avrebbe fatto cadere tutta la loro argomentazione».

    «Molto meglio parlare di una ingegnerizzazione di ZXC21 e ZC45 nei laboratori militari, no? RaTG13 invece venendo resa nota dopo l’outbreak di Wuhan sarebbe sospetta, e si noterebbero tracce di manipolazione. Ma agli occhi di un esperto tutte queste cose non esistono. Qui mi ricollego al discorso dei miei post: si tratta di una sequenza genomica ottenuta da un campione di guano, quindi immaginati l’RNA (molecola molto soggetta a degradazione). Chi come me da molto tempo lavora in laboratorio con RNA anche umani, sa che si lavora sempre e costantemente in ghiaccio con estrema attenzione, perché anche lasciare delle molecole di RNA puro così estratto, a temperatura ambiente per poche decine di minuti, può portare a una sua frammentazione e degradazione».

    «Posso immaginare come sia stato effettuato il campionamento in questo caso. Mi immagino qualche speleologo mandato in una grotta a raccogliere dei campioni in una provetta a temperatura ambiente; questo guano chissà da quanto tempo era lì, e va da sé che la qualità del RNA non poteva essere ottimale, quindi i dati di sequenziamento utilizzati per assemblare questo genoma non erano di qualità eccellente, ma è normale che sia così».

    Yan ha annunciato un nuovo report più preciso dove «tutto sarà dimostrato»: cosa dovrebbe contenere per convincere i genetisti?

    «Non vedo assolutamente nessuna possibilità a riguardo – afferma il Genetista -. L’unica cosa che potrebbe convincere qualcuno del contrario sarebbe portare delle prove materiali del fatto che quello a cui si allude costantemente in questo report è che ci sono state delle falsificazioni dei dati di sequenza, e che ci fossero degli studi attivi sull’ingegnerizzazione di queste sequenze genomiche nei laboratori cinesi. Tutto questo non credo sia possibile che venga fornito sotto forma di prove materiali».

    Come si potrebbe creare un virus del genere in segreto, facendolo sembrare naturale?

    «Quando penso a queste cose mi vengono in mente le tesi sui complotti lunari» – continua Gerdol [Un complotto talmente complesso e ricco di testimoni da zittire, che sarebbe costato molto meno andare davvero sulla Luna] – Ma al di là del numero di persone coinvolte, si tratterebbe di mettere in atto tutta una serie di meccanismi perversi, per cui per mascherare il malfatto devi andare a spargere dei falsi indizi complicatissimi, andando a generare false sequenze genomiche di altri virus naturali che in realtà non esistono, e fare la stessa cosa con virus inesistenti trovati sui pangolini».

    «Molto probabilmente nei prossimi mesi verranno isolati nuovi virus di questa famiglia, magari anche più vicini a SARS-CoV2 di RaTG13. Sappiamo benissimo infatti che i pipistrelli sono serbatoi naturali in cui probabilmente esistono centinaia di specie appartenenti al gruppo dei SarBeCoVirus – di questa stessa famiglia – che noi ancora non abbiamo visto, perché nessuno si è degnato di fare un campionamento serio prima di questa circostanza».

    «Si sono messi a lavorare durante la crisi del virus della Sars, fermandosi quasi subito. Non ci sono state campagne di campionamento così fitte per andare a valutare la diversità virale in tutte le popolazioni di pipistrelli del Sud-Est asiatico, anche perché sono tra i mammiferi più diffusi e diversificati tra loro, quindi è quasi impossibile riuscire ad avere un campionamento coerente e costante».

    «C’è da dire poi che noi pensiamo sempre ai pipistrelli come passaggio diretto del virus all’uomo per zoonosi, ma in realtà potrebbero esserci altre riserve naturali, i cosiddetti ospiti intermedi, del tutto ignoti». Non siamo molto sicuri riguardo al pangolino. «Uno studio più recente pubblicato su Nature Microbiology, in cui si è andati a studiare le regioni del genoma non ricombinante, analizza questi genomi, che sono dei mosaici di pezzi di origine diversa. Quando c’è co-infezione in uno stesso organismo, questi genomi possono letteralmente fare dei copia-incolla e sostanzialmente creare degli ibridi. Rischi quindi di avere dei segnali che sono confondenti nella tua analisi filogenetica. In quest’ultimo lavoro hanno prestato attenzione a questo aspetto, riuscendo a ottenere una stima molto più accurata dei tempi di divergenza, per cui si nota chiaramente che la particolarità dei virus trovati nel pangolino e che presentano una regione della glicoproteina Spike (S) [l’antigene del nuovo Coronavirus] molto più simile a quella di SARS-CoV2 di quanto non sia RaTG13».

    «Quella parte è di fondamentale importanza per garantire l’interazione col recettore ACE2 umano [il bersaglio di SARS-CoV2 presente anche nelle cellule polmonari], quindi garantendo il salto di specie, però se andiamo a considerare tutto il resto della sequenza genomica, si vede chiaramente che i virus dei pangolini in realtà sono dei cugini più lontani. Quindi cosa potrebbe essere successo? Una ricombinazione tra la linea dei pangolini e un altro gruppo di BetaCoronaVirus imparentati col SARS-CoV2, di cui non sappiamo nulla perché non sono stati mai campionati. Diciamo che l’ipotesi del pangolino come ospite intermedio non è impossibile, ma al momento non è la più accreditata. Per quanto ne sappiamo probabilmente è più ragionevole pensare che tutto sia avvenuto nei pipistrelli».

    I virus studiati nei laboratori vengono tutti categorizzati e il loro genoma registrato nei database pubblici?

