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martedì 5 agosto 2025

La celebre storia del Cecil Hotel, da hotel alla moda a teatro di cronaca nera

 

Oggi l'albergo si chiama Stay On Main ma è la sua storia passata ad aver fatto leggenda
Il suo nome evoca morti misteriose e serial killer. È il Cecil Hotel di Los Angeles, teatro di fatti di cronaca nera, situato nel cuore di Downtown, vicino al quartiere malfamato di Skid Row: città dentro la città che ospita migliaia di senzatetto, una sorta di girone dantesco dove i deboli se la prendono con quelli più deboli di loro.
Oggi The Cecil si chiama Stay on Main dall’indirizzo al 640 di Main Street, incrocio di etnie e di culture fra Little Tokyo e Chinatown e, qualche anno fa, è stato dichiarato dal consiglio cittadino monumento storico-culturale, esempio rappresentativo degli albori dell’industria americana. Il merito non è tanto dell’edificio, sebbene sia stato progettato nel 1924 da un architetto piuttosto famoso, Loy Lester Smith, quanto del suo valore sociale: dagli anni della Grande Depressione in poi, The Cecil è stato la “casa” di alcune categorie sociali meno abbienti grazie alle sue camere economiche.


Getty Images
Il Cecil Hotel di Los Angeles

Dietro la facciata in stile Beaux Art si nasconde il lato pulp del palazzone da 700 stanze, punto di ritrovo per coppie clandestine, spacciatori, prostitute: oltre quindici fra omicidi, suicidi e strani incidenti si sono susseguiti negli ultimi ottant'anni tanto da ispirare serie tv come American Horror Story e, recentemente, Sulla scena del delitto. Il caso del Cecil Hotel, prodotto fra gli altri da Ron Howard e diretto da Joe Berlinger, trasmessa su Netflix.
Punto di partenza di questa prima stagione che si sviluppa in quattro episodi è la scomparsa nel 2013 di una studentessa canadese di origini asiatiche poco più che ventenne, Elisa Lam. Il suo cadavere, nudo e in avanzato stato di decomposizione, fu ritrovato dentro una cisterna sul tetto dell’albergo. Come era finita lì? Un video che la riprendeva nell’ascensore portò gli investigatori a congetturare su strane presenze all’interno del Cecil e il caso non è mai stato risolto. L’ultima disgrazia in ordine di tempo, un suicidio stavolta, riguarda un ragazzo che si buttò dalla finestra mentre il primo suicidio noto alle cronache risale al 1931 quando un uomo ingerì capsule di veleno. Da allora l’hotel prese il soprannome di “The Suicide”.


La cronaca nera

Passando ai serial killer, negli anni Ottanta abitava al Cecil quel Richard Ramirez noto alle cronache come Night Stalker, il cacciatore della notte, autore di almeno tredici omicidi: è morto nel carcere di San Quintino dove, nel 1996, aveva sposato una fan. Qualche tempo dopo, nelle stanze del Cecil furono strozzate ben tre prostitute ad opera di Jack Unterweger, un austriaco che usava come “arma” i reggiseni delle vittime. Nella grande hall tutta marmi, vetrate e statue di alabastro decorata da palme giganti, transitava spesso anche Elizabeth Short, aspirante attrice nota come la Dalia Nera, avvistata al bar del Cecil Hotel proprio poco prima di andare incontro al suo triste destino.

mercoledì 23 luglio 2025

"Ha visto la vera Annabelle, la bambola posseduta ed è morto". Giallo sull'investigatore del paranormale

L'improvvisa morte di Dan Rivera, famoso investigatore del paranormale, ha riacceso i riflettori sulla bambola posseduta Annabelle. 

A quanto pare, infatti, poco prima di morire, Rivera era entrato in contatto con lo spaventoso giocattolo, e tanto sarebbe bastato a scatenare le teorie degli appassionati dell'occulto. In realtà le cause del decesso dell'uomo non sono ancora note, e si attendono ancora gli esiti dell'autopsia.Stando a quanto riferito dalla stampa estera, Dan Rivera (54 anni) era impegnato in un tour chiamato Devil on the run, a cui stavano partecipando numerose persone. Il tour consisteva proprio nel ripercorrere le imprese di Ed e Lorraine Warren, investigatori del paranormale. Annabelle faceva proprio parte del tour. Rivera ha parlato ai visitatori, mostrando la bambola originale, che per l'occasione era stata portata all'interno dell'orfanotrofio dei Soldati Homestead.

Poi, la morte improvvisa, avvenuta lo scorso 13 luglio. L'investigatore del paranormale si trovava nella sua stanza d'albergo a Gettysburg, in Pennsylvania, quando è stato male. Stando a quanto rivelato dalla centrale operativa della contea di Adams, i soccorsi sono intervenuti tempestivamente dopo essere stati contattati. Non è tuttavia stato possibile fare nulla per Rivera. La rianimazione cardio-polmonare si è rivelata inutile. La morte è sopraggiunta per cause ancora da accertare, gli esiti dell'autopsia saranno disponibili fra 60-90 giorni.




fonte:https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/ha-visto-bambola-posseduta-annabelle-muore-investigatore-2511224.html


martedì 13 febbraio 2024

Sommergibile scompare misteriosamente in Antartide, stava esplorando il “ghiacciaio dell’Apocalisse”



Il veicolo stava studiando la parte sommersa del ghiacciaio Thwaites, più conosciuto come ghiacciaio dell’Apocalisse per le sue dimensioni e perché, se dovesse sciogliersi completamente, il livello globale del mare aumenterebbe di più di mezzo metro.

Un sommergibile è scomparso in Antartide, durante la sua ultima esplorazione del ghiacciaio Thwaites, più conosciuto come ghiacciaio dell’Apocalisse per le sue dimensioni (è grande quanto il Regno Unito) e perché, se dovesse sciogliersi completamente, il livello globale del mare aumenterebbe di più di mezzo metro.

Il veicolo sottomarino senza equipaggio, denominato Ran, stava studiando la parte inferiore del ghiacciaio ma, durante un’immersione a fine gennaio, sotto il ghiaccio spesso 200-500 metri, “deve essere successo qualcosa di inaspettato” ha affermato Anna Wåhlin, professoressa presso il Dipartimento di Scienze Marine dell’Università di Göteborg, in Svezia, a capo del progetto. “Sospettiamo che abbia avuto dei problemi e poi qualcosa gli abbia impedito di uscire”.

Nonostante le ricerche con apparecchiature scientifiche, acustiche, droni ed elicotteri, gli studiosi non sono riusciti a localizzare il sommergibile. “È un po’ come cercare un ago in un pagliaio, senza nemmeno sapere dove sia il pagliaio – ha aggiunto Wåhlin – . A questo punto, le batterie di Ran saranno scariche”.

Cosa sappiamo di Ran, il sommergibile scomparso sotto i ghiacci dell’Antartide

Ran è un veicolo sommergibile autonomo (UAV) di proprietà dell’Università svedese di Göteborg, ricco di tecnologia moderna e sensori in grado di misurare e documentare l’ambiente circostante e svolgere lunghe missioni sotto i ghiacci. Già impiegato con successo in altre spedizioni in Antartide, il sommergibile stava studiando la porzione inferiore del ghiacciaio Thwaites e acquisendo informazioni su quali meccanismi si nascondono esattamente dietro il suo scioglimento che, attualmente, contribuisce a circa il 4% dell’innalzamento globale del livello del mare.

“Questa è stata la seconda volta che abbiamo portato Ran al ghiacciaio Thwaites per documentare l’area sotto il ghiaccio – ha precisato Wåhlin – . Grazie a Ran siamo diventati i primi ricercatori al mondo ad entrare nel Thwaites, nel 2019, e durante la spedizione attuale stavamo esplorando nuovamente la stessa zona”.