    «Sì, assolutamente – conferma il Genetista – Se un lavoro viene pubblicato, in qualsiasi rivista scientifica il dovere degli autori è quello di depositare tutte le sequenze di cui si parla, quindi i dati devono essere disponibili alla comunità scientifica. Altro discorso è se si comincia a pensare di attività di ricerca che non sono atte alla pubblicazione di dati scientifici, ma – secondo l’immaginario complottista – in laboratori segreti, militari; su un virus, ingegnerizzandolo per creare un’arma virologica: chiaramente di questo non ci sarebbe traccia».

    Quanto è plausibile che oggi si possa lavorare segretamente a dei virus come armi biologiche? Non sarebbe controproducente?

    «È abbastanza palese che un’arma del genere si ritorcerebbe contro chi l’ha prodotta – continua Gerdol – In questo caso particolare SARS-CoV2 non sarebbe comunque un virus dalle caratteristiche giuste per usi terroristici, perché non è controllabile». Torniamo al paradosso complottista dei cospiratori onnipotenti, ma anche stupidi. «Esatto. Se anche uno dovesse pensare a quali caratteristiche dovrebbe avere un virus da utilizzare in un attacco terroristico, una di queste è chiaramente quella di poterlo controllare. Oggi non sappiamo nulla in generale dei BetaCoronaVirus. L’esperienza della Sars alla fine avrebbe potuto portare a conoscenze molto forti, ma la ricerca si è sostanzialmente fermata perché il virus è scomparso nel 2003. La Mers non ha mai rappresentato un grosso problema per via della trasmissibilità molto ridotta, quindi chiaramente noi sappiamo pochissimo».

    «Nel report si parla in modo esplocito di ingegnerizzazione a carico di determinate proteine virali, per esempio, quando non siamo nemmeno sicuri di cosa facciano nello sviluppo delle infezioni. Siamo veramente nell’assurdo. Anche del nostro genoma sappiamo relativamente poco; per quanto ormai sequenziato completamente da un bel po’ di tempo, le variazioni genetiche umane sono in larga parte imprevedibili, nel senso che non è possibile prevedere come determinerebbero il comportamento dell’Organismo a contatto con un virus».

    Lei ha definito questo documento «un report intriso di politica, più di quanto non si possa immaginare». Pensa che sia una narrazione affetta da bias anti-cinesi?

    «Io credo di sì – conferma il Genetista – Penso anche all’immagine di questa Yan, che si era già fatta conoscere in qualche modo per le sue posizioni anti-cinesi, attirando simpatie da diverse parti. Non è semplice dare a un documento di questo tipo una veste scientifica se non hai un volto che nell’immaginario collettivo è visto come autorevole. In questo caso abbiamo la figura della scienziata cinese, che sarebbe stata perseguitata dalle autorità cinesi, per aver fatto cose scomode, che continua la sua battaglia contro “il Sistema”. Questo chiaramente ha creato la situazione ideale per diffondere il suo report. Ho la sensazione che continueranno a venire pubblicati documenti di questo tipo, per proseguire a battere sulla presunta censura della peer review, o della ricerca corrotta nei laboratori militari».

    Oltre lo Yan Report, due tesi di complotto parallele segnalateci di recente: Il primer per la PCR col genoma di Homo Sapiens; e i presunti test che trovano Coronavirus a caso. Ci spiega perché non hanno senso?

    «Su questa storia è stata fatta molta confusione – continua Gerdol – Come per il discorso di Luc Montagnier, che parlava delle famigerate inserzioni di HIV nel genoma di SARS-CoV2. Il riconoscimento specifico di una sequenza di DNA o RNA bersaglio, avviene attraverso l’utilizzo di due piccole sequenze di una ventina di lettere, a essa complementari, ovvero i cosiddetti primer. Avviene grazie al riconoscimento di due piccole sequenze specifiche – una ventina di “lettere” sostanzialmente – che sono i cosiddetti “primer”. Queste due sequenze sono localizzate alle estremità di un frammento che permette il rilevamento mediante fluorescenza con apposite macchine PCR».Un post complottista sulla PCR tarata con una sequenza genetica di Homo Sapiens, per trovare sempre falsi positivi.

    «Questa analisi deve sfruttare delle regioni di RNA che sono presenti solo in SARS-CoV2 e non in altri virus. In questo caso – per puro caso – una parte di uno dei possibili primer che si possono utilizzare (ce ne sono tantissimi), ha una similarità con una regione di genoma umano. Questo però non significa nulla». In un precedente articolo spiegavamo (in risposta ai presunti innesti di HIV, rivelatisi piccole porzioni casualmente simili trovate nel SARS-CoV2) che leggere “lago di Como” non significa che il libro è “I promessi sposi” di Manzoni.

    «Usiamo pure questo esempio: è come se tu volessi riconoscere una frase di un libro prendendo come punti di partenza la parola all’inizio e alla fine della frase. Immagina di avere uno strumento che ti permette di leggere tutte quelle frasi che iniziano e finiscono con quelle parole. Riconoscendo poi nello specifico la frase, andando a leggere quel che c’è in mezzo. Se scrivi “sono andato in vacanza in Grecia”, parto con un primer che riconosce “sono” e uno che riconosce “Grecia”». «Chiedete per quale virus vi fanno i test»: il post Facebook ingannevole che inculca il dubbio.

    «Ma uno potrebbe dire “sono stato investito mentre ero in Grecia”; dovrò utilizzare una parola chiave che in questo caso potrebbe essere “vacanza”, quindi avremo il segnale di amplicifazione solo quando tutte queste tre situazioni saranno soddisfatte». Potremmo aggiungere – restando in metafora – che abbiamo anche strumenti per capire se quella frase è più o meno lunga di quella che cerchiamo, anche così l’amplificazione della PCR non potrebbe avvenire».

    Ricordiamo infatti, che la ragione per cui si ripete la PCR a distanza di un certo tempo accertando anche la presenza di anticorpi, sta nel fatto che accertare la presenza di genoma virale, non ci dice che il virus sia ancora attivo. Anche questi dettagli possono alimentare le ansie dei lettori, e ispirare nuove tesi di complotto. Non ci resta che attendere il secondo Yan Report.

    fonte :.https://www.open.online/2020/09/28/coronavirus-laboratorio-genetista-yan-report/

    martedì 26 gennaio 2021

    La tomba di Senenmut: I misteri dell'antico Egitto

     

    La tomba di Senenmut, vicino al tempio di Hatshepsut, nasconde dei segreti... la storia della costruzione delle piramidi egiziane e le origini della civiltà d'Egitto.

    Senenmut

    La tomba non è aperta al pubblico ed è sotto chiave. Agli studiosi infatti non piace commentare questa tomba, perché sembra contraddire le loro interpretazioni della genesi d'Egitto.

    Era circa l'anno 1470 a.C. quando Senenmut iniziò la costruzione del "Djeser Djeseru", ovvero un magnifico mausoleo il cui nome egizio vuol dire "Sublime Sublimità", costruito nel complesso di Deir el-Bahari La prova più sconcertante di una conoscenza astronomica ereditata in qualche modo all'architetto e poi alla regina Hatshepsut, si trova sul soffitto della tomba di Senenmut, situata affianco al mausoleo principale. In questo soffitto è riprodotta una precisa sezione della volta celeste del 10.450 a.C. con al centro la Cintura di Orione.

    Questo piccolo sistema è stato riprodotto in maniera emozionante. Intorno alla cintura, vi sono tre orbite a forma di goccia. E' un simbolo non adottato tra i gereoglifici egizi, ed appartiene invece alla cultura mesopotamica, dove ha il significato di "acqua", o "vita".

    Senenmut2



    Pochi anni fa, degli scienziati avevano constatato che nella parte d'Universo che ci circonda vi sono due grandi concentrazioni di acqua. Uno nel nostro Sistema Solare e, quindi, sulla Terra. L’altro, invece, era proprio nel Sistema di Orione. Analizziamo meglio il significato sulla volta della tomba dell'architetto. Venne ritrovata sotto uno strato di intonaco - ciò a significare che era una conoscenza da preservare ai posteri, piuttosto che ai contemporanei - e i disegni vennero scolpiti, invece che dipinti - ciò a significare che l'architetto stesso fu l'autore, senza altri ausili, e non badava alla bellezza artistica.

    Nella parte inferiore della volta, è rappresentato il calendario egizio (12 mesi di 30 giorni ciascuno), mentre in quella superiore, come abbiamo già detto, è raffigurata una porzione di cielo. Vi sono quattro barche: quelle più piccole, a sinistra, raffigurano i pianeti Giove e Saturno; le più grandi sono la dèa Iside, che astronomicamente simboleggia la stella Sirio, e il dio Osiride, al quale era attribuita l'omonima costellazione, quella che per noi si chiama oggi "costellazione di Orione". In particolare, l'architetto ha voluto evidenziare un elemento preciso di tale costellazione: la Cintura, appunto.

    Come sapeva Senenmut tali conoscenze? E perchè le riteneva così importanti?

    In una sua iscrizione si legge: "Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno". Difatti, l'architetto Senenmut venne iniziato alla Casa di Vita di Karnak, luogo che nell'Antico Egitto era fondamentale, sede di culture ancestrali e religiose che erano raggiungibili solo a pochi. Tuttoggi, sappiamo ben poco su ciò che veniva conservato in questo tipo di "biblioteche segrete", per così dire. Ma Senenmut venne a conoscenza di cose che probabilmente volle svelare alla sua amata.

    Magari per questo motivo i sacerdoti si aizzarono contro l'architetto di corte e, in seguito, anche contro la regina: solo gli iniziati infatti potevano conoscere i segreti della Storia d'Egitto. Sta di fatto che dopo la morte dei due, il faraone Thutmose III e il Clero Tebano condannarono Hatshepsut e Senenmut alla "damnatio memoriae", distruggendo ogni effigie che rappresentasse i due nel Mausoleo di Deir el-Bahari.

    Ciò però non è bastato a cancellare un personaggio così intrigante dalla storia.

    fonte:https://www.invasionealiena.com/misteri/articoli-misteri/674-la-tomba-di-senenmut-i-misteri-dellantico-egitto.html

    sabato 21 novembre 2020

    Edward Snowden | “Privacy nell’era del coronavirus”

     

    L’intervento di Edward Snowden andato in onda in streaming il 23 marzo dal festival CPH:DOX, rassegna internazionale di documentari a Copenaghen che nel 2014 aveva presentato in anteprima Citizenfour di Laura Poltras, documentario che ha raccontato per primo il caso Snowden.



    L’intervento è avvenuto in occasione della presentazione di iHuman di Tonje Hessen Schei, che analizza gli sviluppi dell’intelligenza artificiale.

    Alcune parti sono state tagliate per problemi di streaming o per adattare l’intervista in formato scritto. L’intervista integrale è in inglese ed è disponibile in fondo alla pagina.




    Henrik Molke (moderatore): Ok, benvenuti a questa serata con Edward Snowden che possiamo intitolare “Privacy nell’era del coronavirus, 2019”. Prima di iniziare, ciao Edward, come stai?

    Edward Snowden: Sto bene grazie, sono passati un bel po’ di anni ormai, i tempi stanno diventando sempre più folli, ma è un bene che possiamo ancora fare queste conversazioni, sai. questa è una specie di magia di Internet: anche quando il mondo si sta chiudendo, Eccomi qui e tu sei qui.