Ran, il veicolo sommergibile autonomo (UAV) viene programmato in anticipo e poi inviato per lunghi viaggi sotto i ghiacci dell'Antartide / Credit: Anna Wåhlin

Durante le immersioni, il sommergibile non ha un contatto costante la nave dei ricercatori che lo utilizzano ma segue un percorso programmato in anticipo, utilizzando un sistema di navigazione avanzato per ritrovare la via del ritorno sotto il ghiaccio verso il mare aperto. Tuttavia, dopo diverse immersioni riuscite, nell’ultimo fine settimana di gennaio qualcosa è andato storto e Ran non si è presentato al punto di incontro programmato.

“Sapevamo che qualcosa del genere sarebbe potuto accadere e che questa sarebbe stata una fine probabile per Ran – ha evidenziato Wåhlin – . Personalmente, sono dell'opinione che questa sia la fine migliore rispetto a fare invecchiare un AUV in un garage. Allo stesso tempo, è ovviamente una perdita molto grande. Avevamo Ran ormai da cinque anni e durante questo tempo abbiamo effettuato una decina di spedizioni, lavori di sviluppo e test”.

L'acquisto di Ran era stato finanziato nel 2015 con 38 milioni di corone svedesi (circa 7,9 milioni di euro) dalla Fondazione Knut e Alice Wallenberg che sostiene la ricerca a lungo termine per la Svezia. Ora l’obiettivo dei ricercatori è sostituire Ran. “Cercheremo un finanziatore per coprire le trattenute effettuate dalla compagnia assicurativa e l’aumento dei prezzi che si è verificato nel corso degli anni” ha concluso Wåhlin.



venerdì 2 febbraio 2024

La Cina sperimenta una variante killer del Covid: “Mortale al 100% nei topi”

Il nuovo coronavirus, denominato GX_P2V, è una forma mutata di Sars-Cov-2 originariamente scoperta nel 2017 nei pangolini in Malesia e conservata in un laboratorio di Pechino. L’allarme degli scienziati: “Studio terribile”.


La Cina sta sperimentando un nuovo coronavirus simile a quello del Covid che ha “un tasso di mortalità del 100% nei topi”. Secondo quanto riferito, la variante killer, nota come GX_P2V, è stata inizialmente scoperta nel 2017 nei pangolini malesi e conservata in un laboratorio di Pechino. Sperimentata su topi “umanizzati”, cioè geneticamente modificati per esprimere il recettore ACE2 umano con l’obiettivo di valutare la sua capacità di causare malattia negli esseri umani, la forma mutata di Sars-Cov-2 ha mostrato un impatto letale nei roditori.

Tutti i topi infettati dall’agente patogeno sono morti entro otto giorni, un evento che i ricercatori cinesi hanno descritto come “sorprendentemente” rapido. Gli studiosi, coordinati da Lai Wei, Shuiqing Liu e Shanshan Lu del College of Life Science and Technology dell’Università di tecnologia chimica di Pechino, hanno inoltre riscontrato alti livelli di carica virale nel cervello dei roditori, suggerendo che la causa della loro morte possa essere collegata a un’infezione cerebrale. Una prima versione in preprint dello studio è stata pubblicata all’inizio di questo mese su bioRxiv.

La variante Covid mortale al 100% nei topi: cosa sappiamo

Il virus, denominato GX_P2V, è un mutante del coronavirus GX/2017, un patogeno correlato a SARS-Cov-2 identificato prima della pandemia di Covid nei pangolini in Malesia. Conservato in un laboratorio di Pechino, si è adattato alla coltura cellulare, evolvendosi in una forma mutata che possiede una delezione di 104 nucleotidi all’estremità 3’-UTR del suo RNA.

Questa variante adattata è stata quindi analizzata allo scopo di valutare se potesse causare malattia nei topi transgenici che esprimono il recettore ACE2 umano (hACE2). Lo studio non specifica però quando quando sia stata condotta la sperimentazione, lasciando incertezze sulla reale sequenza temporale delle mutazioni.

“Il coronavirus del pangolino correlato alla SARS-CoV-2, GX_P2V (short_3UTR) ha provocato una mortalità del 100% nei topi hACE2, potenzialmente collegata all’insorgenza di un’infezione cerebrale tardiva” hanno scritto gli autori dello studio.

Nei giorni precedenti alla loro morte, i topi infettati hanno iniziato a mostrare una diminuzione del peso corporeo a partire dal 5° giorno dopo l’infezione, raggiungendo una riduzione del 10% rispetto al peso iniziale entro il 6° giorno. Entro il 7° giorno dall’infezione, i topi “mostravano sintomi come piloerezione (pelle d’oca, ndr), postura curva e movimenti lenti, e i loro occhi diventavano bianchi” hanno precisato i ricercatori. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, sono state rilevate cariche virali elevate in vari organi, tra cui cervello, polmoni, naso, occhi e trachea, suggerendo un modello di infezione unico rispetto al Covid.

Preoccupazione nella comunità scientifica: “Studio terribile”

Lo studio ha suscitato preoccupazione nella comunità scientifica, per il potenziale rischio di diffusione di GX_P2V negli esseri umani e sollevato interrogativi sulle misure di biosicurezza impiegate durante la ricerca. “Questa follia deve essere fermata prima che [sia] troppo tardi” ha scritto su X il dottor Gennadi Glinsky, professore in pensione della School of Medicine di Stanford. Anche il professor Francois Balloux, esperto di malattie infettive dell’University College di Londra, sempre su X ha descritto la ricerca cinese come “uno studio terribile, totalmente inutile scientificamente”.

“Non vedo nulla di vago interesse che si possa apprendere infettando forzatamente una strana razza di topi umanizzati con un virus casuale. Al contrario, vedo come cose del genere possano andare storte...”.

Dello stesso avviso Richard Ebright, chimico della Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey. “Il preprint non specifica il livello di biosicurezza e le precauzioni utilizzate per la ricerca – ha evidenziato l’esperto – . L’assenza di queste informazioni solleva la preoccupante possibilità che parte o tutta questa ricerca, come la ricerca a Wuhan nel 2016-2019 che probabilmente causò la pandemia di Covid-19, sia stata condotta in modo sconsiderato senza il contenimento minimo di biosicurezza e le pratiche essenziali per la ricerca con un potenziale agente patogeno pandemico”.

Sebbene lo studio non sia correlato a quello del famigerato Istituto cinese di virologia (WIV) di Wuhan, diventato il centro delle controversie sull’origine del Covid durante la pandemia, ha riportato l’attenzione sul rischio di condurre esperimenti pericolosi con i virus. L’origine del Covid non è ancora stata chiarita, anche se il patogeno della pandemia è stato rilevato in diversi campioni ambientali prelevati dal mercato umido di Wuhan, associati spazialmente ai venditori di mammiferi vivi, come cani procione, volpi rosse, istrici, topi, tassi, lepri, marmotte, muntjak della Cina e cervi di piccole dimensioni. Manca però la “pistola fumante”, sebbene sia verosimile che tra questi animali vi fossero esemplari infetti, quali serbatoio intermedio del virus passato da un pipistrello, che in quel contesto avrebbe compiuto il salto di specie all’uomo.

fonte:

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ALLARME ESCALATION? La NATO si prepara alla guerra? Le tensioni mondiali stanno per esplodere!


 

domenica 17 dicembre 2023

Da che parte dell’Antico Testamento viene predetta la venuta di Cristo?



Esistono molte profezie dell’Antico Testamento su Gesù Cristo. Alcuni interpreti hanno contato centinaia di queste profezie messianiche. Ecco alcune di quelle che sono considerate le più chiare e importanti.

Profezie riguardanti la nascita di Gesù – Isaia 7:14: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.” Isaia 9:6: “Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace”. Michea 5:2 "Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”.

Profezie concernenti il ministero e la morte di Gesù – Zaccaria 9:9: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina. Salmo 22:16-18: “Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica”.