    HM: […] Non dedicherò molto tempo alla tua biografia, se c’è qualcuno che si chiede chi sia questo tizio, digitate su Google Edward Snowden, lui è su Internet.

    ES: Usate un altro motore di ricerca!

    HM: Voglio iniziare con le ultime notizie che ho avuto qui in Danimarca oggi, voglio parlare di questo discorso sulla situazione speciale in cui ci troviamo ora a causa del coronavirus. Ho letto la sua biografia e mi ha colpito l’impatto dell’11 settembre di 20 anni fa, o 19 anni fa, abbia avuto su di lei come persona, e quanto sia stato influente nelle sue scelte successive. E ho sentito nelle ultime due settimane più e più volte come questa nuova situazione con il virus sia paragonabile all’11 settembre. E quindi voglio chiederle riguardo al governo danese che vuole usare i metadati del telefono per combattere il coronavirus. È una situazione simile all’11 settembre? ci stiamo muovendo verso a misure di sorveglianza e di privacy simili?

    ES: beh prima di entrare direttamente nel merito, mi rivolgo agli spettatori che non hanno letto il rapporto o non ne hanno familiarità con il concetto di metadati telefonici. Le persone sentono questa parola, metadati, si chiedono cosa sia, cosa significa: si può pensare ai metadati come a dei registri di attività. Formalmente il governo degli Stati Uniti considera i metadati come “dati sui dati”, si tratta di discorsi che ritornano e sono intenzionalmente poco chiari. Ma quando si pensa a ciò in cui consiste in realtà, non riguarda ciò che hai detto al telefono, ma chi hai chiamato, per quanto tempo li hai chiamati, dove ti trovavi quando li hai chiamati.

    È interessante perché quando pensiamo alla localizzazione e ai nostri telefoni, pensiamo ai servizi di localizzazione, pensiamo “oh, togliamo i permessi di localizzazione sul nostro telefono” o “disattiviamo la localizzazione” o “quell’app non ottiene la localizzazione” e poi “boom” non siamo più rintracciabili. Ma si tratta in realtà di qualcosa di molto più complesso e non si può spegnere in questo modo. Non sono i servizi di localizzazione che dicono a Google dove ti trovi, non è il GPS del tuo telefono, è un altro tipo di informazione di localizzazione che in realtà deriva dal semplice fatto che il tuo telefono è acceso e connesso alla rete. se pensi brevemente quando qualcuno compone il numero del tuo telefono, perché solo il tuo telefono squilla e tra tutti i telefoni del mondo? qualcuno invia un messaggio di testo e solo tu lo ricevi. Ogni cellulare deve essere associato alla rete.


    Tutte queste torri di telefonia mobile a cui il vostro telefono è connesso, indipendentemente dal fatto che abbiate il GPS acceso o spento, indipendentemente dal fatto che abbiate i servizi di localizzazione accesi o spenti, se la radio del vostro telefono è accesa, se potete ricevere un messaggio, se siete autenticati su questa rete la rete prende nota: “questo telefono in questo momento era connesso a questa torre di telefonia mobile” lo potete estrapolate non solo da voi, ma anche dalla persona che stai chiamando, sia che si trovi in una parte diversa della città, in una casa diversa, in un paese diverso, la rete di telefonia mobile ha una registrazione della posizione di ogni telefono, ogni persona in tutto il mondo in un dato momento. I fornitori locali di servizi telefonici sono ovunque, possono salvare queste registrazioni e questo non è regolamentato, non c’è davvero nessuna protezione della privacy integrata nella legge in questo momento. Per esempio qui da voi la UE ha provato a regolamentare, ma poi hanno detto: sentite, non possiamo imporre rigidamente agli stati membri di legiferare questa o quella legge, o ci abiamo provato e non è successo… sia che siate in Danimarca, sia che siate negli Stati Uniti, sia che siate in Cina, il fatto tecnico fondamentale è che chiunque gestisca queste antenne di telefonia mobile può farne una registrazione di ciò che fate con i cellulari, e siccome possono farlo spesso lo fanno, e quindi rimane aperta la questione di cosa faranno di questi dati. Oggi vediamo in tutto il mondo posti come la Danimarca, dove le compagnie stanno offrendo i loro dati: “perché non li forniamo al governo?” o in altri paesi hai il governo che dice: “perché non ce li facciamo consegnare?”. Prima mi hai chiesto come siamo arrivati a questo, quale sia la somiglianza con l’11 settembre: naturalmente il contesto è molto diverso, non è un attacco terroristico, questa è una forza della natura. Ma ciò che è simile è che queste due crisi hanno prodotto il panico in popolazioni molto ampie. e non è effettivamente localizzato, l’11 settembre è avvenuto in una particolare città in un particolare paese. Il virus si è diffuso in tutto il mondo, e così hai politici che si sentono in dovere di fare qualcosa, hai un sacco di medici e specialisti che vogliono fare tutto il possibile per aiutare le persone…

    HM: beh, voglio dire, questo è molto importante, sono le autorità sanitarie che dicono che potremmo usare questi dati sul movimento, possiamo controllare la diffusione di questo virus, c’è qualcosa di sbagliato in questo?

    ES: beh, qui in realtà la domanda è: funziona? non c’è davvero alcuna prova concreta ora che funziona, si tratta di una teoria, dove dicono “guarda, se abbiamo la posizione di ogni telefono, e presumiamo che le persone stiano andando in giro con queste cose nelle loro tasche e borse, se rintracciamo i telefoni che rintracciamo le persone. giusto? così, ora abbiamo informazioni sulla posizione di ogni individuo e potremmo dire che questa persona segue quella persona, viaggiano insieme, sono loro sullo stesso autobus, potrebbero andare verso lo stesso aeroporto…

    HM: Come ciò vediamo in Israele dove ti manderanno un messaggio di testo se sei stato insieme a qualcuno che ha avuto il virus e poi ti dicono “vai in quarantena o potresti andare in prigione per sei anni”.