Probabilmente la profezia più chiara su Gesù è il capitolo 53 di Isaia. Isaia 53:3-7 è particolarmente inequivocabile: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca”.

La profezia di Daniele 9 riguardante i “settanta sette” predice la data esatta in cui Gesù, il Messia, sarebbe stato “reciso”. Isaia 50:6 descrive accuratamente i maltrattamenti che Gesù ha subito. Zaccaria 12:10 predice “l’essere trafitto” del Messia che si verificò quando Gesù morì sulla croce. Molti altri esempi sono disponibili, ma questi sono sufficienti. Non c’è dubbio che l’Antico Testamento profetizza la venuta di Gesù come Messia.

fonte
https://www.gotquestions.org/Italiano/Antico-Testamento-Cristo.html

giovedì 22 giugno 2023

Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi si rimanda ancora la discussione

 Viene rinviata ancora una volta la discussione per la Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Tornata di nuovo in esame nella prima Commissione Affari Costituzionali del Senato oggi, martedì 20 giugno 2023, la decisione e l'eventuale voto degli emendamenti presentati slittano di una settimana, come riporta Adnkronos.

A chiedere la proroga è stato il senatore Andrea De Priamo (Fdi), relatore del provvedimento in I Commissione al Senato, che ha chiesto due settimane di tempo prima di arrivare alla votazione. L'opposizione era contraria e il presidente della Commissione ha fatto una proposta di mediazione: chiedendo l'impegno di arrivare ad una decisione, ha optato per lo slittamento di una sola una settimana. Soltanto fra 7 giorni, dunque, conosceremo l'esito del dibattito.

L'opposizione: "Fortissima  preoccupazione e perplessità"

Restano perplessi, invece, i membri dell'opposizione, a partire dal senatore del Pd Dario Parrini, vicepresidente della I Commissione del Senato, che ha commentato: "La nostra posizione è di fortissima preoccupazione e perplessità per questo ulteriore rinvio – ha dichiarato – La maggioranza aveva chiesto un rinvio di due settimane: la scelta di prorogare di una sola settimana è una sorta di riduzione del danno presa dal presidente della Commissione Balboni".

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Commissione d'inchiesta su Emanuela Orlandi, Morassut (Pd): "Autogol del Parlamento se saltasse"

Rimandare in questo periodo appare ancora più grave: "Il 22 giugno ricade il 40esimo anniversario dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, un anniversario tondo: ogni giorno i suoi familiari si chiedono che fine abbia fatto. Si tratta di un segnale pessimo – continua Parrini – Non ci sono motivi per prorogare se non il fatto che, in questa settimana, Fi e FdI, mentre la Lega non si è pronunciata, devono decidere se affossare o no la Commissione Orlandi. La speranza è che, fra sette giorni, non si arrivi ad una nuova richiesta di rinvio o alla votazione di un emendamento per ridurre la durata della commissione". E poi conclude: "Per la destra sarà una prova della verità. E dovranno metterci la faccia".


I quaranta anni dalla scomparsa il prossimo 22 giugno

"Non riuscire a varare la commissione bicamerale entro quella data sarebbe un autogol, rappresenterebbe debolezza e incapacità del Parlamento", aveva dichiarato a Fanpage.it il primo firmatario per la Commissione d'inchiesta bicamerale sui casi di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, Roberto Morassut. "Alla Camera è stata approvata molto rapidamente, in Senato trovando sul suo percorso numerosi ostacoli. Non riuscire ad istituirla entro l'anniversario dimostra l'incapacità di svolgere la propria funzione di rappresentanza popolare: in particolare, la vicenda tocca la sensibilità popolare di un Paese intero".


Gli ostacoli nella discussione in Senato

A seguito delle parole di Pietro Orlandi, che riportava gli audio lo scorso mese di dicembre in cui si faceva riferimento a Giovanni Paolo II, alcuni hanno manifestato le proprie perplessità. E dopo una prima frenata arrivata ad inizio maggio quando si è chiesto di ridurre la durata della Commissione d'inchiesta, sono arrivate altre richieste, fra cui quella di sentire in audizione i pm che si sono occupati del caso.


"Richiesta di audizioni per capire cosa stia accadendo tra Vaticano e Procura …ma perché? – ha commentato Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela – La commissione parlamentare è, dovrebbe essere, totalmente indipendente da Procura e Vaticano. La giustizia merita rispetto".


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Pietro Orlandi: “Papa Francesco mi ha detto che mia sorella è in cielo”


“Per me mia sorella è viva fino a prova contraria, in Vaticano sanno qualcosa che non so”. A pochi giorni dal cinquantesimo compleanno di Emanuela, Pietro Orlandi esprime tutti i suoi dubbi sul silenzio della Santa Sede nei 35 anni di buio sul caso di Emanuela Orlandi.

 "Papa Francesco mi ha detto: ‘Emanuela è in cielo. Per me mia sorella Emanuela è viva fino a prova contraria. È il terzo Papa che ho incontrato nella mia ricerca della verità e con lui il muro in Vaticano su questa vicenda si è alzato più di prima". Così Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa 35 anni fa a Roma e rimasta uno dei grandi enigmi della cronaca italiana. L'ex impiegato dello Ior ha rilasciato una intervista al settimanale ‘Spy' (in edicola da domani), che ha diffuso un'anticipazione: "La cosa certa è che in Vaticano sanno – continua- Il loro comportamento in questi 34 anni mi autorizza a pensarlo". I motivi del silenzio sarebbero da ricercare, secondo Pietro, nella necessità di proteggere l'immagine della Santa Sede.


"La verità è qualcosa che pesa sull'immagine della Chiesa. Il Vaticano ha voluto evitare che la verità emergesse e ha avuto come complici lo Stato italiano e quei magistrati che non hanno puntato il dito sulle persone che erano a conoscenza di quanto avvenuto. Io credo che ci sia un sistema che lega Stato, Chiesa e criminalità al quale fa comodo mantenere nascosta la verità".


"Il momento peggiore di questi 34 anni è stato nel 1993 – racconta per la prima volta Pietro – dopo alcune segnalazioni fotografiche inviate alla magistratura, eravamo sicuri di aver ritrovato Emanuela in Lussemburgo. Anche il giudice e l'attuale vice Capo della Polizia erano convinti di aver risolto il caso. Siamo andati a prenderla, io le avevo comprato un regalo. Non era mia sorella: in un attimo siamo passati dalla gioia più totale alla disperazione più buia. Non dimenticherò mai l'espressione sul viso di mia madre. Fu come se ce l'avessero rapita un'altra volta".

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Emanuela rapita dalla banda romanda per ricattare il Vaticano e costringerlo a restituire i fondi prestati dalla mafia per finanziare Solidarnosc?

 







Un labirinto di piste immaginarie e di depistaggi reali, un caso infinito capace di intrecciare i generi, cronaca nera e complesse trame geopolitiche sullo sfondo della declinante Guerra Fredda e dei poteri vaticani, con l’ombra dei servizi segreti italiani, della P2, della Mafia, del Kgb, dei Lupi grigi turchi, dell’internazionale pedofila e persino del principe del Lussemburgo, un ginepraio di versioni contrastanti, tra ipotesi di complotto e fervore mitomane. Probabilmente non sapremo mai cosa è realmente accaduto a Emanuela Orlandi, tutte le inchieste giudiziarie sulla scomparsa della ragazza hanno portato a un vicolo cieco e nessuna verità giudiziaria è mai venuta alla luce in quarant’anni di misteri. Tuttavia il filone di indagine più promettente e in fondo più verosimile è quello che vede coinvolto il cardinale Marcinkus, all’epoca dei fatti direttore dello Ior, la Banca vaticana, i fondi neri ai polacchi di Solidarnosc in chiave anti-sovietica e la Banda della Magliana. Sembra un patchwork di elementi suggestivi e scollegati, ma andiamo con ordine.

All’inizio degli anni 80 l’apparizione del sindacato Solidarnosc nei cantieri di Danzica guidato dal carismatico Lech Walesa fa scricchiolare il regime filosovietico del generale Jaruzelky, per il Vaticano con a capo un papa polacco e decisamente anticomunista sembra quasi fisiologico sostenere il movimento di Walesa che ormai conta nove milioni di aderenti. Il regista dell’operazione è Paul Casimir Marcinkus, americano di Chicago figlio di immigrati lituani salito in cima alle gerarchie vaticane con la direzione dell’istituto delle opere religiose: tramite il Banco Ambrosiano dell’amico Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, Marcinkus fa pompare milioni di dollari nelle casse di Solidarnosc attraverso operazioni opache son non chiaramente illecite, facendo rimbalzare il denaro per paradisi fiscali e filiali occulte di mezzo mondo, Panama, Bahamas, Lima, Managua prima di farlo arrivare a Varsavia. Quando si consuma il crack del Banco Ambrosiano con il “suicidio” di Calvi ritrovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra, si fanno avanti i creditori che non sono proprio dei cherubini.

Tra loro c’è Pippo Calò il “cassiere” di Cosa Nostra, giunto a Roma verso la fine degli anni 70, il quale aveva stretto un accordo con la banda della Magliana di Giuseppucci, Abbatino e “Renatino” De Pedis per la gestione e il monopolio dello spaccio di eroina nell’hinterland romano. Secondo questa interpretazione, ipotizzata dal giudice Rosario Priore, il rapimento della cittadina vaticana Emanuela Orlandi sarebbe stato un ricatto della Mafia che avrebbe usato i bravi ragazzi della Magliana allo scopo di riottenere i soldi prestati. Lo sostiene anche il pentito Antonio Mancini che avrebbe riconosciuto la voce del telefonista che il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo il sequestro, chiamò casa Orlandi per dire di aver visto Emanuela senza però chiedere un riscatto: si tratterebbe di tale “Ruffetto”, un sicario al servizio di De Pedis. E lo ha confermato anche Maurizio Abbatino, “crispino”, tra i personaggi più influenti della Magliana: «Emanuela Orlandi fu rapita da De Pedis per i soldi che aveva dato a personaggi del Vaticano. Soldi finiti nelle casse dello IOR e mai restituiti. E non c'erano solo i miliardi dei Testaccini ma pure i soldi della mafia. L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sul presunto suicidio di Calvi e sulla scomparsa della ragazza». A intorbidire le acque nel 2006 sopraggiunge però la testimonianza di Sabina Minardi, ex compagna di De Pedis che afferma di aver partecipato assieme ad alcuni elementi della banda al rapimento della ragazza che sarebbe stata nascosta per 15 giorni in un villino di Torvaianica sul litorale romano e poi in un appartamento del quartiere Monteverde.

La polizia ha confermato l’esistenza dell’appartamento di Monteverde di proprietà di Daniela Mobili, amica di Danilo Abbruciati altro esponente di spicco della banda. Che in realtà era un rifugio un nascondiglio usato da De Pedis ma nessuna prova che fosse anche la prigione della giovane Orlandi. Inoltre a un certo punto il racconto di Sabrina Minardi si tinge di particolari contraddittori: la donna accusa infatti Macinkus come mandante del sequestro «per mandare un messaggio a qualcuno sopra di loro», dicendo di aver assistito alla consegna della ragazza a un sacerdote avvenuta nella piazzola di un benzinaio a poche centinaia di metri dalla Città del Vaticano.

Due anni dopo Minardi cambia versione, ritrattando diversi dettagli: non ci fu nessuna consegna al sacerdote, Emanuela restò sempre nelle mani della banda e venne uccisa nel villino di Torvaianica per poi venire gettata in una betoniera. Insomma una serie di versioni incoerenti che hanno gettato totale discredito sulla testimonianza di Sabrina Minardi. I “ragazzi” della Magliana di certo avevano rapporti particolari con il Vaticano, in particolare De Pedis che conosceva personalmente il cardinale Casaroli e sarebbe in virtù di questa “amicizia” che la salma di Renatino fu seppellita nella basilica di Sant'Apollinare a Roma, onore riservato non certo ai membri di una banda criminale. Pare che si trattasse di una favore postumo a De Pedis che averva evitato ulteriori rappresaglie nei confronti del Vaticano.

fonte
https://www.ildubbio.news/giustizia/marcinkus-roberto-calvi-i-milioni-a-walesa-e-quei-brutti-ceffi-della-magliana-n84bao5f


martedì 11 aprile 2023

Gesù e Barabba. La stessa persona?





02Apr, 2021di Giulia Bianchi
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Tabella dei contenutiLe presunte prove di Gesù il Barabba
Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico
Bar Abba, forse, riferito a Gesù
Una fonte controversa
Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

A destare interesse della vicenda storica di Gesù è la figura del noto prigioniero Barabba, citato ben 11 volte nei vangeli sinottici.

Si è imposta una nuova corrente degli studi, propensa a considerare i vangeli, sia essi sinottici o apocrifi, come fonti storiche attendibili, per la ricostruzione del Gesù storico. Ovviamente occorre epurare la raccolta di “loghia” di cui si compongono, di una data cristologia, inevitabilmente sempre più crescente.



Una tradizione di loghia gesuani, dunque, che confluisce in vere raccolte da cui si dipartono le diverse tradizioni di Marco, Matteo, Luca (che avrebbero come fonte Marco e la così detta “fonte Q” aliena a Marco stesso) e infine Giovanni. I vangeli non differirebbero moltissimo dalle biografie del mondo antico; le stesse vite parallele di Plutarco, ad esempio, offrono resoconti storici importanti, sebbene il tutto sia destinato alla ricostruzione dell’ethòs del personaggio di volta in volta trattato.

Anche nei vangeli si osserva una ricostruzione della visione gesuana e dell’ethos del personaggio. Ovviare ad una ricostruzione storica di un personaggio così importante, che sta alla base di una specifica teologia da cui si diparte una nuova religione, che tanto impatto ebbe nei secoli successivi, ha permesso di sviluppare un quantitativo di criteri di ricerca particolarmente minuziosi, utili a qualsiasi ricostruzione storica.

Il vangelo di Matteo ha una sua specifica unicità, ovvero rifletterebbe un nucleo di tradizioni di discorsi trasmessi attraverso l’arte mnemonica di matrice tipicamente palestinese, fino a confluire nella redazione scritta in greco attorno al II secolo. La tipicità del vangelo di Matteo si esprime, per esempio con la dicitura “Regno dei cieli” assolutamente coerente con il tipico riferimento dell’area giudaica del tempo di Gesù, mentre negl’altri sinottici, compare “Regno di Dio”.


In alcuni codici antichi, diversi da quello alessandrino che s’imporrà in occidente, in Mt 26,16, viene scritto “Avevano in quel tempo un prigioniero di nome [Gesù] Barabba”; in Mt27,17, nel passo in cui il prefetto romano Pilato, parla alla folla viene scritto “Chi volete che vi rilasci [Gesù il] Barabba o Gesù detto il Cristo?”

In aramaico la parola BAR è usata per dire “figlio” mentre ABBA sta per “Padre” inteso anche come DIO.



Dunque sembrerebbe un Gesù venisse condannato, mentre un altro sarebbe stato rilasciato. Ovviamente riconoscere l’esistenza di un Gesù figlio del Padre, contrapposto ad un altro, detto il Cristo, lascerebbe presupporre una sorta di sdoppiamento di un unico personaggio; o per lo meno una totale rilettura della contrapposizione Gesù / Barabba, ma sembrerebbe troppo facile. Ovviamente in nessun altro vangelo Barabba è preceduto dal nome Gesù, nemmeno nella versione canonica di Matteo, come si impose secondo canoni alessandrini, in occidente.
Le presunte prove di Gesù il Barabba

I codici che presentano Gesù il Barabba, sono diversi: di cui, quello Koridethi, con parole trascritte in un pessimo greco che ne fa oscillare la redazione tra VII e X secolo; un gruppo di manoscritti medioevali detti dei “minuscoli”; la versione siro-sinaitica e altri manoscritti di matrice armena e georgiana. Si tratterebbe di un corpo di manoscritti rimontanti, ad un originale comune dunque, da cui si dipartirebbe la tradizione di Gesù Barabba.