    ES: giusto, ed è possibile che in alcuni casi si possa effettivamente dedurre in modo abbastanza affidabile che queste persone stiano viaggiando insieme, che sono sullo stesso autobus, sullo stesso aereo o qualsiasi altra cosa. Ma in realtà bisogna pensare: qual è la precisione di questo tracciamento della posizione, quali informazioni ne possono essere dedotte e quanto sono affidabili?

    HM: Diciamo solo che vogliamo usare questo a livello macro, vogliamo vedere movimenti generali, vogliamo vedere città forse come non vogliamo guardare gli individui, loro dicono di voler usare dati anonimi, quindi dati che non si traducono con facilità in Edward e Henrik seduti a Mosca e Copenhagen. questo è quello che dicono.

    ES: Sì, ci sono un sacco di problemi. e ne abbiamo affrontato uno, andiamo al prossimo: l’anonimizzazione. Prendono i dati di localizzazione da tutti questi ripetitori di telefonia mobile, li impacchettano insieme e li danno a qualcuno. Che li diano alla NSA, ai servizi segreti, alle forze dell’ordine, alle autorità sanitarie, impacchettano i movimenti di ogni persona che hanno e li consegnano. E poi dicono “beh, toglieremo il tuo nome. Sappiamo che è il tuo telefono, la compagnia telefonica, perché abbiamo i tuoi dati di fatturazione, ma non li forniamo.” Forse non forniscono il numero di telefono, forse. Analizziamo lo scenario migliore: cancellano quello che nel codice di identificazione del della scheda Sim che si chiama MZ, da cui possono risalire al tuo numero di telefono. Poi c’è un secondo identificatore International Mobile Equipment Identifier e questo è fisso nella telefono vero e proprio, e non si può cambiare. Euesti due identificatori vengono accoppiati. Puoi scambiare la tua scheda SIM e ottenere un altro numero di telefono, ma la compagnia telefonica, la rete telefonica, sa che è lo stesso telefono fisico con una scheda SIM diversa.

    HM: Voglio solo insistere un po’ su questo punto. In una crisi come questa è applicabile per il bene comune o sei rigorosamente contro qualsiasi forma di data mining per combattere cose come questa?

    ES: Beh, in generale abbiamo molti dati a riguardo: la sorveglianza di massa non funziona. ricordate quando abbiamo esaminato il caso dell’antiterrorismo. Negli Stati Uniti hanno richiesto alle più grandi compagnie telefoniche degli Stati Uniti di raccogliere i tabulati telefonici di tutti nel paese, giusto? Consegnavano quotidianamente i dati all’NSA. Era tutto segreto, nessuno sapeva nemmeno che lo stavano facendo, si poteva eseguire qualsiasi analisi per utilizzare grandi dati, utilizzare l’intelligenza artificiale, e cercare di trovare i terroristi. Questo programma è andato avanti per 13 anni e quando è stato rivelato nel 2013 il Presidente Barack Obama ha ordinato l’indagine di due Commissioni indipendente su questo. Le due commissioni hanno indagato e hanno scoperto che non è stato mai fermato un singolo attacco terroristico. Il massimo ottenuto sono state le parole “differenza concreta” in una singola indagine antiterrorismo riguardante un tassista in California per aver mandato 500 dollari al suo clan in Somalia che è capitato di essere associato ad Al-Shabaab, che è stato elencato tra i gruppi terroristici. Non ritenevano fosse intenzionato a sostenere il terrorismo, ma mandare quei soldi era proibito dalla legge degli Stati Uniti. Ricordate ancora una volta che hanno sacrificato la privacy di almeno 330 milioni di persone per gestire questo programma per più di un decennio e tutto quello che hanno ottenuto è stato un tassista, che avrebbero comunque ottenuto queste informazioni con mezzi alternativi, perché hanno detto che l’FBI si stava già avvicinando a questo tizio, perché ovviamente quando si inviano i soldi si lasciano delle tracce. Questa è la domanda qui: cos’è meglio per proteggere la salute pubblica? è la comunità, sono i medici, sono gli specialisti, sono la nostra forza sociale collettiva. Quando vai dal medico che ti fa il test per il coronavirus scopri di aver contratto questa malattia, e poi pensi al tuo amico con cui stavi viaggiando, a cui hai stretto la mano, che hai abbracciato… chiami immediatamente queste persone, gli dici di fare attenzione. L’ospedale contatta l’ufficio dei trasporti. la compagnia aerea ha ovviamente una lista di passeggeri che registra i posti a sedere, e loro avvisano le persone. Abbiamo già queste capacità che abbiamo già queste capacità, giusto? […]

    C’è un interessante articolo sul Financial Times di pochi giorni fa di uno scrittore di nome Yuval Harari, “il futuro dopo il coronavirus”. Quello che le persone non realizzano, ma che coloro con una visione più ampia riescono a vedere, è che il coronavirus è un problema serio, ma è un problema transitorio. Alla fine avremo un vaccino, o anche se non ce l’avremo, alla fine avremo l’immunità del gregge. Tra due anni questo problema sarà sparito. Ma le conseguenze delle decisioni che prendiamo ora sono permanenti. E penso che questo sia cruciale da tenere a mente: dal punto di vista di una società libera un virus è dannoso, ma la distruzione dei diritti è fatale. È una cosa permanente, si perdono diritti conquistati attraverso rivoluzioni. Sono stati necessari cento hanni di sforzi e di lotte per ottenerli, e ci rinunciamo in un momento di panico. Questa è la connessione con l’11 settembre. Abbiamo avuto la nascita del Patriot Act, abbiamo avuto la nascita della sorveglianza di massa…

    HM: L’11 settembre ha scatenato in te un fervore nazionalistico, voleva uccidere, è vero?

    ES: In un certo senso, sì. Non sapevo dei campi di tortura, come nessun altro all’epoca, perché erano segreti. Il desiderio di vendetta, il desiderio di servire il mio Paese, il desiderio o di fare quello che il governo degli Stati Uniti diceva all’epoca al pubblico. Giovani uomini che stavamo andando in Iraq per liberare gli oppressi, mi sembrava una bella cosa. È stato un errore, sì. Ho creduto al governo? sì. E questo è il problema. Ogni volta che c’è una crisi, la razionalità esce dalla stanza, e si ha una politica che è stata guidata dal panico, nella ricerca di benefici che sono solo teorici… il vice presidente degli Stati Uniti in quel momento, Dick Cheney, diceva: “Dobbiamo praticare la tortura e sarà una buona cosa perché questi tizi stanno piantando bombe e armi biologiche e cose del genere negli Stati Uniti, le cellule dormienti. L’unico modo per scoprirli prima che esplodano altre bombe è fondamentalmente mettere dei trapani nelle loro mani, cercare di affogarli, chiuderli in gabbie con le loro paure più oscure, serpenti o insetti”. E siamo finiti a incatenare le persone a muri di cemento in Afghanistan dove le persone sono letteralmente morte per congelamento. Ma ancora una volta hanno detto che queste cose avrebbero funzionato, hanno detto che erano necessarie, hanno detto che sarebbe stato utile, “non vogliamo farle, ma la minaccia è così grande che questo è l’unico modo in cui possiamo davvero contrastarle”.

    HM: Come pensi di trovare il giusto equilibrio tra la necessità di fare qualcosa per un virus o un’altra catastrofe naturale e il desiderio di sospendere brevemente alcune libertà fondamentali che conosci per raggiungere un bene sociale più grande?


    ES: Quando è l’ultima volta che vi ricordate di una breve sospensione delle libertà civili? Questa è la domanda che tutti dovrebbero porsi. Quando vediamo passare misure di emergenza, soprattutto oggi, tendono ad essere appiccicose. e l’emergenza originale passa: il coronavirus non c’è più, il terrorismo non è più una grande cosa, si trovano nuove applicazioni, nuovi usi per questo nuovo potere che hanno conquistato, così dicono “beh forse non abbiamo bisogno di rinunciarci, forse possiamo approvare una nuova legge che fa di questo un’autorità permanente”, l’abbiamo visto accadere paese dopo paese. Non è una questione interna locale. Diventa una cultura della sicurezza a tutti i costi dove dicono “guarda, se c’è qualche rischio dobbiamo ridurlo al livello minimo immaginabile a qualsiasi prezzo possibile”. Io credo che questo è fondamentalmente in conflitto con il concetto di una società libera e aperta. È un po’ impopolare e un po’ controverso da dire, perché ci sono tutte queste discussioni di sicurezza contro privacy… in una società libera e aperta il fatto è che dovremmo dire che abbiamo bisogno di entrambi, giusto? Non ci viene chiesto di sicurezza o privacy. Facciamo il meglio che possiamo sulla sicurezza, mitighiamo i rischi sia che si tratti di minacce biologiche, sia che si tratti di minacce politiche e criminali… ma diamo priorità a una società per la difesa dell’individuo e del bene collettivo comune, e questo grazie alla protezioe dei diritti. Se iniziamo a distruggere i diritti, sacrificando i diritti per migliorare le cose, in realtà stiamo peggiorando le cose.

    HM: Vorrei parlare di intelligenza artificiale. Abbiamo qui in Danimarca un sistema realizzato da una società chiamata Palantir che viene usato dalla polizia. Cosa dice di questo tipo di questo nuovo movimento per usare l’intelligenza artificiale in questi tipi di aree molto difficili e sensibili come la giustizia penale, la polizia, ecc… dove ci sono grandi possibilità, direi, per questo tipo di tecnologie?

    ES: L’intelligenza artificiale promette molte cose che non sono possibili. nel film iHuman per esempio c’è una persona che dice “guarda, quello che possiamo fare è guardare la faccia di qualcuno e far sì che una macchina determini il suo orientamento sessuale” e questo dovrebbe essere agghiacciante per tutti noi, ma dobbiamo capire che questo è esattamente il modo in cui ogni tipo di grande istituzione tende a funzionare. A loro piace dare priorità all’efficienza, ma nelle società libere l’efficienza è in realtà pericolosa. cerchiamo di limitare l’esercizio dell’efficienza. Non vogliamo che la gente crei algoritmi che dicono “questa persona è probabilmente un criminale, questa persona è probabilmente un membro di questo gruppo minoritario sfavorito” e quindi discriminerà su questa base. rendiamo intenzionalmente difficile l’atto di polizia, gli facciamo ottenere mandati, limitiamo il tipo di potere che possono usare, limitiamo quando possono usare la forza, limitiamo come le persone possono essere imprigionate, limitiamo le condizioni in cui possono essere trattenute. Trucchiamo le carte contro il potere perché questo è l’unico modo per garantire una misura di libertà. quando si concentra troppo potere in troppe poche mani si chiama tirannia. e mi sembra che in molti modi ci manchi questo. Ora, se ritorniamo al nostro caso del telefono, possiamo chiederci: un computer può dire i pensieri più intimi di una persona? la risposta è no. Quello che può fare è assegnare una probabilità basata su quelli che sono effettivamente stereotipi che vengono generati sulla base di modelli. Stanno ingerendo per esempio il corpus di foto di facebook che appaiono sui profili e tutte le persone che si identificano come un certo orientamento vengono inserite nel gruppo A, poi si prendono tutti gli altri li si mette nel gruppo B.