Invero, tanti manoscritti appartenenti ad unica famiglia testuale, potrebbero aver replicato un errore nella trasmissione dello scritto, tenendo conto poi, che un errore scribale, poteva altresì essere possibile anche per via della tecnica di scrittura della scripto continua, con le lettere tutte attaccate.



Tale tesi però, per quanto interessante e da prendere assolutamente in considerazione, sembra venir sconfessata sia dalle versioni siriache del nuovo testamento che dallo stesso Origene. Una traduzione di fine II secolo o al massimo di inizio III secolo, in siriaco da un originale greco riporterebbe la lazione Gesù Barabba. Inoltre la tesi secondo la quale un errore di scrittura possa aver generato la lezione Gesù Barabba, cade del tutto seguendo i passi di Origene che ammette di conoscere versioni antiche di vangeli di Matteo nei quali si presentava questa lezione.

Origene di fatto, ricusa nel contra Celsum, questa lezione asserendo fosse opera di qualche eretico, sebbene successivamente in uno scholium del vangelo in questione, ne riconosce l’esistenza.

Per un giudeo del I o II secolo, Gesù bar Abba, non sarebbe stato qualcosa di particolarmente inusuale. Bar Abba può facilmente essere inteso come un normalissimo patronimico. Del resto Bartolomeo, nulla è che Bar Timeo, ovvero figlio di Timeo. Dal Talmud ebraico, scritto ben dopo, ma che riporta informazioni anche dei secoli precedenti, abbiamo menzione di figli di Abba come nome ma anche inteso come figlio del maestro.



Dunque possiamo arguire che essendo il vangelo di Matteo, espressione di una tradizione palestinese, più vicina alla realtà giudea, proponesse la lezione Gesù bar Abba, proprio perché un ebreo del tempo la intendeva come una cosa del tutto usuale, sia qualora patronimico, che espressione di figlio del maestro.
Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico

Dunque in quell’ambiente non si imponeva nessun imbarazzo teologico, come invece poteva facilmente imporsi in contesti non avvezzi a questa terminologia. Del resto nonostante bar stia per figlio e Abba, oltre ad esser nome proprio, alludesse a Padre o anche a Dio, dobbiamo considerare che andare a tradurre “semitismi” non è impresa facile.

Abba è una parola aramaica che confluisce anche in ebraico, sebbene poi risponda alle regole linguistiche dell’ebraico stesso. Come la parola computer che ormai da neologismo è adottata dall’italiano, subordinandosene alla grammatica. Un ebreo in bar Abba mai avrebbe letto “figlio di Dio”; e a dirla tutta anche in aramaico Bar Abba, pur rispondente a “figlio del padre” non alluderebbe mai a Dio.

Di fatto occorrerebbe un’ulteriore determinazione perché da legare al figlio stesso di un padre che è Dio. Dunque seguendo grammaticalmente quanto è ricostruibile in aramaico, intendere letteralmente figlio del Padre intendendo Dio, dovrebbe essere reso con barà de Abba, dunque lontanissimo da Bar Abba.

Dunque Abba può essere nome, può indicare il padre, il termine affettuoso di papà, quello di maestro di dottrina, ma associato a bar renderebbe o un patronimico, o figlio del maestro o figlio del padre, ma anche del proprio padre come ognuno di noi ha un padre biologico, dunque in assenza di una speciale particolarità che vorrebbe quel padre, esser Dio.



Occorre anche un’analisi dettagliata nelle fonti antiche e evangeliche su di un’altra questione. Allor quando vi è la presenza di un patronimico, vi è una diretta menzione dello stesso. Nel vangelo di Marco sovente vi è il riferimento ai patronimici. Eppure, nel caso specie di Gesù Barabba, i passi del vangelo di Matteo menzionano Gesù “detto” il bar Abba o il Cristo.

Come negli altri vangeli (mc) pur mancando il nome Gesù, si menziona un personaggio “detto” Barabba. Il verbo greco “legomenon/s” dunque non introdurrebbe un patronimico formale, ma introdurrebbe una sorta di soprannome o nome di battaglia.


Ritroviamo la stessa introduzione in Mt, per quel che concerne Giuda detto l’Iscariota, dunque come nel caso di Yeshua bar Abba nei codici più antichi di Matteo e negli altri. Del resto la stessa parola aramaica “bar”, anche essa un semitismo, non necessariamente è da tradurre con la parola figlio.

Se andiamo ad analizzare Giuseppe Flavio, autore giudaico di I secolo, nella guerra giudaica, ci renderemmo conto di come certe traduzioni in greco di semitismi siano piuttosto ardue. I giudei che stazionavano sulle torri salutavano l’arrivo dei dardi scagliati dai romani letteralmente “arriva il figlio”. Lo stesso autore scrive espressamente trattasi di un’espressione nella lingua dei padri.



Non viene lanciato un figlio, in senso letterale, piuttosto il dardo è figurativamente espressione o per certi versi “figlio” dell’arma da lancio. Dunque in questo caso Bar esplicherebbe una appartenenza più che una discendenza genealogica. Ma Bar potrebbe essere inteso anche come “adatto a”: pensiamo alla locuzione ebraica BAR MIZVAH, una cerimonia di iniziazione di fedeli, ovvero un bambino diventa “adatto ai comandamenti”, oppure BAR MAZAL ovvero adatto alla fortuna.

Un esempio ulteriore lo abbiamo in SIMONE BAR KOKHBA, capo dei giudei e autore nel II secolo della grande rivolta contro Roma. Letteralmente bar kokhba renderebbe figlio della stella, ma attraverso un’attenta analisi del semitismo della lingua aramaica, potremmo tradurre bar come adatto a e kokhba, più che stella, in stella intesa come luce o come guida.
Bar Abba, forse, riferito a Gesù

Stabilito da questi elementi che Bar ABBA, potrebbe essere patronimico, o riferimento a figlio del maestro, o figlio del padre, ma non figlio di Dio, andiamo a vedere come bar Abba possa essere reso in aramaico, come “adatto a” o a voler essere esplicativo di un atteggiamento tipico e unico, atto a dare un soprannome o un nome di battaglia ad un dato personaggio.

Avremmo:

– Colui che solitamente si fa chiamare ABBA.

– Colui che è solito invocare ABBA anche come Dio.

Nel secondo caso avremmo dunque una lezione altamente coerente con un elemento tipico del Gesù storico, come si evince dai vangeli, secondo i quali sovente Gesù chiama Dio, ABBA. L’episodio del Getsemani, antecedente l’arresto, lo vede invocare Dio, come ABBA. Del resto che i primi cristiani mutuano dalla predicazione di Gesù il termine di Dio come Padre e dunque ABBA; questo infatti, risulta evidente anche dalle lettere di Paolo di Tarso.

E’ altamente plausibile, così considerare come sia una prerogativa tipicamente gesuana, quella di invocare Dio come Padre (ABBA) che i discepoli conservarono dalle predicazioni di Gesù e nel tempo, crea un tratto tipicamente cristiano.

Potremmo allora considerare coerente con il Gesù storico, YESHUA BAR ABBA.

Ma come possiamo considerare, una volta data un’interpretazione a YESHUA BAR ABBA, l’episodio storico stesso del rilascio del bar Abba e la condanna del Cristo?



Matteo scrive che il governatore romano, era solito per ciascuna festa rilasciare un prigioniero alla folla, secondo l’evangelista dunque, era una prerogativa di quello specifico governatore cioè Pilato e non una consuetudine derivata da una specifica norma giuridica o romana. Barabba viene definito prigioniero famoso, ma non viene di fatto definito bandito o terrorista.

Anche nei passi di Marco, come Matteo, Barabba è un prigioniero, che era stato incarcerato assieme a dei ribelli, che per un tumulto avevano generato un omicidio. Ciò non significa che il così detto Barabba fosse un ribelle, può altresì significare che ne condivideva la prigione ma non la colpa di sedizione e omicidio. Eppure il testo greco di Marco risulta tutto sommato, ambiguo, nel senso che stabilire o meno Barabba faccia parte del gruppo di ribelli catturati a seguito di una rivolta oppure stabilire se, ne condividesse solo la cella, risulta quasi impossibile.

In Luca è detto essere un ribelle, catturato a seguito di un omicidio che lui stesso aveva compiuto. Dunque ci troveremmo davanti ad un personaggio che negli evangelisti diventa progressivamente, una figura strumentale ad una specifica finalità, ovvero quella di rimarcare la scelta del popolo giudaico di liberare un ribelle e di fatto, condannare a morte Gesù.

Non ci aiuta il confronto dei testi evangelici per definire, l’episodio storico di tumulto o rivolta, durante la quale il personaggio Barabba sarebbe stato catturato. Marco, come Matteo, parlano di rivolta, supponendo essa fosse nota; letteralmente “la rivolta”, senza definire quando.



Potremmo supporre che le vicende legate all’arresto di Gesù nel Getsemani, dove uno dei seguaci avrebbe colpito con un colpo di spada le guardie del sinedrio giudaico, possano essere state un momento di tumulto? Supponendo Gesù e Barabba fossero due persone diverse, nessun riferimento è dato della presenza di Barabba, tra i seguaci di Gesù.

E poi, l’episodio del Getsemani, potremmo definirlo un parapiglia; dagli evangelisti si evince come il sinedrio, volesse catturare Gesù in tutta fretta, evitando l’approssimarsi della Pasqua e soprattutto perché era quello il momento nel quale a Gerusalemme, confluivano numerosi fedeli per la ricorrenza. Ovviare alla cattura di un personaggio che aveva un discreto seguito, in maniera aperta e davanti a tutti, poteva generare un vero tumulto.

Alla fine certi predicatori che avevano un certo seguito, aumentavano lo stato di tensione di chi governava, essenzialmente perché generavano il timore potessero veicolare le masse verso rivolgimenti politici. Dunque sembra improbabile l’episodio del Getsemani, sia “la rivolta”, menzionata dagli evangelisti, tenuto conto che tutti, viene scritto, abbandonarono Gesù e fuggirono. Supponendo Gesù e Barabba fossero la stessa persona, avremmo fonti che parlano di rivolte a Gerusalemme, in quel dato momento?
Una fonte controversa

Ebbene una fonte c’è. Questa fonte però, non ha garanzia di autenticità, anzi con molta probabilità è assolutamente spuria. Si tratta di un passo della Guerra Giudaica, tratto dalla versione slava di Flavio Giuseppe. Nelle versioni della guerra giudaica Giuseppe, mai parla di Gesù. Questo estratto definito “testimonium slavorum” scrive che a Gesù si aggregarono 150 seguaci. Avendo ampia presa su tutti, il popolo chiedeva a Gesù di entrare in città, sterminare Pilato e i romani e governare su di loro. Gesù non se sarebbe curato di queste richieste.

Eppure Pilato reso edotto dal sinedrio, inviò i propri soldati, attaccò quei facinorosi e uccise molti giudei, catturando Gesù. Pilato, una volta interrogato Gesù, definendolo giusto lo rilasciò. Solo successivamente sarebbe stato di nuovo arrestato e condannato alla croce. Ovviamente non manca chi vuole conferire autenticità a questo passo, tuttavia pur annotandolo, dobbiamo cercare altrove soprattutto in Flavio Giuseppe, nei testi che conosciamo e nelle Antiquitates nel passo che precede il testimonium Flavianum (dove l’autore scrive di Gesù condannato a morte da Pilato), vi è menzione di una rivolta occorsa a Gerusalemme per la costruzione di un acquedotto.

Pilato in quel frangente avrebbe usato parte del tesoro del tempio, scatenando una rivolta. Tuttavia non vi è menzione di giudei che aggrediscono e uccidono soldati romani. La vicenda poi cronologicamente è difficile da collocare, nella settimana della Pasqua ebraica.

Occorre poi tener fede della discrepanza nel ritratto del prefetto romano, Ponzio Pilato, che intercorre tra gli evangelisti da un lato e le fonti giudaiche dall’altro, Giuseppe Flavio e Filone alessandrino.


Per i romani, l’area della Palestina nel complesso, era un’area davvero particolarmente difficile da gestire. Attese messianiche, di rivalsa politica e religiosa di quel popolo che si sentiva popolo eletto, e scarsa ricezione di un dato ellenismo, creavano ansie e difficoltà reali di gestione per i romani. In momenti come la Pasqua un centro come Gerusalemme era monitorato con particolare attenzione e soprattutto, i romani dovevano tener conto di ogni movimento o predicatore che potesse creare disordini.

Pilato è presentato come un sanguinario e senza scrupoli, risulterebbe altresì improbabile, liberasse un rivoltoso per dare soddisfazione alla folla. Non abbiamo menzioni di usanze tipiche per quel tempo di liberare personaggi già giudicati colpevoli. Possiamo supporre in alcuni casi avvenissero liberazioni, dietro pagamenti di tangenti; Flavio Giuseppe menziona i successivi governatori (all’epoca procuratori non più prefetti) Albino e Gessio Floro, dediti a intascare tangenti per liberare delinquenti, al fine di arricchire se stessi. Potremmo supporre Pilato facesse lo stesso, ma resta una pura supposizione.
Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

Gesù venne condannato alla croce, il cui titulus definendolo rex lo definiva come reo di rivolgimento politico, e forse non è un caso venisse crocifisso tra due “latrones” di fatto termine con il quale i romani definiscono quel gruppo di irriducibili che sono gli zeloti. Yeshua bar Abba è coerente con il personaggio del Gesù storico, come si deduce dagli evangelisti, ma uno sdoppiamento potrebbe essere arbitrario, voluto per rimarcare come il Bar Abba venisse salvato come uomo dal Cristo che si sacrifica per lui, prefigurando così la salvezza.

La spiegazione maggiormente adottata dalla ricerca storica è quella di matrice redazionale. Il cristianesimo fin da subito comincia ad allontanarsi dall’alveo del giudaismo.

Già la contrapposizione tra Paolo e Pietro ne è un esempio. Ma Paolo di Tarso è il fondatore del cristianesimo, lui giudeo e cittadino romano allo stesso tempo, è l’uomo che apre il messaggio gesuano ai non circoncisi e rende quella che all’inizio era una delle tante sette del giudaismo, ovvero i nazorei, una religione aperta a tutti. Queste dinamiche generano nel giudaismo contrasti e dispute, fino alla distruzione del tempio a Gerusalemme del 70.

I cristiani rompono con il giudaismo e devono convivere con il potere politico del tempo ovvero Roma. Ciò si evince dalla predicazione di Paolo. A livello redazionale far sì che fossero stati i giudei a voler libero un malfattore a dispetto del Cristo, li qualificava come rei di deicidio, liberando da quella responsabilità Roma, nella figura del suo governatore Pilato.

fonte:

lunedì 4 luglio 2022

Crisi climatica e guerra ai migranti: BlackRock, Vanguard e StateStreet sotto accusa!!!!!