    HM: E se avessimo l’esempio del telefono e vedessimo che sembra che le persone sono d’accordo di incontrarsi ogni mercoledì in un parco e ci sono centinaia di persone, e non dovrebbero farlo perché potrebbero diffondere il virus che non è si conosce molta intelligenza artificiale, ma potremmo non perdere questo punto se non avessimo questo tipo di sistema che lavora per noi.

    ES: In questo caso è vero. Se stai cercando una congregazione intorno a una certa torre di telefonia mobile, una situazione particolare, questo tipo di sistema può funzionare. Ma la domanda è: guadagno di efficienza? vale il costo per il potere civile e pubblico e in ultima analisi per il potere individuale per la nostra libertà? perché quando guardiamo a questo, questo pezzo che ho citato da Yuval Harare che raccomanderei a tutti di leggere, è quello che abbiamo è una transizione dal governo che ci sta guardando dall’esterno nella sorveglianza di massa. Prima guardavano il tuo telefono e volevano sapere su cosa stavi cliccando, giusto? vogliono sapere cosa stavi leggendo, cosa stai comprando, questo tipo di informazioni associate, ma ora quando entriamo in questo contesto di salute vogliono sapere: sei malato? vogliono sapere il tuo stato fisico, vogliono sapere cosa sta succedendo sotto la tua pelle. immagina se permettiamo ai governi di dire: “Guarda, possiamo tracciare ogni cellulare di ogni persona in ogni luogo e in ogni momento. Possiamo fare delle deduzioni sulla base di questa serie di dati e poi possiamo intraprendere azioni esecutive come risultato di queste informazioni”. Cosa li trattiene dal dire “beh, siamo preoccupati per la salute, siamo preoccupati per la salute pubblica, siamo preoccupati per la protezione delle persone. il sintomo primario del virus corona è la febbre, giusto? Manderemo un ordine a ogni fitness tracker che può ottenere qualcosa come il polso o la frequenza cardiaca e inizieremo a chiedere l’accesso a questo tipo di informazioni.” Cinque anni dopo la fine del coronavirus questi dati saranno ancora disponibili per loro, iniziano a cercare cose nuove. “C’è un gruppo terroristico là fuori che sta facendo propaganda su internet come abbiamo visto con l’Isis…” cosa succederà quando cominceremo a mettere insieme queste autorità e a mischiare i dati, loro sanno già cosa stai guardando su internet, sanno già dove si muove il tuo telefono, sapranno qual è il tuo battito cardiaco e qual è il tuo polso. cosa succede quando cominciano a mischiarle e ad applicarvi l’intelligenza artificiale? Harare si chiede, se hai questo braccialetto che traccia la tua temperatura e il tuo polso, e sanno che stai guardando un video di propaganda, o stai semplicemente guardando un discorso di un membro del parlamento che è il partito al potere, e ti vedono arrabbiato, perché le emozioni sono davvero processi biologici, prodotti da noi e misurabili con sensori. Concluderanno “oh bene, questa persona non ama quello che viene detto”. È già pericoloso se lo potrà fare un inserzionista, o una banca, o in un colloquio di lavoro. Ma cosa succede quando hai costruito, nel corso di una generazione, l’architettura dell’oppressione, e… vivi in Danimarca, giusto? sei tranquillo, l’unica cosa di cui hai paura sono gli svedesi che attraversano il mare, giusto? e non lo fanno da un po’ di tempo, quindi ora va tutto bene, i tempi sono buoni. Ma poi arriva un Donald Trump, e poi peggiora. e poi peggiora. e poi si costruisce un sistema di tirannia chiavi in mano che è a disposizione del prossimo leader. Che può in segreto essere utilizzato in qualsiasi momento e non ti rimane alcun potere civile per resistere, perché non puoi coordinarti, non puoi riunirti in pubblico, perché il governo sa all’istante che tutte queste persone sono in giro, questi cellulari si sono tutti riuniti nel parco per discutere di politica, per cantare canzoni, qualsiasi cosa, e la polizia è già lì. Anzi la polizia non ha nemmeno bisogno di essere lì per fare qualcosa, può avvisare il tuo datore di lavoro, non hai più un lavoro. possono revocare il tuo permesso di soggiorno se non sei un cittadino. tutte queste cose possono accadere in modo programmatico, algoritmico e ci stiamo avvicinando sempre più a quel mondo ogni giorno che lasciamo che il panico motivi le nostre decisioni piuttosto che una riflessione razionale sulle conseguenze inevitabili di questo restringimento dei nostri diritti.

    HM: Vorrei passare ad un paio di domande da parte del pubblico. Che ne è dell’ottimismo? Penso che sia una buona cosa di cui parlare in questo momento. Cosa suggerisci ai giovani di guardare all’ottimismo in questo momento, dove il lavoro e il futuro sembrano piuttosto tetri?