Con le loro scelte di investimento i colossi finanziari stanno favorendo l’inazione climatica, la criminalizzazione delle migrazioni e la militarizzazione dei confini. La denuncia nel report curato da Tni e Friends of the Earth:
“Fornendo un significativo sostegno finanziario alle industrie responsabili della crisi climatica e della sorveglianza, le società di asset management BlackRock, Vanguard e StateStreet stanno favorendo l’inazione climatica, la criminalizzazione delle migrazioni e la militarizzazione dei confini, il tutto mentre si presentano come sostenibili e attente al clima”. È la denuncia contenuta nel rapporto “Cashing in on crisis”, pubblicato a metà marzo dall’organizzazione ambientalista Friends of the Earth e dal centro di ricerca indipendente Transnational institute (Tni). Continuando a finanziare il comparto dei combustibili fossili e l’agribusiness, queste realtà alimentano il cambiamento climatico che a sua volta determina inaridimento dei suoli, desertificazione, esondazioni dei fiumi e altri eventi climatici estremi costringendo milioni di persone a lasciare la propria casa e il proprio Paese. E per limitare i flussi migratori -provenienti in larga parte da nazioni a basso reddito- Europa e Stati Uniti erigono muri e investono miliardi di euro e di dollari nelle più sofisticate tecnologie di sorveglianza digitale.

Le tre società al centro dell’analisi hanno investito centinaia di miliardi di dollari nei tre settori presi in esame: spicca Vanguard, con oltre 386 miliardi di dollari investiti tra oil&gas, agribusiness e sorveglianza delle frontiere, seguita da BlackRock (171 miliardi di dollari) e StateStreet (116 miliardi di dollari). Per quanto riguarda il comparto dei combustibili fossili, ad esempio, hanno partecipazioni consistenti in British Petroleum, Chevron, Exxon-Mobil, Shell e Conoco Philips che figurano tra le prime venti compagnie responsabili di emissioni di gas serra a livello globale: “I cambiamenti climatici estremi colpiscono in maniera sproporzionata i Paesi a medio-basso reddito, che sono i meno responsabili della crisi” si legge nel report che evidenzia come l’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili provochi la morte di circa sette milioni di persone ogni anno. Altrettanto pesanti sono gli impatti causati dalle società dell’agribusiness: nel 2019 sono andati in fumo oltre 850mila ettari di foresta per lasciare spazio alle colture di palma da olio (rilasciando in atmosfera 708 milioni di tonnellate di CO2), mentre in Amazzonia nello stesso anno sono stati cancellati 900mila ettari di foresta per permettere l’allevamento di bestiame -la cui carne viene poi in larga parte esportata in Europa e negli Stati Uniti-.

Gli impatti sul clima e sull’ambiente di queste industrie costringono ogni anno milioni di persone a emigrare alla ricerca di migliori condizioni di vita. Sebbene non ci siano dati precisi sul numero di migranti e sfollati causati dalle conseguenze del cambiamento climatico si stima che nel 2020 i disastri naturali (comprese siccità, incendi, esondazioni, tempeste e temperature estreme) abbiano causato più di 30 milioni di sfollati interni. “Mentre il numero di persone che migrano in cerca di sicurezza, protezione e dignità continua ad aumentare, i governi si affidano sempre più all’industria della sorveglianza per limitare i movimenti e mantenere la ‘sicurezza delle frontiere’ -denunciano Tni e Friends of the Earth-. Questo è in gran parte dovuto all’influenza delle industrie attive nel settore nel presentare il cambiamento climatico come un come un problema di sicurezza nazionale e internazionale, e la migrazione come una minaccia”.


Si tratta di un settore che ha ricevuto importanti finanziamenti da parte dei governi: tra il 2013 e il 2018 Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito, Canada, Francia e Australia hanno speso 33,1 miliardi di dollari per questo settore (più del doppio rispetto ai 14,4 miliardi destinati alle politiche per il clima). Gli investimenti pubblici nel settore sono cresciuti in maniera rilevante sia negli Stati Uniti -dove i costi per la “gestione” della frontiera con il Messico sono passati dai 9,2 miliardi del 2003 ai 25 miliardi del 2021- sia in Europa, dove il budget dell’Agenzia Frontex è passato da 5,2 milioni di euro del 2005 ai 460 milioni del 2020  e 2027).



Vanguard, BlackRock e StateStreet finanziano, ad esempio, aziende che gestiscono carceri private e centri di detenzione per migranti, come CoreCivic e Geo Group: quest’ultima nel dicembre 2019 è stata al centro di una causa portata avanti da alcuni detenuti che hanno denunciato pratiche di lavoro coercitive, tra cui “la violazione del salario minimo e delle leggi contro la schiavitù per aver costretto i detenuti a lavorare gratis”. Ci sono poi aziende come Amazon e Accenture che forniscono ai governi gli strumenti e le tecnologie per tracciare gli spostamenti delle persone ai confini e per schedarle tramite i loro dati biometrici. Amazon, ad esempio, fornisce il servizio di server alle società che permettono all’Immigration and customs enforcement (Ice – l’agenzia federale statunitense per il controllo delle frontiere) di profilare, tracciare e imprigionare i migranti: la società fondata da Jeff Bezos, denunciano le associazioni nel report, si è assicurata un ruolo controverso come “spina dorsale nell’applicazione della legge federale sull’immigrazione, permettendo all’azienda di ottenere contratti miliardari” e accumulando, al tempo stesso, una quantità di dati senza precedenti.

Le conseguenze di questi investimenti non si misurano solo nei danni ambientali provocati, ma anche nella violazione dei diritti umani fondamentali, sia lungo le frontiere sia nei Paesi di origine dove solo nel 2020 sono stati più di 200 gli attivisti assassinati per aver cercato di proteggere la propria terra e tutelare i diritti delle comunità locali minacciati da progetti estrattivi o di agribusiness. Nel 2020 Share Action, realtà che promuove una finanza responsabile, ha condotto un’indagine su 75 delle principali società di gestione del mondo rilevando come la maggior parte di queste non possieda un’adeguata due diligence in materia.


fonte:https://altreconomia.it/crisi-climatica-e-guerra-ai-migranti-blackrock-vanguard-e-statestreet-sotto-accusa/


domenica 27 febbraio 2022

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Mercy Brown, la vampira del Rhode Island