    ES: Se si guarda alla storia dell’umanità e ai problemi contro cui abbiamo lottato. se si guarda alla frequenza delle guerre, quando si guarda al livello di povertà in una società. se si guarda all’impatto delle crisi sanitarie, stiamo facendo meglio oggi di quanto abbiamo fatto in ogni misura e in ogni periodo della storia. Abbiamo problemi estremi oggi quando guardiamo a cose come il clima, quando guardiamo a cose come la disuguaglianza economica, quando guardiamo a cose come la ripartizione del potere e la sua distribuzione nella società, tra il governo e quelli che ne sono governati, se parliamo dei vecchi e dei giovani, abbiamo problemi reali. ma stiamo facendo progressi praticamente in ogni direzione. quando si pensa al coronavirus, oggi possiamo coordinarci istantaneamente in tutto il mondo, e lo stiamo facendo. stiamo cercando di condividere le tecniche, stiamo cercando di condividere le lezioni apprese da luoghi come la Corea, da luoghi come Wuhan, da luoghi come l’Italia, in altri luoghi, e in gran parte sta funzionando. i nostri problemi saranno ancora gravi, giusto? la difficoltà non sparisce e i rischi esistono sempre in una società libera, perché se qualcuno avrà un qualsiasi livello di potere, sia individuale che istituzionale, avere potere significa avere la possibilità di usarlo in modo improprio e c’è solo un certo livello di controllabilità dell’individuo, la più piccola unità della società, prima di smettere di essere una società e iniziare a sembrare una prigione. le cose stanno migliorando.

    HM: Avete visto negli ultimi mesi la disinformazione di ciò che sta accadendo su internet, che sono problematiche? Le avete viste gravitare verso una maggiore consapevolezza pubblica da parte di alcune di queste aziende tecnologiche e abbiamo visto una spinta molto concertata da parte di tutte queste aziende per cercare di fare qualcosa per questa malattia.

    ES: Penso che questo sia in realtà controverso, ma c’è un piccolo errore, credo comune, nella convinzione che dobbiamo far sì che le aziende tecnologiche affrontino questo problema della disinformazione online. Il governo di questo o quel paese dice “non ci piace questa informazione, diciamo che questo non è vero”, voi, l’azienda, sarete d’accordo con questo o in realtà non volete dire cosa è vero o non è vero, perché questo è troppo lavoro per voi, e la politica espone. E invece ora si indossa il cappello e si ha la responsabilità di decidere ciò che è vero e affidabile ciò che è fatto e non. E ora hai Mark Zuckerberg che decide cosa la gente può e non può leggere. è una direzione molto pericolosa da prendere. A breve termine potrebbero essere efficaci in questo, potrebbero fare cose utili che potrebbero essere di beneficio per la società.

    MD: Ci sono notizie che circolano che dicono alle persone che se non starnutiscono, probabilmente stanno bene o ricevono informazioni totalmente false e questo potrebbe potenzialmente uccidere le persone, non va bene una guida di protezione per filtrare i contenuti?

    ES: No, non va assolutamente bene che le persone diffondano queste informazioni, non dovrebbero farlo. la domanda è come rispondere al meglio a questa situazione ed è davvero una questione di quando si parla di questo problema delle fake news, che non si arriva a capire: vogliamo dare potere a quelle che sono già alcune delle istituzioni più potenti del mondo – sapete che Facebook è internet per una straordinaria percentuale della popolazione – per prendere queste decisioni? per dare loro autorità di censura e iniziare a censurare più informazioni su questo? o educhiamo le persone a capire cosa sia un’informazione affidabile, cosa sia un’informazione fattuale, cosa sia la voce pretestuosa che ancora una volta è un’informazione pericolosa e dannosa? perché guardate, se vi fidate di Facebook per dire alla gente cosa è bene per loro e cosa è male per loro, Facebook eserciterà questa autorità in definitiva a tempo pieno a beneficio di Facebook non a beneficio della società. È questo il modo migliore per rispondere alla domanda? Parliamo di virus, parliamo di immunità del gregge. la disinformazione è la stessa. Le persone che sono state fregate da informazioni false si arrabbiano quando scoprono di essere state sfruttate. Tendono a guardare con più attenzione, possono essere imbarazzate di fronte agli amici ed è più difficile ingannarli di nuovo. Questo tipo di pensiero critico è un tratto desiderabile da inculcare in una popolazione e senza di esso siamo vulnerabili a questo tipo di cose.

    […]

    HM: Cosa farai l’anno prossimo, hai scritto le tue memorie, cosa farai dopo?

    ES: Scrivi il prossimo capitolo… in questo momento espongo come fare ricerca su questo problema della sorveglianza telefonica. Abbiamo costruito un’infrastruttura oggi che viene intenzionalmente sfruttata. […] Dobbiamo riconoscere che il governo è in continua difficoltà. Il governo è un abuso costante del popolo, e l’unica cosa che creerà un governo migliore è il dissenso. Voglio dire che alla fine ciò che conta è restare in piedi e dire questo è troppo, non sono d’accordo con questo, non mi piace, non mi piace questo, non mi piaci, non mi piace il modo in cui parli, non mi piace questa politica. Non mi piace, non mi piace, non mi piace, e… mi piace questo. Questa è la democrazia che è il modo in cui raggiungiamo il consenso. Se non esprimiamo le nostre opinioni, se non lo facciamo e soprattutto, se non siamo disposti a sostenere le convinzioni, non abbiamo alcuna influenza. e siamo influenzati ogni giorno, siamo monitorati, siamo stati seguiti in modo talmente attento che sono capaci di spingerci a guardare questo programma televisivo o a comprare un certo prodotto o andare al fast food o a cambiare i nostri voti. Le persone stanno cercando di cambiare idea e il modo in cui le cose migliorano è quando lavoriamo insieme per cambiare le loro.

    HM: Edward Snowden vi ringrazio molto per aver avuto questa conversazione con me stasera, ti ringrazio per aver parlato di Copenhagen con tutti i telespettatori là fuori e ti auguro buona fortuna e tutto il bene possibile.

    ES: non è stato niente di che, grazie, è stato davvero un piacere avere questa conversazione e vi auguro il meglio. Restate liberi.



    Da: comedonchisciotte.org

    Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di Riccardo Donat-Cattin



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