Una delle creature mitologiche più romanzate ed esaltate è quella del vampiro. Quando sentiamo la parola “vampiro” la nostra mente va subito a “Dracula”, il personaggio dell’omonimo romanzo scritto nel 1897 da Bram Stoker. Oggi forse molti ragazzini lo collegano ad Edward Anthony Masen Cullen, il protagonista della saga di Twilight ( oh mio Dio, l’ho scritto per davvero! Perdonami Bram!), in ogni caso il mito del vampiro è ancora molto presente anche ai nostri giorni.In realtà il termine “vampiro” divenne popolare solo agli inizi del 1700, quando sotto questo nome vennero in un certo senso raggruppate diverse creature protagoniste delle superstizioni dell’Europa dell’est e nei Balcani, dove le leggende parlavano spesso di mostri assetati di sangue e dell’anima delle persone.
Proprio questa caratteristica ha associato molte volte il vampiro alle epidemie di tubercolosi che nella maggior parte dei casi provocavano perdite estese di sangue nei malati. Uno di questi casi fu quello di Mercy Lena Brown, anche se qualcosa di misterioso avvolge l’intera vicenda.
Alla fine del XIX secolo in Europa e negli Stati Uniti la tubercolosi era una vera e propria piaga inarrestabile. Chiamata anche “morte bianca” non si riusciva ad arginare in alcun modo e l’unica soluzione per limitare le vittime era isolare i malati e attenderne la morte. Alcuni sperimentarono diversi intrugli e presunte medicine, ma ogni tentativo si mostrò inefficiente.
Prima che si conoscessero le cause della tubercolosi la gente tendeva a credere che la morte fosse dovuta non tanto ad una malattia, ma piuttosto una “consunzione”, cioè al consumarsi del corpo ad opera di un agente esterno invisibile, e poiché la tubercolosi si trasmetteva velocemente in famiglia si pensava che i primi morti divenissero vampiri ( meglio dire non morti) per tornare a succhiare le energie dei malati, consumandoli appunto.
Nel 1892 a Exeter, Rhode Island, la famiglia Brown venne colpita per l’ennesima volta dal morbo e a farne le spese fu la giovane 19enne Mercy, che dopo alcune settimane di terribile sofferenza chiuse gli occhi per sempre.
George Brown, il padre, imputò la sua morte ad un membro della famiglia ritenuto non morto, che le aveva fatto visita qualche tempo prima e che, a suo dire, l’aveva morsa sul collo e intorno alla bocca succhiandole il sangue. Non era la prima perdita in famiglia: alcuni mesi prima la moglie Mary morì di tubercolosi e poco tempo dopo anche l’altra figlia, Mary Olive.
Se per loro George non aveva alcun evento a cui appellarsi, per quanto riguarda la morte di Mercy mise in giro la voce che ad ucciderla era stato un vampiro e non una terribile malattia come si sospettava: che ci credesse o meno questo non lo sappiamo, ma molti membri dell’alta società cercavano di nascondere le morti per malattia perché al tempo si veniva emarginati molto facilmente, anche solo per il sospetto che qualcuno fosse malato.
Ma le tragedie in casa Brown non erano finite: poco tempo dopo al morte della ragazza anche l’unico figlio maschio, Edwin, iniziò a presentare i primi sintomi di “consunzione”.
George, per non perdere tutti i privilegi accumulati nella società del tempo, sparse la voce in tutta la comunità di Exeter che uno dei Brown più distanti dalla sua famiglia ( un cugino di secondo grado secondo alcuni) si fosse trasformato in una creatura diabolica che succhiava il sangue ai vivi fino a portarli alla morte. Non solo: per circondarsi della comunità ed entrare nelle grazie della “gente per bene”, lui stesso chiese la riesumazione dei corpi della sua famiglia, in maniera da dimostrare che il suo nucleo familiare era estraneo a quell’essere diabolico.
Con l’aiuto della comunità aprì la cripta di famiglia e scoperchiò le bare, convinto che i corpi fossero già in decomposizione. In effetti le salme di Mary e Mary Olive erano decomposte, ma quello di Mercy non solo era integro, ma conservava ancora sangue nel cuore e nel fegato. La salma sembrava incorrotta, se non per un rivolo di sangue rappreso che colava dalle labbra.
Erano presenti le maggiori autorità della città e quella vista spaventò tutti i testimoni che si convinsero che Mercy fosse una vampira e che fosse stata lei ad aver infettato suo fratello Edwin.
Mercy era stata seppellita da soli due mesi, durante il gelido inverno e ciò potrebbe in parte giustificare il fatto che il suo corpo fosse ancora integro, ma al tempo la paura aveva sempre il sopravvento sulla ragione. Fomentato dalla folla George cavò il cuore della figlia e per ordine dei preti accorsi lo bruciò su una roccia vicina.
Ancor più macabro fu il tentativo di esorcizzare il figlio Edwin: dopo ripetute benedizioni dei cadaveri, della tomba, della casa e del bambino stesso, gli fu dato da bere un intruglio nel quale vennero sciolte le ceneri del cuore della sorella. Edwin Brown morì un paio di mesi dopo di tubercolosi.
Mercy Brown oggi riposa nel cimitero della chiesa battista di Chesnut Hill, e la cripta è stata ricostruita dopo lo scempio della folla che visionò il suo corpo. Oggi è diventata un’attrazione turistica, prediletta dagli appassionati di folclore e di storie di vampiri.
CURIOSITA’: Il caso della “vampira” Mercy Lena Brown venne pubblicato nel 1892 sul Providence Journal e attirò l’attenzione di Bram Stoker, l’autore di Dracula. Un ritaglio dell’articolo è stato ritrovato tra i suoi appunti. Chissà, forse per “Dracula” Stoker si è ispirato proprio a Mercy Brown.

link originale:
https://www.ilparanormale.com/leggende-metropolitane/mercy-brown-la-vampira-del-rhode-island/

martedì 1 febbraio 2022

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani - Leggiamola insieme (VIDEO)


Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

venerdì 28 gennaio 2022

La NASA scopre altri 219 pianeti, 10 abitabili come la Terra

Sono ormai migliaia i pianeti al di là del sistema solare scoperti dal telescopio spaziale Kepler. Decine quelli che potrebbero ospitare la vita.






Il telescopio della NASA Kepler ha analizzato oltre 200.000 stelle individuando migliaia di potenziali pianeti. Una trentina sono simili alla Terra NASA


La NASA ha pubblicato l'ottavo catalogo dei pianeti extrasolari che il telescopio spaziale Kepler ha scoperto durante la sua lunga missione, iniziata nel 2009. I ricercatori hanno annunciato la scoperta degli ultimi 219 nuovi candidati pianeti extrasolari, dei quali una decina avrebbero dimensioni simili a quelle del nostro pianeta e si troverebbero a una distanza dalla loro stella tale per cui si avrebbero le condizioni per supportare la vita così come la conosciamo sulla Terra.

La distribuzione dei pianeti scoperti dal telescopio Kepler © NASA


I NUMERI. Nel nuovo catalogo il numero di oggetti che potrebbero essere dei pianeti sono 4.034. Di questi, 2.335 sono sicuramente dei pianeti: ne siamo assolutamente certi. Dei rimanenti bisogna attendere ulteriori verifiche.


Al di là dei numeri - che sono comunque molto interessanti - vi è il fatto che l'analisi dei dati permette di affermare che esisterebbero due classi di pianeti di dimensioni ridotte. A un gruppo apparterrebbero pianeti rocciosi grandi più o meno come la Terra ad un altro quelli gassosi, più piccoli però, di Nettuno.


Benjamin Fulton, dell'Università delle Hawaii a Manoa, ha detto: «Aver individuato due gruppi diversi di pianeti extrasolari è importante come quando per i biologi scoprirono che mammiferi e lucertole formano due rami distinti dell'albero evolutivo».


E questi pianeti di piccole dimensioni, nel loro insieme, rappresenterebbero circa la metà dei pianeti che sarebbero presenti nella nostra galassia.


Il telescopio Kepler ha scandagliato circa 200.000 stelle nella direzione della Costellazione del Cigno e nell’ultima fase della missione lungo l’eclittica (la linea apparente che il Sole traccia nel cielo in un anno), un numero considerevole di astri, ma ben poca cosa rispetto ai 200 miliardi di stelle che abiterebbero la nostra galassia.

Il telescopio Kepler cerca i pianeti analizzando le variazioni di luce che il passaggio del pianeta di fronte alla stella provoca nel suo percorso. Ha individuato 4.034 oggetti che potrebbero essere pianeti. Di questi, 2.335 sono sicuramente pianeti. © NASA


TANTI I CACCIATORI DI PIANETI. Va ricordato, comunque, che Kepler non è l'unico cacciatore di pianeti: ora questo lavoro viene realizzato anche da altri telescopi, soprattutto terrestri.


Se si considera nell'insieme il lavoro di Kepler e di tutti gli altri centri di ricerca, i pianeti confermati sono 3.496, una parte dei quali appartiene a 582 sistemi multipli, ossia composti da più pianeti - come il Sistema Solare.


Il numero ridotto di pianeti simili alla Terra e al contempo in una fascia abitabile del loro sistema solare è legato soprattutto al fatto che con i telescopi dei nostri giorni risulta difficile metterli in luce. Bisognerà dunque, attendere il nuovo telescopio spaziale, il James Webb Telescope, che verrà lanciato nelle 2018, il quale avrà caratteristiche tali da poter scovare e definire meglio i piccoli pianeti. E altri passi importanti e fondamentali in questo campo della ricerca astronomica si avranno quando entreranno in funzione i grandi telescopi terrestri, quelli da 30 metri e più di diametro.

FONTE:
https://www.focus.it/scienza/spazio/la-nasa-scopre-altri-219-pianeti-10-abitabili-come-la-terra